Il serpente rosso:ofiuco - SERPENTE ROSSO - OFIUCO - IL MISTERO DI RENNES LE CHATEAU - Rennes-Le-Chateau - LE SERPENT ROUGE NOTES SUR SAINT GERMAIN DES PRES ET SAINT SULPICE DE PARIS - Rosa-Croce - catari - Tempio di Salomone - Merovingi - graal - GRAAL

F e n o m e n i  P.S.I.


                                                                 

STATI DI COSCIENZA E FENOMENI PARAPSICOLOGICI

Quando in campo parapsicologico si affronta l'analisi delle variabili ricorrenti nel sistema fenomenico paranormale, facendo particolare riferimento ai soggetti che, in modo diretto o indiretto, consapevolmente o inconsapevolmente sono coinvolti in un simile tipo di evento, può risultare utile realizzare una visione schematica del problema. Criterio, questo, che non ha alcuna pretesa classificatoria, ma che  ritengo  possa  permettere al parapsicologo di  rintracciare, tra i tanti elementi coinvolti nel sistema fenomenico  psi, quelle variabili che, per la loro frequenza, possono acquistare un particolare significato operativo nello stesso ambito fenomenico.

Volendo fare  una  rapida carrellata, di queste variabili  si possono realizzare vari  raggruppamenti:  1)  variabili biopsichiche, quali il sesso, l'età, ecc; 2) variabili bio-psico-affettive, quali la consanguineità, i legami di parentela, i legami in funzione dei comuni interessi, ecc.; 3) variabili sociali e culturali, quali l'etnia, il gruppo culturale di appartenenza, ecc.; 4) variabili psicologiche caratteriali e temperamentali, legate alla reattività emozionale, ai contenuti motivazionali, ai tratti della personalità, ecc.; 5) variabili dipendenti dagli stati coscienziali. Orbene, proprio su questo ultimo raggruppamento in questa occasione soffermerò la vostra attenzione, per l'importanza che in questi ultimi trent'anni, il concetto di stati di coscienza ha assunto non solo nell'ambito  psicologico, neuropsichiatrico e psicoterapeutico, ma anche per la disciplina parapsicologica.

 

Nell'ambito psicologico, il capitolo che riguarda gli stati di coscienza si può considerare il punto centrale da cui si dipartono tutte le espressioni fenomeniche del comportamento psicosomatico umano che  può oscillare tra una  gamma di  stati che si configurano tra il "normale" e il "patologico", intesi come gli estremi entro cui l'uomo  manifesta il suo "esserci".

 

Ho detto "stato normale", ma che cosa significa questa espressione? 

Che cosa si deve intendere per  stato psicologico normale?

     Come sottolinea opportunamente M. Margnelli,il tentativo, operato  principalmente attraverso la psichiatria, di definire ciò che è normale e ciò che è patologico, ha finito per trasformarsi in un'operazione tragicamente riduttiva dello spazio mentale interno. Il "normale" non è riferito a dati "scientifici", ma a valutazioni culturali, sociali e molto spesso utilitaristiche". (M. Margnelli, L'estasi. Riza Scienze, n. 3, 1984, 6)

Oggi la valutazione si basa prevalentemente su un principio di tipo funzionale. Rifacendomi ad un concetto chiaramente espresso da Verebely e Weil su questo argomento, si può dire che "L'evoluzione delle nostre conoscenze ci porta, in psichiatria, a rifiutare di fare un esplicito riferimento ad un modello di normalità. Senza volere qui entrare in merito in una discussione più approfondita, diciamo semplicemente che il diagnostico della struttura mentale non è più confuso con quello di normalità o di patologia. I dati della psichiatria in generale lasciano volentieri pensare che non esiste una struttura normale. La  valutazione della normalità si basa sulla constatazione di un funzionamento interiore armonico. Si debbono prendere in considerazione la souplesse e l'armonia dei mezzi di difesa, l'omeostasi di un certo equilibrio interno, la capacità di relazioni personali. Ecco che allora  la comparsa di una malattia, sarebbe la decompensazione, cioè la rottura di questa omeostasi. Rottura che, in quanto tale, non pregiudica affatto nulla del concetto di normalità anteriore e nulla nei confronti  di quella che potrà essere la ulteriore normalità del soggetto,

cioè la capacità di ricostruire delle nuove forme di equilibrio". (Verebely J. e Weil P., La folie en voyage. L'information Psychiatrique, Vol. 58, N. 10 Decembre 1982, 1265)

Concetto che viene rivalutato anche dai moderni studi di neurofisiologia riguardanti la "plasticità" del Sistema Nervoso. Basti citare il concetto di A. Prochiantz - studioso della fisiologia dei neuroni - per apprendere che di fronte ad un nuovo ambiente, non è soltanto la sinapsi che può modificarsi, ma anche l'intera forma del neurone. ( M. De Mari, Neurone: le funzioni della forma. Fidia, A. 7, n. 8/9, 1990, 8)

E più ancora in un simile contesto, è doveroso ricordare il pensiero di Gerald M. Edelman, secondo cui ogni esperienza della vita di una persona modifica e modella il suo cervello, dato che "la  struttura cerebrale di ciascun individuo non  è predeterminata. Come scrive D. Hellerstein parlando della teoria di Edelman,  il fatto che il cervello umano agisca tramite la selezione senza un programma predeterminato, "ha implicazioni vastissime per l'individualismo, e per il motivo per cui rifiutiamo la nozione di uomini concepiti quali macchine". (D. Hellerstein, Tracciare una teoria sul cervello, Fidia, A. 6, n. 9, 1989, 3)

 

Ciò detto, io credo sia facile intuire l'importanza di questa concettualità non solo per un giusto approccio ai problemi di tipo psichiatrico, ma anche per il tema che riguarda gli stati di coscienza. Infatti, l'ottica di un funzionamento armonico della psiche, permette di considerare gli stati "altri" di coscienza  non come stati esclusivamente patologici, ma come momenti dell'attività mentale  di tipo non stabile, temporanei,  più o meno fugaci, più o meno volontari.

A questo proposito mi rifaccio al pensiero  di uno dei più autorevoli studiosi del problema psicologico della coscienza. Alludo a Carl Tart, il quale dice che "il nostro stato  di coscienza ordinario, non è un  qualcosa di naturale  o di dato, ma una costruzione altamente complessa,  uno strumento specializzato a far  fronte al nostro ambiente e alla gente che

si trova in esso, uno strumento utile  per alcune cose,  ma non utile e persino pericoloso per altre". (C. Tart, Stati di coscienza. Astrolabio, 1977)               

Il sistema psichico, ben lo sappiamo, pur avendo  a livello funzionale le medesime possibilità reattive e operative simili per tutto il genere umano, da un punto di vista individuale, esprime delle caratteristiche che sono specifiche del singolo soggetto.  In altri termini, ogni essere umano presenta:

     a) particolari caratteristiche genetiche;

     b) particolari caratteristiche anatomiche del S.N.C.;

     c) peculiari capacità di apprendimento;

     d) un particolare ed individuale  tipo di inculturazione;

     e) modificazioni anatomofunzionali quali esiti di pregressi stati patologici; ecc.

     f) variazioni processuali relative al tipo di rapporto che il soggetto contrae con l'ambiente

        in quel particolare momento.

 

Orbene tutti questi caratteri, in quanto condizioni vitali, concorrono alla determinazione dei modi di reagire delle differenti strutture nervose e delle funzioni psichiche, imprimendo, così, a livello comportamentale, quella varietà di espressioni che qualificano la personalità di ciascun soggetto.    

Per cui, essendo noi uomini  "esseri  dotati di un certo tipo di  corpo e di Sistema Nervoso, una grande quantità di potenzialità umane è inizialmente a nostra disposizione. Ma ciascuno di noi nasce in una cultura particolare la quale seleziona e  sviluppa un piccolo numero di queste  potenzialità, ne respinge altre e ne ignora molte. Gli elementi strutturali di cui il nostro ordinario stato di coscienza è composto, sono costituiti da un piccolo numero di potenzialità esperienziali, con l'aggiunta di alcuni fattori culturali. Noi siamo al tempo stesso i beneficiari e le vittime della nostra particolare selettività della nostra cultura".(C. Tart, op. cit.)

    

Dobbiamo renderci consapevoli che la coscienza, per potersi esprimere, per potersi qualificare,  necessita  di  tanti  veicoli,  quali  il  soma, le  emozioni, il  pensiero. Realtà, queste, che sono in un continuo e incessante stato dinamico vitale; e in  funzione  delle   quali  l'individuo realizza stati psicosomatici continuamente diversi e potenzialmente dissimili.     Inoltre, poiché ogni essere umano, in funzione della sua condizione di "sistema aperto, è in coatante rapporto col circondario - cioè, con gli altri esseri e col mondo - è ovvio che ogni cambiamento degli elementi interni ed esterni coinvolti nel suo campo di interazione, cambia necessariamente lo stato di coscienza. Il che significa che, per l'individuo, cambia la capacità di esperienziare e consapevolizzare i contenuti cognitivo-emotivi emergenti da quel tipo di rapporto.

Queste condizioni, però, non impediscono al soggetto di mantenere, nello stato di  veglia, un certo livello di vigilanza, per cui lo inducono a credere di essere non solo in un costante stato normale di coscienza, ma di essere capace di vivere nel qui ed ora  una particolare situazione al punto di saperla anche bene memorizzare e gestire. In  altri  termini  non  si accorge che anche sveglio, egli presenta uno stato ordinario di coscienza discreto (Tart), diverso non solo da quello del suo vicino, ma anche dal suo personale specifico standard di coscienza/consapevolezza o di coscienza/attenzione, cioè quelle condizioni in cui ogni essere umano esprime il suo massimo livello di vigilanza.

Ecco perché posso dichiarare che il mio stato di coscienza in questo momento è tutto particolare,  diverso da quello di alcune ore fa, ma soprattutto, per me che vi parlo, diverso  dal vostro che mi ascoltate.

Senza volermi addentrare in una disquisizione filosofica o dottrinaria sul concetto di coscienza, ma rimanendo aderente ad una concettualità psicologica, dirò che, correntemente, il termine  "coscienza" si  identifica col termine "consapevolezza", e questo binomio "coscienza-consapevolezza" è fondamentale proprio per il problema dell'uomo, perché egli fà riferimento alla percezione che ha di sè, del proprio corpo, delle proprie sensazioni, delle proprie idee, dei significati e dei fini delle proprie azioni.(Zingarelli,1971)    

In base a ciò, si può dire che l'uomo è autoconsapevole, cioè,  per   dirla  con il  Tart,  ha la consapevolezza di essere consapevole. Dunque, la  coscienza/consapevolezza corrisponde ad una complessa realtà biopsicodinamica che coinvolge non solo il "mentale", ma anche il "Sistema Nervoso",  centrale e  periferico e, in modo più o meno coinvolgente, anche i vari apparati ed organi che costituiscono la nostra corporeità.

 

Se ora, dopo queste puntualizzazioni, consideriamo il nostro vivere  quotidiano,  onestamente  dobbiamo dire che non sempre le nostre  azioni, o le  nostre  idee  sono costantemente regolate o controllate da uno stato di attenzione/consapevolezza.

La maggior parte del nostro modo  di  comportarci è più un reagire, che un fare. In altre parole, acquista più i caratteri di una risposta automatica che di volizione  consapevole, che  di visione oggettiva della realtà sia esterna che interna.

Tutti  sappiamo  però  che l'automatismo in se e per se possiede  una  indubbia  utilità pratica  a  livello di economia organica  come,  ad  esempio, gli  automatismi   neuro-muscolari, gli automatismi   neuro-viscerali,  alcuni  appresi,  altri istintivi che hanno una funzione  importantissima,  fondamentale,  nello svolgersi del nostro comportamento quotidiano.

Meno nota, invece - o meno consapevolizzata - è l'influenza che i processi automatici hanno sul modo di operare della attività mentale inconscia.  Infatti, in funzione dell'instaurarsi nella dinamica psichica di tali automatismi, l'uomo si abitua a pensare, a sentire, a reagire sia  emotivamente che criticamente secondo schemi o modelli fissi, ripetitivi, stereotipati. In altre parole, vive  di schemi abitudinari i quali, se da un certo punto di vista e per certi particolari problemi possono essere operativamente schemi favorevoli per il raggiungimento di uno scopo, in altre situazioni possono essere causa di errori o di grossi dispiaceri.

In altri termini, in noi ci sono dei meccanismi chimico- fisici e  dei dinamismi psicologici consci e inconsci che si attivano più per abitudine che in funzione di un atto di volontà consapevole.

L'implicito di queste complesse argomentazioni si riassume in un concetto secondo cui dobbiamo liberarci dal pregiudizio secondo il quale il nostro stato ordinario di coscienza è ben definibile e ben stabile.

Purtroppo (o forse per fortuna) non è così. I nostri stati di coscienza ordinari di veglia sono relativi al qui ed ora, generalmente sono  di bassa stabilità, sono facilmente influenzabili da situazioni sensoriali o psicologiche esterne ed anche da situazioni organiche e psicologiche interne.

A questo punto considerata la multiforme varietà dello stato coscienziale ordinario,passiamo a  considerare lo  stato "altro" di coscienza.

Che cos'è lo stato "altro" di coscienza?

Personalmente, dovendo dare una risposta a tale quesito, data la complessità di questo specifico problema,  ritengo utile realizzare un inquadramento discriminante le molteplici e differenti  situazioni psico-organiche presentate dal soggetto in esame, al  fine di stabilire se si tratta di uno stato modificato o alterato di coscienza.

Come ebbi modo di puntualizzare in altra sede (E. Marabini, Gli stati di coscienza nell'ottica della biopsicosintesi. La cultura nel mondo, A. XLIV, n. 2, 1990, 23), quando  parlo di stato modificato di coscienza, escludo ogni concetto patologico nel comportamento del soggetto. Per cui, questo stato corrisponde ad una  condizione   comportamentale  rientrante   nelle   modalità funzionali fisiologiche e parafisiologiche dell'organismo. Momento psicosomatico che, se raffrontato con lo standard del cosiddetto stato ordinario di veglia specifico di quel soggetto, presenta una sua "modificata" e  particolare  connotazione, non implicante peraltro, disorganizzazione o disarmonia somatopsichica. In altri termini, non vi è alcunchè di "alterato", di malato nell'organismo.

Quali sono, allora, gli stati modificati di coscienza che si possono elencare in questo gruppo? In primo luogo quelle variazioni biopsichiche su base  fisiologica,  spontanee o autoindotte. In tale gruppo rientrano ad esempio quei momenti ipnagogici di 'révèrie che normalmente precedono il sonno (come lo scivolare nel sonno) e così pure quei momenti ipnopompici che seguono  il risveglio da un sogno. E poi il sonno in quanto tale, con o senza il ricordo di sogni; la trance ipnotica (eteroindotta o autoindotta), i vari tipi di trance da danze tribali (ad esempio la "trance derviscia", la "trance pirobasica"); poi abbiamo la  trance medianica nelle sue più varie e complesse manifestazioni; gli stati di coscienza transpersonale che sono realizzati anche  mediante le tecniche di "meditazione" tramite cui si possono raggiungere i massimi livelli di trascendenza del "samadhi" (estasi yogica), del "satori" (estasi zen), oppure dell'"estasi mistica", specifica del mondo culturale cattolico.

 

L'espressione di stato alterato di coscienza, invece, fa riferimento ad un modo di essere del comportamento e dei processi coscienziali generalmente dipendenti da condizioni patologiche su base neuroorganica  di tipo cronico o accidentale, autoctone  o  eteroindotte, per alterazioni biochimiche  o di origine neuropsichica.      Nei comportamenti di tipo episodico si possono ricordare ad esempio le  allucinazioni, o i deliri da crisi febbrili o da stati di natura  tossica,  oppure gli stati alterati di coscienza per l'uso di droghe (quali l'LSD, o gli allucinogeni quali il peyotl, da cui la mescalina, ecc,), o lo stato di narcosi per l'azione di  composti farmacologici anche se usati per  scopi medici (quale il pentotal).

Così pure dicasi per certi tipi di parasonnie (e qui entriamo nell'ambito della neurologia e della neuropsichiatria) quali gli stati sonnambulici, oppure le  auree epilettiche, le  crisi deliranti, gli stati psicotici primitivi e le manifestazioni psicotiche tossiche, la catalessia, oppure il coma, o gli stati agonici come può accadere in stati premortali per malattie o a seguito di violenti traumi subiti dal soggetto.

Comunque si voglia intendere questo tipo di  inquadramento che definirei clinico, degli stati "altri" di coscienza, oggi abbiamo la possibilità di riconfermare la loro tipologia non solo in funzione descrittiva clinica, ma tramite un controllo portato a livello di monitoraggio neurofisiologico. Controllo che ci permette di riconoscere se un certo comportamento presentato in quel particolare momento da un soggetto  può ascriversi a uno stato di coscienza modificata o alterata. In altri termini, da un punto di vista clinico-laboratoristico, la neurofisiologia, oggi, è in grado di  rispondere in modo non ambiguo a quegli interrogativi suaccennati riguardanti la possibilità di discriminare i caratteri qualificanti i differenti  stati di coscienza, tramite il rilevamento di dati obiettivi  strumentali scientificamente attendibili.

In tal modo,come molti di voi sanno,  durante stati di meditazione, durante stati di ipnosi, di sonno, ecc. fino ad arrivare ai veri e propri stati patologici, come nel caso di pazienti degenti in sale di rianimazione in condizioni premortali,  possiamo   prendere  in   considerazione, non solo l'aspetto semiologico clinico, oltre che descrittivo di quel comportamento, ma possiamo arricchire la definizione di quel vissuto, con dati strumentali direttamente rilevati sul soggetto. Ad esempio, si può intraprendere lo studio dei correlati neurofisiologici quali, il "riflesso psicogalvanico", opppure la concentrazione del 'lattatò nel sangue, i cui dati sono  correlabili a certi particolari livelli di ansietà; la misurazione del  consumo di ossigeno per lo studio del  metabolismo;  le  eventuali  modificazioni  del ritmo cardiaco, riscontrato con l'ECG; le eventuali variazioni della frequenza respiratoria; le modificazioni a carico della  pressione sanguigna. Così pure, durante  stati  di  meditazione  trascendentale,  il  rilevamento dell'EEG  pone  in evidenza (specie nelle regioni frontali)  onde 'alfà   che,  come è noto corrispondono ad  uno  stato di quiete interiore  e  sono state riscontrate durante stati di estasi, mentre, durante lo stato di "trance medianica"  sono state rilevate nel tracciato elettroen- cefalografico onde 'tetà (onde molto lente). Orbene, il rilevamento di tutti questi - e di tanti altri correlati - ci permette di definire con discreta precisione lo stato psicosomatico vissuto dal soggetto in quel particolare momento.

A questo punto del discorso ecco allora comparire una domanda: perché gli stati "altri" di coscienza acquistano una così grande importanza per il parapsicologo?

Abbiamo visto che l'osservazione clinica e la sperimentazione laboratoristica (perché tutti questi discorsi sono ancora inseriti in un ambito culturale medico) ci permettono di affermare che ad ogni stato di coscienza corrisponde non solo  un diverso stato funzionale del S.N.C., ma anche  un differente vissuto emotivo e cognitivo da parte del soggetto.

In base a ciò apprendiamo che l'Io del soggetto, a seconda del quadro comportamentale può esperienziare contenuti psicologici di tipo fantastico, mitico, immaginifico, archetipico, o simbolico. E così pure, può esperienziare modificazioni intense e repentine a carico della sfera psicoemotiva o della stessa psicosensorialità. Oppure, anche se non in modo frequente, e in genere  sotto l'influenza di spinte motivazionali, può manifestare contenuti informativi che provengono da una attività inconscia prelogica.

Ma l'esperienza ci ha anche più volte confermato che in quegli stati "altri" di coscienza il soggetto può realizzare un tipo di vissuto che gli permette di coscientizzare situazioni di tipo straordinario.

È nello stato "altro" di coscienza che assistiamo, infatti, ad una apertura repentina e inusitata di particolari canali mentali attraverso i quali l'Io si immerge in un dominio "altro" di realtà e in funzione delle sue proprietà interattive (ricordiamoci che l'uomo è un sistema aperto), può esperienziare non solo la visione di una realtà "diversa", ma può comunicare, può acquisire informazioni e può manifestare potenzialità inconsuete, secondo  modalità di tipo atemporale, aspaziale, superfisico e translogico. Proprietà, queste, che sono proprie ed esclusive della sfera del mentale e perciò della coscienza. (*)

 

Ora,  dire  che  l'Io, in quanto soggetto della coscienza, si dimostra capace di esperienziare contenuti cognitivi o di poter agire fisicamente sull'ambiente, escludendo dalla sua dipendenza logica e fisica le  coordinate spazio-temporali o la meccanicità deterministica fisica, è un parlare di caratteri appartenenti ad un tipo di fenomenologia che noi conosciamo:  i fenomeni parapsicologici, nella loro fattualità di base, presentano proprio questi attributi, rispondono cioè a questo tipo di connotazione fenomenica. Ed è proprio in quei particolari stati  di coscienza  - modificati o alterati -  che noi possiamo vedere emergere dal comportamento dell'individuo, tramite le sue manifestazioni psicosomatiche, cioè comportamentali,  o attraverso l'analisi dei suoi vissuti cognitivi, quelle manifestazioni che per noi costituiscono quella classe di fenomeni scientificamente non catalogati, che, in funzione di comodo, vengono anche definiti fenomeni di tipo psicognitivo o di tipo parafisico.

L'analisi  degli  effetti emergenti  dai vari comportamenti sia di tipo ordinario che  straordinario,  ci porta a ipotizzare  che l'inconscio, durante  gli  stati "altri" di coscienza, manifesta una dinamica anche di tipo prelogico con l'attivazione delle sue specifiche e naturali funzioni quali, ad esempio, la funzione emozionale, la funzione  immaginativa, la funzione intuitiva, quella creativa, quella del pensiero (detta anche razionale) e, non da ultimo,  la funzione psi.

Inoltre, in certe particolari occasioni  - come specialmente nell'estasi, nel samadhi, nel satori, o anche negli stati perimortali -  l'analisi dei contenuti suggerisce che il nostro Io può anche immergersi in un dominio completamente differente da quello  che, nello stato ordinario di coscienza, ci è dato conoscere.

Ad  esempio tutti sappiamo che nel sonno  vi   è   una emergenza di contenuti eidetici di provenienza inconscia. Contenuti che sono parte del patrimonio psichico, personale o collettivo, del soggetto. Ma sappiamo anche che in particolari momenti di sonno l'Io esperienza un vissuto i cui contenuti da un tipo di racconto fantastico onirico, possono  giungere alla realizzazione di sintesi creative, intuitive, oppure a esperienze "psi-cognitive" di schietta marca parapsicologica.     

Quanti artisti, tramite i sogni, o tramite stati modificati di coscienza hanno avuto ispirazioni musicali - come è accaduto, ad esempio, a Mozart durante il suo stato preagonico - o ispirazioni pittoriche o letterarie; quanti scienziati, tramite il sonno-sogno hanno realizzato la soluzione di particolari loro problemi?

La storia è piena di questi accadimenti. Ed  egualmente, sempre durante stati "altri"  di coscienza, quanti individui hanno avuto informazioni di avvenimenti lontani sia nello spazio che nel tempo, al di fuori di ogni loro razionale e fattuale possibilità comunicativa?

E che dire della ricca casistica paranormale che si realizza durante  quel  particolare stato modificato di coscienza di "trance da danze tribali" e, specialmente durante la  "trance medianica".

E cosa dire di quegli altri momenti, vissuti in modo spontaneo, involontario e inatteso,  quali gli stati di estasi mistica, o del tipo di  esperienze delle vette, così ben descritte e analizzate da A. Maslow ?  E così pure dicasi di quei momenti realizzati consapevolmente applicando tecniche meditative,  tramite cui il soggetto può raggiungere livelli coscienziali del tipo di esperienza del  Sé; stati di coscienza magistralmente analizzati e attuati tramite opportune tecniche, dalla psicologia tradizionale orientale e dalla moderna  psicologia transpersonale.

E, infine, che dire di quelle esperienze vissute da tanti uomini anche durante stati alterati di coscienza per  situazioni patologiche, quali ad esempio momenti di gravi malattie o conclamati stati comatosi durante i quali possiamo assistere all'accadere di manifestazioni singolari. Condizioni in cui l'Io, ancora una volta dimostra di potere esperienziare situazioni del tutto particolari, straordinarie, non consuete, cosi come è dimostrato, ad esempio, dalla casistica dell'OBE. Esperienze, queste, che sappiamo essere vissute in   modo inaspettato da soggetti in stati perimortali -  e la letteratura parapsicologica è piena di tali rendiconti. Rendiconti che se anche provenienti da quella che noi consideriamo come "casistica aneddotica", non possono più essere ulteriormente sottovalutati, fosse solo perché sono  del tutto simili a quelli riscontrati in questi ultimi anni da molti  medici rianimatori, ed osservati in pazienti ricoverati nelle loro sale di rianimazione. E, a questo proposito,  se le ultime statistiche non sono errate, in quei protocolli clinici risulta che ben il 35 % di quei ricoverati presentano fenomeni del tipo OBE.

 

Il discorso potrebbe continuare, ma è tempo di concludere, nella  speranza  di avere  fatto comprendere tutta l'importanza che tali problematiche hanno  per gli stessi futuri indirizzi della parapsicologia.

Tuttavia, se, in base a quanto considerato, si volesse fare una sintesi valutativa sullo stato attuale della Ricerca, ritengo di poter dire:

a)L'essere umano, nel corso della sua esistenza presenta differenti e mutevoli livelli coscienziali, in funzione dei quali esprime particolari comportamenti.

Le variazioni del suo stato coscienziale e la consapevolizzazione  dei  relativi  contenuti dipende da una molteplicità di processi fisiopsichici e dall'influenza del rapporto interattivo che il soggetto contrae con gli altri esseri e col mondo.

b)   Un soggetto, in modo volontario o involontario, può modificare il suo ordinario stato coscienziale e manifestare uno stato "altro" di coscienza.

Le moderne  osservazioni  cliniche  e  laboratoristiche  strumentali di tali stati comportamentali, hanno permesso di realizzare una loro differenziazione a livello descrittivo e qualitativo.

Il soggetto, per parte sua, in queste particolari condizioni comportamentali, vive ed esperimenta, coscientemente o inconsapevolmente, una dimensione fisica e mentale diversa da quelle proprie del suo discreto stato ordinario di coscienza di veglia.

c)Tramite questi particolari e diversificati comportamenti il soggetto può esprimere possibilità cognitive  cheoperano a livelli atemporale, aspaziale e translogico;  così pure il soggetto, in quei particolari stati,  può manifestare proprietà superfisiche; proprietà, cioè, che vanno oltre i limiti della sua psicofisiologia ordinaria.

È in funzione delle possibilità di queste proprietà biopsichiche che il soggetto, tramite un comportamento sui generis (definibile quale "comportamento psi"), manifesta l'emergenza di fenomeni straordinari scientificamente non codificati, i quali, in funzione dei loro contenuti, sono riconducibili alla espressione fenomenica dell'attivazione di quella mirabile facoltà della mente che, per convenzione, è definita funzione psi.

d)Infine, dall'osservazione dell'integrazione processuale di tutte le funzioni superiori della mente, acquista sempre più forza, sulla base dell'esperienza - e secondo anche la concettualità di Roger Sperry che "la coscienza è collegata con la materia cerebrale ma non è ad essa riducibile". (R. Sperry, Science and Moral Priority, Oxford, 1983)

 

                   LA SECONDA NATURA ELUSIVA DELLA P.S.I.

                                                    Di Bruno Severi

 

Introduzione

Sembra che i fenomeni paranormali siano elusivi sotto tutti i punti di vista. Di solito, quando si parla di elusività della psi si intende quella speciale e bizzarra proprietà mediante la quale il paranormale tende a manifestarsi in modo ambiguo, inconclusivo e, direi quasi, dispettoso. Innumerevoli sono i casi nei quali lo sperimentatore era ormai certo di avere isolato il fenomeno e di tenerlo strettamente tra le mani ed ecco, immancabilmente, il fenomeno mostrava qualche piccola incrinatura, qualche aspetto non previsto che non permetteva di ottenere una dimostrazione sicura al 100% del fenomeno, oppure il fenomeno si collocava là dove nessuno si aspettava che fosse (Severi, B. 1998; Aiazzi, P. 2001a)

In questo articolo mi propongo di illustrare una seconda forma di elusività del paranormale, quella per la quale non si sa mai, o quasi mai, di quello di cui si sta parlando.

 

La seconda elusività

Nei principali testi di parapsicologia i fenomeni paranormali, o psi, sono suddivisi in due categorie che al loro interno contengono altri fenomeni (Cassoli, P. 1990):                                  

          Fenomeni psicognitivi o ESP                    Fenomeni psicocinetici o PK

Chiaroveggenza – Precognizione – Telepatia               Macro e Micro-PK

Esiste, inoltre, una vasta serie di altre fenomenologie che, come le definisce il Dr. Piero Cassoli (1990), non hanno ancora le carte in regola per un riconoscimento ufficiale ma bussano alla porta della parapsicologia e sono sotto attenta osservazione da parte degli studiosi del settore. Di questi ultimi non ci interesseremo in questo articolo.

Nonostante la diffusione ed i riconoscimenti di questa classificazione, esiste un fondato e preoccupante clima di incertezza riguardo l’effettiva natura ed il numero dei fenomeni che rientrano nella fenomenologia psi e questo è riflesso un po’ ovunque nella letteratura parapsicologica.

In questa, un’impressione costante che aleggia con una certa regolarità, è che quando si sperimenta una qualche facoltà psi, al termine non si è mai certi di quale fenomeno si tratti, compaiono costantemente delle zone d’ombra nelle quali le diverse fenomenologie sembrano disordinatamente sovrapporsi formando un magma ribollente all’interno del quale è difficile raccapezzarsi.

Anche Rhine (1938a,b) si rese conto molto presto della difficoltà di poter differenziare i diversi fenomeni paranormali nei suoi esperimenti: la telepatia dalla chiaroveggenza, la precognizione da qualche altro tipo di psi, e l’ESP dalla PK. Fu per questa sconfortante situazione che decise di introdurre il termine GESP (General ExtraSensory Perception) per indicare quei fenomeni psi che non potevano essere inquadrati con sicurezza nelle tipologie sopra indicate.

Successivamente, il termine “psi”, privo di connotazioni semantiche e teoretiche ben definite, fu proposto da Thouless e Wiesner (1947) ed accolto con favore dalla maggioranza degli studiosi, anche dallo stesso Rhine. Con questa denominazione neutra si voleva superare la dicotomia fenomeni ESP - fenomeni PK per accorparli entro un’unica entità onnicomprensiva.

A piccoli passi, iniziava a diffondersi tra diversi parapsicologi una visione più unitaria della dimensione parapsicologica.

A far pensare che i fenomeni psi potessero essere in qualche modo espressione di un numero più limitato di fenomeni, al limite anche di un solo, contribuirono vari fattori. Innanzi tutto il fatto che i vari tipi di fenomeni psi, seppure apparentemente così diversi tra loro, sembravano rispondere allo stesso modo a vari tipi di condizionamenti (sia ambientali sia psicologici). Inoltre, essi si presentavano con caratteristiche e comportamenti assai simili tra loro. Ciò venne da molti considerato come un preciso segnale che indicava che il variegato mondo della psi poteva essere l’espressione di un unico fenomeno.  Infatti, le condizioni favorenti l’emergenza della psi (in particolare il set ed il setting) contribuiscono pressoché in ugual misura a migliorare i risultati delle prove sia che si stia sperimentando la chiaroveggenza, sia la telepatia, sia la precognizione, sia la PK. Lo stesso vale per il cosiddetto effetto declino che si manifesta con le stesse modalità sia nel caso dei fenomeni ESP, sia nel caso dei fenomeni PK. Tutti i fenomeni psi, inoltre, sembrano comportarsi in ugual maniera quando sono confrontati con le limitazioni spaziali e temporali. Infine, ricordo l’effetto pecore-capre e lo psi-missing e quello dovuto alla caratteristiche di introversione e di estroversione dei soggetti che sono condivisi da tutta la fenomenologia paranormale. Credo che questi siano i fattori più importanti che contribuirono a questa svolta, ma ve ne sono diversi altri che risparmio al lettore.

Attualmente questa visione unitaria della psi non è condivisa da tutti i parapsicologi (vedi Cassoli, P. 1990; Brooks, P. 1973) buona parte dei quali accetta alcuni fenomeni, e ne nega altri con infinite sfumature tra una posizione e l’altra. A questo proposito, merita ricordare l’opinione di Richard Broughton (1994) che invita a non prendere troppo alla lettera la classificazione dei fenomeni paranormali sopra riportata: “A volte è necessario, anche per gli stessi parapsicologi,  ricordare che la psi, l’ESP o la PK non sono forze indipendenti, capacità o cose che possono essere misurate e quantificate in qualche modo. Questi termini sono semplici etichette, una sorta di simbolo stenografico utilizzato per quelle interazioni che costituiscono anomalia nella comprensione scientifica attuale”.

Il fenomeno precognitivo sembra essere quello maggiormente contestato. Ad esempio, Fiona Steinkamp (2000) scrive: “ C’è stata una lunga controversia in parapsicologia se esistesse una vera forma di precognizione. Diversi studiosi ritengono che ciò che appare essere un’informazione precognitiva potrebbe invece essere un altro fenomeno psi che avviene in tempo reale (chiaroveggenza, telepatia, PK, o un misto di questi fenomeni)”, (vedi anche Morris, R.L. 1983; Griffin, D.R. 1993)

Altri credono che la gente possa semplicemente causare ciò che essa crede di prevedere usando inconsapevolmente le proprie capacità PK (Tanagras, A. 1949; Eisenbud, J. 1982).

Mundle (1978) suggerisce la possibilità che la precognizione non esista affatto. Il sensitivo potrebbe sondare per chiaroveggenza l’ambiente ed estrapolare dalle informazioni ottenute i dati utili per fare le predizioni più probabili.

Anche il fenomeno della chiaroveggenza ha trovato, nella storia della parapsicologia i suoi oppositori. Carington (1945), ad esempio, ha suggerito che ciò che in certi esperimenti appare trattarsi di chiaroveggenza potrebbe consistere di un fenomeno precognitivo. Il sensitivo non “vedrà” in tempo reale, ad esempio in un mazzo di carte coperto, quale è l’esatta successione delle carte, ma si proietterà mentalmente nel futuro per “vedere” alla fine della prova, quando si farà il controllo delle carte, quale sarà la loro successione. In base a quel che avrà visto nel futuro darà la sua risposta nel presente. Inoltre, molti fatti di presunta chiaroveggenza si possono spiegare con la telepatia.

La telepatia non ottiene miglior sorte. Ad esempio, J. Palmer (1996; 1997) afferma che una delle funzioni di solito attribuite alla psi è quella di influenzare la conoscenza e/o il comportamento di altri organismi. L’esempio più comune è la telepatia, ma anche in questo caso le cose non sono chiare. Il fatto che sia l’agente o il percipiente il responsabile dell’effetto telepatico è stato a lungo dibattuto dai parapsicologi (Rhine, J.B. 1956) e si dubita anche che la telepatia esista come fenomeno distinto della psi (Rhine, J.B.1945). Essa, inoltre, come già detto, può confondersi con la chiaroveggenza.

Questo clima di totale disorientamento nel comprendere la reale essenza dei fenomeni paranormali può essere sintetizzato in questo semplice esempio: in un tipico test di ESP un soggetto deve indovinare o descrivere in tempo reale, un bersaglio remoto e supponiamo che ci riesca perfettamente. A questo punto si aprono diverse possibilità interpretative del fenomeno:

 

-         si tratta di chiaroveggenza pura?

-         il soggetto ha percepito telepaticamente il pensiero dello sperimentatore che ha scelto il bersaglio?

-         il soggetto con una OBE ha raggiunto e conosciuto il bersaglio?

-         il soggetto ha impiegato qualche altra forma di psi, o un condensato di più forme, per conoscere il bersaglio?

-         ha agito per via PK per favorire la scelta di quel bersaglio?

-         o cos’altro ancora?

Il minimo che si può provare dalla lettura di questo semplice esempio è un forte senso di disorientamento.

Anche due fenomenologie dai più ritenute sostanzialmente distinte, come l’infestazione ed il poltergeist, in tempi recenti sono sempre più viste sotto la medesima luce al punto che rileviamo in modo crescente posizioni autorevoli che le considerano come espressioni diverse di uno stesso fenomeno (Aiazzi, P. 2001b e bibliografia citata).

Nemmeno la PK è stata immune dalla speculazione parapsicologica.  Per quel che riguarda la micro-PK, ben presto si presentò il problema di distinguerla da altre forme di psi, la precognizione in primo luogo. “E’ il soggetto che influenza il processo casuale (negli esperimenti con i generatori di numeri casuali), oppure in qualche modo vede nel futuro così da sapere quando premere il pulsante (o iniziare una sequenza di prove) per ottenere il risultato migliore? (Broughton, R.S.1994)”. Questa seconda possibilità è il punto di forza di una recente teoria, molto controcorrente, e perciò anche fortemente contestata da alcuni, ma che ha sollevato un certo scalpore. Si tratta della teoria DAT di Edwin May et al. (1995) che spiega parte dei processi PK come dovuti essenzialmente a fenomeni precognitivi. Questa teoria trova per ora una possibile applicazione solo nel campo della micro-PK e più specificatamente negli esperimenti chi si avvalgono di generatori di numeri casuali.  May e collaboratori vorrebbero, con ulteriori perfezionamenti della propria teoria, restringere sempre di più l’importanza della PK in parapsicologia, forse per annullarla del tutto a favore, come detto, della precognizione.

Negli esperimenti in cui si cerca di variare a distanza alcuni parametri fisiologici di una persona bersaglio (ad esempio la resistenza elettrica cutanea) si può ritenere che si tratti di una influenza PK (Braud, W.G. & Schlitz, M.A 1991). Al contrario, questo tipo di esperimento potrebbe sottintendere un’influenza telepatica sul soggetto che per proprio conto, all’arrivo del messaggio, risponde variando inconsapevolmente i valori della sua resistenza elettrica cutanea. Ancora una volta ci imbattiamo in una situazione di totale incertezza dove lo stesso fenomeno può avere più di una chiave di lettura. Ma, come abbiamo visto, questo comportamento bizzarro e fastidioso sembra essere proprio una caratteristica imprescindibile del mondo del paranormale.

Le stesse considerazioni, e perplessità, le troviamo anche nella sfera dei pranoterapeuti. E’ il guaritore che trasmette una misteriosa energia al soggetto che ne migliora lo stato di salute? O si tratta di un’influenza telepatica (o suggestiva) da parte del guaritore sul paziente che scatena in quest’ultimo una serie di reazioni fisiologiche e biochimiche che in qualche modo favoriscono la guarigione? E’ una questione ancora irrisolta.

Cosa bisogna pensare, inoltre, quando una persona-agente cerca d’influenzare il comportamento di un animale o di un microrganismo? Esiste un effetto telepatico tra uomo ed animale, almeno tra quelli superiori? O si tratta di PK? Non lo sappiamo.

Sembra invece più plausibile che la PK intervenga quando si cerca di agire sul comportamento di un sistema fisico, ossia sullo stato di quiete e di moto di un oggetto inanimato macroscopico. Ma gli esperimenti relativi a questi particolari fenomeni sono stati sufficientemente provati? Il più delle volte la macro-PK non è mai uscita dalla fase aneddotica, scarsa è la sperimentazione seria e sufficientemente convincente che è stata condotta. A causa di alcune sostanziali differenze tra la macro e la micro-PK, c’è chi si chiede  (Broughton, R.S. 1994) se esse siano lo stesso fenomeno o se siano fenomenologie distinte. Ed infine, come mai non siamo ancora riusciti ad evidenziare questa misteriosa forza psicocinetica che legherebbe gli esseri viventi al mondo circostante?

Come visto, anche la PK, in qualsiasi modo la vogliamo considerare, naviga in un mare pieno di ombre di incertezza. Tuttavia, ricordo che esistono anche altre chiavi di lettura di questi eventi che sono meno fantascientifiche di quel che a prima vista potrebbero sembrare e verso le quali l’avanguardia dei parapsicologi appare nutrire un fortissimo interesse.

Infatti, chi può escludere che tra agente e bersaglio (essere vivente o sistema inanimato) non si venga ad instaurare una specie di simbiosi, di effetto non-locale, come nel caso delle particelle atomiche, attraverso il quale sensitivo e bersaglio formano un unico sistema, un corpo unico senza soluzione di continuità? Verrebbero così a cadere le limitazioni spazio-temporali e tra causa ed effetto non sarebbe più necessario che si interponga alcuna forma di energia misteriosa che nessuno sino ad ora ha mia visto e dimostrato. E’ una visione certamente di stampo olistico, non locale, ma molti parapsicologi ne sono influenzati ed affascinati e non  nascondono il loro interesse al riguardo (ad esempio:  Braud, W.G., & Schlitz, M.A. 1991). E quale ruolo viene ad occupare lo sperimentatore nel corso della sperimentazione? Anche lui entra nel sistema sensitivo-bersaglio con le sue capacità psi rendendo in questo modo le cose più ingarbugliate? Le teorie osservazionalistiche vedono la sensitività scaturire proprio nel momento in cui lo sperimentatore verifica i risultati delle prove, annullando così l’azione del sensitivo o ridimensionandone di molto l’importanza.

La parapsicologa  G. Schmeidler (1987) ha proposto che esista un conitinuum nella fenomenologia paranormale ad un estremo del quale si posizionerebbe la PK pura (senza alcuna traccia di ESP). Spostandoci da questo estremo vedremmo aumentare la componente ESP e diminuire nel contempo la PK. Raggiunto il secondo estremo troveremmo solo la ESP senza traccia di fenomeni di tipo fisico. Questa visione delle cose spiegherebbe perché tanti fenomeni si pongono in una zona indefinita all’interno della quale è pressoché impossibile etichettarli come sicuramente di natura PK o di natura ESP. In effetti, secondo la Schmeidler, il più delle volte i fenomeni paranormali avrebbero un po’ il carattere e la natura di entrambi, ed il prevalere dell’uno o dell’altro dipenderebbe dalle nostre preferenze o dall’interpretazione che ne vogliamo dare.

A pensare che i fenomeni ESP e PK potrebbero essere la stessa cosa, o che uno possa essere una foma dell’altro, sono in parecchi ( Braude, S.E. 1979 ; Nash, C.B. 1983 ; Rhine, J.B. 1974; Schmidt, H. & Pantas, L. 1972; Stanford, R.G. 1977a, 1977b, 1978; Storm, L. &Thalbourne, M.A. 2000; Watt, C.A. & Gissurarson, L.R. 1995), tanto per citarne alcuni.

Una possibilità in questo senso, verso la quale mi sento sempre più attratto, è quella di ammettere che esista una sola facoltà psi che, a seconda delle finalità sperimentali, delle preferenze consce o inconsce del soggetto, delle aspettative dello sperimentatore o di situazioni contingenti (sia oggettive o di contesto più generale), etc., possa manifestarsi secondo varie modalità etichettabili con i termini fin qui usati per indicare i diversi tipi di fenomeni paranormali. Un po’ come la dualità onda-particella della fisica quantistica: a seconda delle scelte e delle aspettative dello sperimentatore e della adozione di questo o quel sistema di misura, avremo la materializzazione quasi magica di un’onda oppure di una particella.

Su questa linea stanno lavorando alcuni parapsicologi che hanno proposto alcune teorie che si propongono di cambiare gli schemi sino ad ora ritenuti validi. Gli ultimi, in ordine di tempo, a mia conoscenza, sono Storm e Thalbourne (2000) con la teoria della psicopraxia. Questa prevede una sola classe di fenomeni psi e sarebbero il modo di funzionare della mente, le aspettative, lo scopo che ci si propone, etc, che modulerebbe il fenomeno paranormale secondo diversi aspetti di manifestazione. Altre recenti interessanti teorie basate su concetti tendenzialmente unitari con risvolti olistici e non locali sono quelle dei campi semantici di Christine Hardy  (1999) ed il modello dell’informazione pragmatica di Walther von Lucadou (1995) che vede l’essenza dei fenomeni psi, sia di tipo ESP che PK, come l’espressione di correlazioni significative non locali tra un essere vivente e l’ambiente. Tendenzialmente ad indirizzo unitario è anche il “Conformance Behaviour Model” di R.G. Standford (1990) che ipotizza che ogni fenomeno psi sia riducibile alla  PK la quale agirebbe per via inconscia per soddisfare le nostre necessità. Fermando la nostra analisi retrospettiva ad un passato prossimo, per completare il quadro ricordo le teorie osservazionalistiche  (E.H. Walker 1975) che fanno riferimento ad alcuni aspetti paradossali della meccanica quantistica per spiegare la psi, ed  il modello teleologico di H. Schmidt (1972;1978) secondo il quale l’ESP e la PK sono aspetti di un principio psi comune mediante l’azione del quale la realtà è modificata per raggiungere uno scopo.

Alcune delle idee base di queste teorie risalgono ad un periodo ormai lontano nella storia della parapsicologia e più precisamente a quando il notissimo psicologo e parapsicologo Gardner Murphy (1945) pubblicò la sua teoria del campo interpersonale. Per Murphy, due o più persone riunite in un compito comune, pur mantenendo la loro individualità, in un qualche modo formano una singola entità psichica, o campo interpersonale, le cui potenzialità sono superiori alla somma delle sue parti costituenti. In questo modo, la psi abbandona il suo ruolo tradizionale di comunicazione tra parti separate per assumere quello di effetto che si produce all’interno di un sistema. A questo campo interpersonale non si possono applicare le leggi che valgono per i singoli individui, ma occorre scoprire nuove leggi che abbiano valore per gruppi di persone formanti un’unica entità.

 

Conclusioni

La confusione che regna nel paranormale probabilmente ha superato ogni limite accettabile. A mio parere, e nonostante tutto, rimango abbastanza ottimista. Ritengo che la confusione alla lunga generi un punto di rottura che induce alla riflessione, al bisogno d’ordine, alla fuga da schemi concettuali che si sono dimostrati sterili per spiegare alcunché. Si va allora alla ricerca di nuove vie e di nuove idee. Le ipotesi, le teorie, i modelli interpretativi che vengono proposti per superare questo stato confusionale sono spesso provvisori, inadeguati ed in contraddizione tra di loro. Di solito avviene che da questa seconda forma di confusione sorga dapprima una tendenza di pensiero sulla quale sempre di più gli studiosi concordano e fanno fronte comune. Alla fine, e qui si inserisce il mio speranzoso ottimismo, qualcosa di radicalmente nuovo compare all’orizzonte che dilegua, come nebbia al sole, le precedenti incertezze e risolve in modo elegante ed esaustivo l’intero problema. Infatti, come sopra illustrato, si è già da tempo manifestata una nuova tendenza, non ancora condivisa da tutti ma in pieno sviluppo, che riconosce limiti meno drastici tra le varie forme di psi sin qui riconosciute ed al cui interno ogni tipo di fenomeno sfuma negli altri quasi a sottintendere una diversità di forma ma non di sostanza. Se questa nuova visione troverà piena conferma, la classificazione della fenomenologia paranormale riportata all’inizio di questo articolo dovrà, necessariamente, essere vista sotto un’ottica diversa ( operativa piuttosto che teoretica). Tra gli ostacoli che si frappongono, a mio parere, all’affermazione delle sopraccitate teorie c’è il fatto che esse rivolgono troppa enfasi alla psi sperimentale lasciando in un’inspiegabile zona d’ombra la vastissima casistica spontanea. Non è detto che una situazione sperimentale rifletta in pieno la vera natura della psi. Bisognerà porre riparo a questa carenza.

A spingere molti parapsicologi a sposare, o a considerare con un certo interesse, questo modello unitario dei fenomeni psi, oltre alle risultanze sperimentali e speculative, a mio parere ha contribuito fortemente anche lo sviluppo straordinario che certi campi della scienza hanno avuto in questi ultimi decenni. Mi riferisco principalmente al campo della fisica, delle neuroscienze e della ricerca sulla coscienza. Specialmente la prima ha contribuito a modificare un modo di concepire la natura ormai fossilizzato entro schemi troppo angusti e nel fare questo ha influenzato anche altre discipline scientifiche e la stessa filosofia. Sempre più si parla di comportamento olistico, di non località, di universo olografico, di particelle superluminali, di teletrasporto quantistico, di nuove dimensioni, etc. Nel campo degli studi sulla coscienza, la visione dualistica del problema mente-corpo sembra resistere e farsi strada nonostante le tante voci contrarie. Sotto queste spinte, i precedenti modelli meccanicistici, riduzionistici e deterministici della natura si dimostrano sempre più inadeguati a sostenere il peso di una rivoluzione in continuo sviluppo. Specialmente i fisici teorici si fanno sempre più arditi e propongono modelli dell’universo retti da regole che sempre meno appaiono in disaccordo con quanto i parapsicologi da tempo, seppure in modo confuso, vanno proponendo.

Dr. Enrico Marabini

     

                                                                                                                                                                                                                                                                                               www.valchiria.com ©