 
Bram Stoker
DRACULA
Titolo originale dell'opera: "Dracula".
Prima edizione 1979.
Capitolo I
DIARIO DI
JONATHAN HARKER
3
Maggio, Bistrita. Lasciata Monaco alle 20,35 dei primo maggio, giunto a
Vienna il mattino dopo presto; saremmo dovuti arrivare alle
6,46, ma il treno aveva un'ora di ritardo. Stando al poco che ho
potuto vederne dal treno e percorrendone brevemente le strade,
Budapest mi sembra una bellissima città. Non ho osato
allontanarmi troppo dalla stazione, poiché, giunti in ritardo,
saremmo però ripartiti quanto più possibile in orario. Ne ho
ricavato l'impressione che, abbandonato l'Occidente, stessimo
entrando nell'Oriente, e infatti anche il più occidentale degli
splendidi ponti sul Danubio, che qui è maestosamente ampio e
profondo, ci richiamava alle tradizioni della dominazione turca.
Siamo partiti quasi in perfetto orario, e siamo giunti a buio
fatto a Klausenburg, dove ho pernottato all'albergo Royale. A
pranzo, o meglio a cena, mi è stato servito pollo cucinato con
pepe rosso, buonissimo, ma che mi ha messo una gran sete (Ric.:
farsi dare la ricetta per Mina). Ne ho parlato con il cameriere,
il quale mi ha spiegato che si chiama "paprika hendl", e che,
essendo un piatto nazionale, avrei potuto gustarlo ovunque nei
Carpazi. Ho trovato assai utile la mia infarinatura di tedesco;
in verità, non so come potrei cavarmela senza di essa.
Poiché a Londra avevo avuto un po' di tempo a disposizione, mi
ero recato al British Museum, nella cui biblioteca avevo
compulsato libri e mappe sulla Transilvania: mi era balenata
l'idea che avrebbe potuto essermi utile qualche informazione sul
paese, visto che dovevo entrare in rapporti con un nobile del
luogo. Ho scoperto che il distretto da questi indicato si trova
ai limiti orientali del paese, proprio alla convergenza di tre
stati, Transilvania, Moldavia e Bucovina, al centro della
regione carpatica, una delle più selvagge e meno conosciute di
Europa. Non sono riuscito a scovare su nessuna mappa o testo
l'esatta localizzazione di Castel Dracula poiché non esistono
carte di questo paese paragonabili alle nostre, edite
dall'Ufficio Topografico Militare; comunque ho costatato che
Bistrita, la città di guarnigione indicata dal Conte Dracula, è
piuttosto nota. Riporto qui alcuni appunti da me presi in
quell'occasione e che mi serviranno da promemoria quando
racconterò del mio viaggio a Mina.
In Transilvania vivono quattro nazionalità diverse: al sud,
Sassoni, cui si mescolano i Valacchi discendenti dei Daci;
Magiari a ovest, e Szekely a oriente e a nord. Sto recandomi tra
questi ultimi, i quali si affermano discendenti da Attila e
dagli Unni. E può essere benissimo, perché quando i Magiari
conquistarono il paese nell'undicesimo secolo, vi trovarono già
stanziati gli Unni. A quanto ho letto, non v'è superstizione al
mondo che non si annidi nel ferro di cavallo dei Carpazi, quasi
fosse il centro di una sorta di vortice dell'immaginazione; se
così fosse, il mio soggiorno può rivelarsi molto interessante. (Ric.:
devo chiedere al Conte informazioni su queste genti).
Non ho avuto un buon sonno, benché il letto fosse abbastanza
comodo, a causa di ogni sorta di strani sogni. Un cane ha
ululato tutta notte sotto la mia finestra, e forse anche questo
ha avuto effetto; o può darsi sia stata colpa della paprika,
tanto che ho bevuto tutta l'acqua della caraffa senza riuscire a
estinguere la sete. Mi sono addormentato verso mattino, e mi
sono svegliato a un insistente bussare all'uscio, sicché penso
di aver dormito sodo. Per colazione, ancora paprika, una specie
di semolino di granturco che chiamano "mamaliga", e melanzane
ripiene di carne trita, un piatto eccellente che è detto "impletata"
(Ric.: farsi dare anche questa ricetta). Ho dovuto sbrigarmi
perché il treno partiva poco prima delle otto o meglio avrebbe
dovuto, visto che, arrivato di corsa in stazione alle sette e
mezza, mi è toccato aspettare in carrozza per più di un'ora
prima della partenza. Ho l'impressione che, più si va a est,
meno puntuali siano i treni. Chissà come funzioneranno in Cina?
Per tutto il giorno mi è parso che si andasse quasi
bighellonando per un paese ricco di bellezze di ogni sorta. Di
tanto in tanto si scorgevano villaggi o castelli in cima a erti
colli quali si vedono in antichi messali; a volte procedevamo
lungo fiumi e torrenti che, stando ai larghi argini di pietra su
entrambe le rive, devono essere soggetti a violente piene.
Occorre molta acqua, e rapinosa, per spogliare della
vegetazione, come qui, la riva di un fiume. A ogni stazione,
gruppi di gente, a volte vere folle, in costumi d'ogni sorta.
Alcuni erano tali e quali i contadini su da noi o quelli che ho
visto attraversando Francia e Germania, con corte giacche,
cappelli rotondi e calzoni di stoffa tessuta in casa; ma ve
n'erano altri assai pittoreschi. Le donne parevano graziose
finché non le si vedeva da vicino quando ci si accorgeva che
erano troppo larghe di fianchi.
Tutte avevano grandi maniche bianche di questo o quel tipo, e la
maggior parte di esse portavano cinture a bustino ornate di
strisce di non so che tessuto, svolazzanti come i tutù delle
ballerine sotto le quali però, com'è ovvio, portavano gonnelle.
Più strani di tutti erano gli slovacchi, di aspetto più
barbarico degli altri, con larghi cappelli da mandriani, ampi
calzoni bianco sporco, camicie di lino bianco ed enormi
cinturoni di cuoio alti una trentina di centimetri e ornati di
borchie d'ottone. Portavano stivaloni in cui erano ficcati i
calzoni, lunghe chiome e baffoni neri. Sono molto pittoreschi,
ma nient'affatto tranquillizzanti. Visti su un palcoscenico, li
si scambierebbe senz'altro per un'antica banda di briganti
orientali, anche se, a quanto mi han detto, sono del tutto
innocui e piuttosto timidi.
Il crepuscolo trapassava nella notte quando siamo arrivati a
Bistrita, che è una vecchia città molto interessante. Posta
com'è quasi sul confine - il Passo Borgo porta infatti da essa
in Bucovina -, ha avuto un passato assai turbolento di cui
conserva indubbie tracce. Cinquant'anni fa si è verificata una
serie di grandi incendi che, per cinque volte di seguito, hanno
prodotto terribili devastazioni. All'inizio del diciassettesimo
secolo la città ha subito un assedio di tre settimane, e ha
perduto tredicimila anime, agli stermini della guerra vera e
propria sommandosi fame ed epidemia.
Il Conte Dracula mi aveva indirizzato alla locanda Golden Krone,
che si è rivelato in tutto e per tutto vecchio stile, e con mia
gran gioia perché, com'è ovvio, vorrei conoscere più a fondo
possibile le usanze del paese. Ero evidentemente atteso perché
sulla soglia sono stato accolto da una donna anziana dall'aria
cordiale, con indosso il solito costume contadino: camicia
bianca con un lungo grembiule doppio, davanti e dietro, di
stoffa colorata e quasi troppo attillato per essere modesto. Al
mio avvicinarsi, la donna ha fatto la riverenza e ha chiesto:
"Voi "Herr" inglese?" "Sì" ho risposto "sono Jonathan Harker".
Lei ha sorriso e ha detto qualcosa a un uomo anziano in maniche
di camicia bianca che l'aveva seguita, il quale è scomparso per
riapparire subito dopo con una lettera:
"Caro amico,
benvenuto nei Carpazi. Vi attendo con ansia. Dormite bene questa
notte. Domattina alle tre parte la diligenza per la Bucovina,
sulla quale è stato fissato un posto per voi. Al Passo Borgo
sarete atteso dalla mia carrozza che vi condurrà da me. Spero
che il viaggio da Londra sia stato buono, e che vi sia piacevole
il soggiorno nel mio bel paese.
Il vostro amico
Dracula.
4 maggio. Ho scoperto che il mio locandiere ha ricevuto una
lettera del Conte con l'incarico di prenotarmi il miglior posto
sulla diligenza; ma quando ho cercato di saperne di più, è parso
reticente e ha finto di non capire il mio tedesco, cosa che
potrebbe anche non esser vera, perché fino a quel momento
l'aveva compreso, e bene; per lo meno, rispondeva alle mie
domande esattamente come se così fosse. Egli e la moglie, la
donna anziana che mi aveva accolto, si scambiavano occhiate che
direi impaurite. Ha borbottato che il denaro era stato spedito
per lettera, e che era tutto quanto sapeva. Quando gli ho
chiesto se conosceva il Conte Dracula, e se poteva dirmi
qualcosa del castello di questi, sia lui che la moglie si sono
segnati e, affermando di essere all'oscuro di tutto, si sono
semplicemente rifiutati di aprir bocca. L'ora della partenza era
così prossima che non ho avuto il tempo di interrogare altri;
tutto è assai misterioso e nient'affatto rassicurante.
Proprio prima che lasciassi l'albergo, la donna è venuta in
camera mia e ha preso a blaterare concitatamente:
"Dovete voi andare? Oh, giovane "Herr", dovete voi proprio
andare?"
Era in uno stato di agitazione tale che sembrava aver
dimenticato quel po' di tedesco che sapeva, al punto che lo
mischiava a un'altra lingua che ignoravo completamente: sono
riuscito a seguirla solo chiedendole più e più volte di
ripetere. Quando ho detto che dovevo partire subito, che avevo
importanti affari da sbrigare, ha insistito:
"Ma voi sapete quale giorno è oggi?" Le ho risposto che era il
quattro di maggio. Lei ha scosso la testa, e poi:
"Oh, sì! Io so, io so bene! Ma sapete voi che giorno è questo?"
Ho replicato che non capivo a che cosa si riferisse, e lei:
"È vigilia di giorno di San Giorgio. E non sapete voi che a
mezzanotte in punto forze malefiche di mondo hanno pieno potere?
Voi non sapete dove andate, e verso che cosa?" Appariva in così
palesi angustie che ho cercato di confortarla, ma invano, e alla
fine si è gettata in ginocchio, implorandomi di non partire, di
aspettare almeno un giorno o due. Era una situazione ridicola e
tuttavia non mi sentivo affatto a mio agio. Comunque, avevo
impegni precisi e non potevo tollerare intralci. Ho fatto quindi
per sollevarla, dicendole, con tutta la serietà possibile, che
la ringraziavo ma che non potevo rinviare il mio appuntamento, e
che dovevo andare. Lei allora si è rimessa in piedi,
asciugandosi gli occhi, e si è tolta una crocetta che portava al
collo, porgendomela. Non sapevo che fare perché, essendo
anglicano, mi era stato insegnato a considerare oggetti simili
poco meno che idolatrici, e d'altra parte mi sembrava assai poco
gentile opporre un rifiuto a una donna anziana animata da così
buone intenzioni e nello stato d'animo in cui trovava. Suppongo
che essa mi abbia letto il dubbio in viso, perché mi ha messo al
collo il rosario cui era appesa la crocetta, dicendo: "Per amore
di vostra madre" e se n'è andata. Sto scrivendo queste righe
mentre aspetto la diligenza che, naturalmente, è in ritardo; e
la croce l'ho ancora al collo. Non so se è per via delle paure
della locandiera, delle molte, lugubri tradizioni di questi
luoghi, o addirittura della crocetta, fatto sta che mi sento
inquieto come non mai. Se questo quaderno dovesse pervenire a
Mina prima che io torni da lei, che le rechi il mio addio. Ecco
la diligenza!
5 maggio. Al castello. Il pallore del mattino è trascorso, e il
sole è alto sul lontano orizzonte che appare frastagliato, non
so se da alberi o alture: è così remoto, che le cose grandi e
piccole risultano indistinguibili. Voglia di dormire non ne ho,
e poiché è inutile che me ne stia senza far niente, sveglio e in
attesa di una chiamata, tanto vale che scriva finché il sonno
non arriva. Ci sono molte cose strane da registrare e, per tema
che chi le legge possa pensare che io abbia cenato troppo
copiosamente prima di lasciare Bistrita, ecco di che è
consistito il mio pasto: ho mangiato quella che chiamano
"bistecca del ladro" - pezzetti di pancetta, cipolla e bue,
insaporiti con pepe rosso, infilzati su spiedini e arrostiti
sulla brace, proprio come si fa a Londra con la carne di manzo!
Il vino era un Mediasch bianco, che lascia uno strano ma niente
affatto sgradevole pizzicorino sulla lingua. Ne ho bevuti solo
un paio di bicchieri, e basta.
Quando sono salito in vettura, il cocchiere non era ancora
montato in serpe e l'ho visto chiacchierare con la locandiera.
Stavano evidentemente parlando di me, poiché di quando in quando
mi sogguardavano, e alcuni di coloro che stavano seduti sulla
panca fuori dall'uscio - quella che qui indicano con un termine
che significa "portaparola" - si sono avvicinati ad ascoltare,
per poi squadrarmi, per lo più con aria compassionevole. Sentivo
ripetere più e più volte certe parole, strane parole, perché del
gruppo facevano parte individui di varie nazionalità. E allora,
zitto zitto, ho cavato dalla sacca da viaggio il dizionario
poliglotta e ve le ho cercate. Devo ammettere che non mi sono
piaciute affatto, perché tra esse erano "Ordog", "Satana", "pokol",
"inferno", "stregoica", "strega", "vrolok" e "vloslak", entrambi
aventi lo stesso significato: l'uno in slovacco e l'altro in
serbo, vogliono dire qualcosa come lupo mannaro o vampiro. (Ric.:
devo parlare con il Conte di queste superstizioni.) Al momento
della partenza, quanti formavano capannello all'uscio della
locanda - e nel frattempo era divenuto una piccola folla - si
sono tutti segnati, puntandomi contro due dita. Solo con una
certa difficoltà sono riuscito a convincere uno dei miei
compagni di viaggio a spiegarmene il significato; dapprima
quegli non voleva aprir bocca, ma poi, saputo che ero inglese,
ha detto trattarsi di un incantesimo o scongiuro contro il
malocchio. Non era una cosa molto lusinghiera per me che mi
accingevo a partire verso un luogo sconosciuto, per incontrarmi
con uno sconosciuto; ma sembravano tutti gente di buoncuore, e
così rattristati e partecipi, che non potevo non esserne
commosso. Non scorderò mai l'ultima immagine del cortile della
locanda con la sua folla di figure pittoresche intente a
segnarsi al riparo dell'ampio portale, sullo sfondo del fitto
fogliame di oleandri e aranci raccolti in verdi vasi al centro.
Poi il cocchiere, i cui ampi calzoni candidi - "gotza", li
chiamano - coprivano l'intero sedile, ha fatto schioccare la
frusta sulle groppe dei quattro cavallini, e il viaggio ha avuto
inizio.
Grazie alla bellezza del paesaggio che attraversavamo, ho ben
presto dimenticato ogni ultraterrena paura, benché forse, se
avessi conosciuto la lingua, o meglio le lingue parlate dai miei
compagni di viaggio, non mi sarebbe riuscito altrettanto facile.
Davanti a noi, una terra verde e ondulata, coperta di foreste e
boschi, e di quando in quando erti colli coronati da folteti o
da fattorie con il nudo retro aguzzo prospiciente la strada.
Ovunque, una rigogliosissima fioritura di alberi da frutto -
meli, pruni, peri, ciliegi; e, passando, vedevo l'erba fresca ai
loro piedi cosparsa di petali.
Addentrandosi tra quei verdi colli, e sbucandone, la strada
serpeggiava per questa che chiamano "Mittel Land" ora sparendo
alla vista dietro una svolta erbosa ora nascosta dalle cime
irregolari delle pinete che svettavano sui pendii come lingue di
fiamma. La strada era irregolare, pure sembravamo volarvi sopra
con fretta febbrile. Non mi rendevo conto, allora, del perché di
tanta furia, ma era evidente che il cocchiere voleva giungere a
Borgo Prund, cioè a Passo Borgo, senza por tempo in mezzo. Mi è
stato detto che codesta strada è ottima d'estate, ma che non è
stata ancora riassestata dopo le nevi invernali. Da questo punto
di vista, dunque, differirebbe dal modo in cui generalmente sono
tenute le strade dei Carpazi, per tradizione assai trascurate.
In antico, gli "hospadar" si rifiutavano di ripararle per tema
che i turchi pensassero che le stessero apprestando all'arrivo
di truppe straniere, in tal modo affrettando una guerra sempre
in procinto di scoppiare.
Oltre le verdi colline ondulate della "Mittel Land" si levavano
imponenti pendici boscose fino ai maestosi dirupi dei Carpazi
veri e propri. Torreggiavano a destra e a sinistra, e la luce
del sole pomeridiano, investendole in pieno, faceva risaltare
tutti gli splendidi colori di codesta bella catena, l'azzurro
cupo e il viola all'ombra dei picchi, il verde e il bruno là
dove rocce ed erba si confondevano, e una prospettiva illimitata
di rocce frastagliate e creste aguzze, che si perdeva in
lontananza, dove picchi innevati si drizzavano maestosi. Qua e
là, imponenti crepacci spaccavano i monti, e in essi il sole
ormai declinante di tanto in tanto rivelava il bianco schiumare
di una cascata. Uno dei miei compagni di viaggio mi ha toccato
il braccio mentre, aggirata la base di una collina, compariva
l'alta cima incappucciata di neve d'un monte che, per via delle
tortuosità del cammino, sembrava starci proprio di faccia.
"Guardate! "Isten szek"" - il trono di Dio -, e si è segnato con
reverenza.
E via e via s'andava per la nostra lunghissima strada tutta
curve, e il sole sempre più scendeva alle nostre spalle, mentre
le ombre della sera cominciavano ad addensarsi all'intorno, rese
tanto più cupe dal fatto che la cima innevata, ancora colpita
dall'astro al tramonto pareva ardere d'un rosa delicato. Ogni
tanto sorpassavamo cechi e slovacchi nei loro pittoreschi
costumi ma, ho notato, per lo più affetti da gozzo. Ai bordi
della strada, si vedevano numerose croci e, transitando, i miei
compagni non mancavano mai di segnarsi. Di quando in quando,
davanti a una cappelletta sostava in ginocchio un contadino, una
contadina, che neppure volgevano il capo al nostro passaggio,
talmente assorti nella preghiera da non avere occhi né orecchie
per il mondo esterno. Molte erano le cose per me insolite: per
esempio, le biche di fieno tra i rami degli alberi, e qua e là
bellissimi ciuffi di betulle resinose i cui bianchi tronchi
splendevano come argento tra il verde delicato del fogliame. A
volte superavamo un carro a pianale - il tipico veicolo dei
contadini - con la sua lunga spina dorsale serpentina, fatta
apposta per adeguarsi alle irregolarità della strada. E sopra,
contadini che tornavano a casa, i cechi con pelli di pecora
bianche, colorate quelle degli slovacchi, e questi impugnanti, a
mo' di lance, i lunghissimi manici delle loro scuri. Col calare
dell'oscurità ha cominciato a fare un gran freddo, e il buio
avanzante sembrava sommergere in una sola fosca caligine le
macchie cupe degli alberi, querce, faggi e pini, sebbene nelle
vallate che si insinuavano profondamente tra i contrafforti
delle colline, nel mentre che si saliva verso il passo singoli,
neri abeti si stagliassero su residue chiazze di neve. Talvolta,
là dove la strada tagliava per pinete che nell'oscurità
sembravano sul punto di piombarci addosso, i grandi banchi di
foschia, qua e là insinuantisi fra i tronchi, producevano un
effetto singolare, lugubre e solenne, risuscitatore di pensieri
e sinistre fantasie già evocati dalla sera incipiente, allorché
il sole al tramonto aveva conferito strano spicco alle nuvole
che nei Carpazi sembrano incessantemente sfilare per le valli. A
volte le salite erano così erte che, nonostante la fretta del
nostro conducente, i cavalli dovevano andare al passo. Ho
proposto di scendere dalla diligenza e seguirla a piedi, come si
fa da noi, ma il cocchiere non ha voluto saperne. "No, no"
diceva "qui non possibile andare a piedi; cani troppo
pericolosi" soggiungendo poi - e doveva essere chissà che gran
battuta, perché ha volto lo sguardo in giro, a cogliere il
sorriso d'intesa degli altri - "e ne avete poi basta, di cose
simili, prima che voi andare a letto." l'unica sosta che si è
concesso, è stata quella, rapidissima, per accendere i fanali.
Quando si è fatto buio, i passeggeri sono parsi in preda a
notevole agitazione, e continuavano a parlare con il conducente,
uno dopo l'altro, quasi a sollecitarlo ad andare più in fretta.
E quegli frustava spietatamente i cavalli con la sua lunga
sferza, e con aspre grida li incitava a ulteriori sforzi. Poi,
nel buio ho scorto qualcosa come una chiazza di luce grigia
davanti a noi, quasi nel colle s'aprisse un varco. Maggiore si è
fatta l'agitazione dei passeggeri; la sgangherata carrozza
ondeggiava sui molloni di cuoio, rollando come una imbarcazione
sballottata da un mare in tempesta. Dovevo tenermi.
La strada s'è fatta più piana, e pareva che adesso volassimo.
Poi, i monti son parsi avvicinarcisi da ogni lato, guardandoci
arcigni; stavamo per entrare in Passo Borgo. Uno a uno, parecchi
passeggeri m'hanno offerto doni, insistendo perché li accettassi
con una partecipazione alla quale non si davano dinieghi; ed
erano oggetti di specie varia e singolare, ciascuno però dato
con semplice buona fede, accompagnato da una parola gentile, da
una benedizione, e con quello strano miscuglio di gesti
esprimenti paura, che già avevo notato davanti alla locanda di
Bistrita - il segno di croce, lo scongiuro contro il malocchio.
E a un certo punto, mentre s'andava di carriera, ecco il
cocchiere protendersi in avanti, e d'ambo i lati i passeggeri,
sporgendosi dalla carrozza, spiare ansiosi nel buio. Era
evidente che stava per succedere, o ci s'attendeva, qualcosa di
assai emozionante, ma, per quanto ne chiedessi a ogni mio
compagno di viaggio, nessuno ha voluto fornirmi la benché minima
spiegazione. Uno stato d'animo che è durato per un certo tempo;
e finalmente eccoci all'imboccatura orientale del Passo. Sul
nostro capo, nubi nere, trascorrenti, e, nell'aria, la
sensazione greve, opprimente, che precede il tuono. Si sarebbe
detto che la catena montana separasse due diverse atmosfere, e
che ora noi fossimo entrati in quella tempestosa. Anch'io adesso
scrutavo fuori dalla carrozza, alla ricerca della vettura che
doveva portarmi dal Conte. Di momento in momento, m'aspettavo di
scorgere nel buio il barlume dei fanali; ma tutto era tenebra.
Unica luce, il riflesso tremolante dei lumi della diligenza, e
nel suo alone il vapore dei nostri cavalli spronati senza requie
si levava in nuvola bianca. Ora si scorgeva la strada sterrata
stendersi bianca di fronte a noi, ma su di essa nessuna traccia
di veicolo. I passeggeri si sono ritratti con un sospiro di
sollievo che è parso suonare beffa al mio disappunto. Già mi
chiedevo che cosa mi convenisse fare, allorché il conducente,
data un'occhiata all'orologio, ha detto agli altri qualcosa che
ho afferrato a stento, tanto sommesso e appena udibile ne era
stato il tono; mi è parso che fosse: "Siamo in anticipo di
un'ora". Poi, volgendosi a me, in un tedesco peggiore del mio:
"Nessuna carrozza qui. Il "Herr" si vede che non è aspettato.
Lui viene con noi avanti in Bucovina, e ritorna domani o il
giorno dopo domani; meglio il giorno dopo domani". Mentre così
diceva, i cavalli si sono dati a nitrire, sbuffare e scalpitare
nervosi, sì che il cocchiere ha dovuto tirare fortemente sulle
redini. Poi, tra un coro di grida da parte dei contadini, tutti
intenti a farsi gran segni di croce, un calesse tirato da
quattro cavalli ci ha raggiunto, vi si è affiancato, si è
arrestato accanto alla diligenza. Ho potuto vedere, al lume dei
nostri fanali, come i raggi ne sono caduti su di essi, che i
cavalli erano neri come carbone, ed erano splendidi animali. A
guidarli era un uomo d'alta statura, con una lunga barba scura e
un gran cappello nero, che sembrava volerne celare il volto. Ho
scorto appena il luccichio d'un paio di occhi assai brillanti,
che sono parsi rossi alla luce delle lampade, come si rivolgeva
a noi dicendo al cocchiere:
"Siete in anticipo, questa sera, amico mio". L'altro ha
balbettato in risposta:
"Il "Herr" inglese aveva fretta" al che lo sconosciuto:
"Ed è per questo, suppongo, che volevate condurlo in Bucovina.
Non potete ingannarmi, caro amico; so troppe cose, io, e i miei
cavalli sono veloci". Parlando ha sorriso, e i fanali hanno
rivelato una bocca dal taglio duro, con labbra assai rosse e
denti aguzzi, bianchi come avorio. Uno dei miei compagni ha
sussurrato a un altro quel verso della "Lenore" di Burger che
dice:
"Denn die Toten witen schnell"
(Poiché i morti cavalcano lesti).
Lo strano conducente evidentemente ha udito le parole perché ha
volto gli occhi con il balenio di un sorriso, e il passeggero ha
girato il viso, in pari tempo puntando due dita e segnandosi.
"Datemi il bagaglio dell'"Herr"", ha ingiunto il nero
conducente; e, con eccessiva alacrità, le mie valige sono state
passate e poste sul calesse. Poi sono disceso dal lato della
diligenza vicinissimo al quale stava il calesse, aiutato dal
nero conducente la cui mano mi ha afferrato il braccio in una
stretta d'acciaio: doveva avere una forza prodigiosa. Senza una
parola, ha scosso le redini, i cavalli hanno compiuto un giro, e
ci siamo sprofondati nell'oscurità del passo.
Volgendo lo sguardo all'indietro, ho scorto il vapore salire
dalle rozze della diligenza, reso visibile dalla luce dei fanali
e, su quello sfondo, le figure dei miei compagni di viaggio
intenti a segnarsi e segnarsi; e poi il loro cocchiere ha fatto
schioccare la frusta dando una voce alle bestie, e via sono
corsi verso la Bucovina.
Come sono scomparsi nel buio, ho provato uno strano brivido, una
penosa sensazione di solitudine; ma un mantello mi è stato
gettato sulle spalle, una coperta sulle ginocchia, e il
conducente ha detto, in un ottimo tedesco:
"La notte è fresca, "mein Herr", e il Conte mio padrone mi ha
ordinato di aver cura di voi. C'è una bottiglia di slivovitz (la
grappa di prugne tipica della zona) sotto il sedile, qualora ne
abbiate bisogno." Non ne ho bevuto, ma era comunque confortante
sapere che era lì. Mi sentivo sbalestrato e non poco impaurito.
Penso che, vi fosse stata un'alternativa, ne avrei approfittato,
anziché proseguire quel viaggio notturno verso l'ignoto. Il
calesse filava diritto e veloce, quindi un giro completo e
abbiamo imboccato un'altra strada diritta.
Ho avuto l'impressione che percorressimo semplicemente, più e
più volte, la stessa carreggiata, e allora ho preso mentalmente
nota di certi punti salienti, e ho costatato che era proprio
così. Volentieri avrei chiesto al conducente che cosa tutto
questo significasse, ma a dire il vero temevo di farlo, pensando
che nella situazione in cui mi trovavo, nessuna protesta sarebbe
valsa ad alcunché, qualora vi fosse effettivamente l'intento di
tirarla in lungo. A un certo punto, tuttavia, curioso com'ero di
sapere quanto tempo fosse passato, ho acceso un fiammifero, e
alla sua fiammella ho dato un'occhiata all'orologio; mancavano
pochi minuti a mezzanotte, e alla costatazione ho avuto un
sobbalzo: suppongo che la diffusa superstizione circa la
mezzanotte avesse trovato alimento nelle mie recenti esperienze.
E ho atteso con un trepidante senso di malessere.
Poi un cane ha cominciato a ululare chissà dove, in una fattoria
lontana - un lungo, angosciato lamento, come di paura. E il
suono è stato ripreso da un altro cane, e poi da un altro e da
un altro ancora, finché, portato dal vento che ora spirava tenue
attraverso il passo, ha preso il via un selvaggio coro di
latrati, che sembrava provenire da ogni parte della regione,
quale almeno la mia immaginazione la concepiva nella tenebra
notturna. Al primo ululato, i cavalli hanno cominciato a
impennarsi e arretrare, ma il conducente ha rivolto loro parole
calmanti, e le bestie si sono acquetate, pur tremando e sudando
come dopo una fuga causata da un'improvvisa paura.
Poi, remoto, dai monti ai nostri fianchi ha preso il via un
ululato più sonoro e più aspro - quello di lupi - che ha colpito
allo stesso modo i cavalli e me, perché ho provato l'impulso di
balzare dal calesse e mettermi a correre, mentre le bestie
tornavano a rinculare, impennandosi pazzamente, sì che il
conducente ha dovuto far ricorso a tutta la sua grande forza per
impedir loro di scattar via imbizzarriti. Nel giro di brevi
istanti, tuttavia, il mio orecchio si è abituato al suono, e i
cavalli si sono tranquillizzati al punto che il conducente ha
potuto scendere di cassetta e portarsi di fronte a essi,
carezzandoli e placandoli, e sussurrando qualcosa al loro
orecchio, come ho udito che fanno gli addomesticatori di
cavalli; straordinario l'effetto: sotto le sue carezze, quelli
sono tornati affatto mansueti, pur continuando a tremare. Il
conducente è risalito a cassetta e, scosse le redini, è
ripartito a gran velocità. Questa volta, dopo essersi spinto
sino all'altra estremità del passo, d'un tratto ha imboccato una
stretta carreggiata che si dipartiva brusca alla destra.
Ben presto, eccoci attorniati da alberi, che in certi punti
formavano arco sopra la carreggiata, sì che passavamo come
attraverso una galleria; o ancora grandi, arcigne rupi ci
sovrastavano minacciose d'ambo i lati. Sebbene fossimo al
riparo, potevo udire il vento levarsi e gemere e fischiare tra
le rocce, e i rami degli alberi cozzare assieme mentre si
filava. La temperatura continuava a calare e calare, e una neve
fine, polverosa, ha preso a cadere, sicché ben presto noi e
quanto ci circondava siamo stati coperti da una coltre bianca.
Il vento penetrante tuttora portava l'ululare dei cani, sebbene
questo si facesse più fioco a mano a mano che si procedeva.
Più vicino, sempre più vicino, risuonava il latrare dei lupi,
quasi che convergessero su di noi da ogni parte. Sono stato
colto da una terribile paura, condivisa dai cavalli. Ma il
cocchiere non era minimamente turbato; lui continuava a volgere
il capo a destra e a sinistra. sebbene io non scorgessi nulla
nell'oscurità.
Improvvisamente, laggiù, a mano manca, ho visto una debole,
tremolante fiammella bluastra. Nello stesso istante, anche il
cocchiere l'ha vista, e subito ha bloccato i cavalli e, balzato
a terra, è scomparso nella tenebra. Non sapevo che fare, tanto
più che l'ululato dei lupi s'avvicinava, s'avvicinava; ma mentre
me lo chiedevo, riecco il cocchiere che, senza una parola, si è
rimesso in serpe e abbiamo continuato la corsa. Penso di essermi
addormentato e di aver continuato a sognare l'episodio, perché è
sembrato ripetersi all'infinito, e ora, a ripensarci, è come una
sorta di spaventevole incubo. A un certo punto, la fiammella è
comparsa così vicina alla strada, che persino nell'oscurità
circostante ho potuto notare i gesti del conducente. Il quale è
corso ratto al punto da cui la luce bluastra si era sprigionata
- e doveva essere tenuissima, poiché non sembrava affatto
illuminare la zona circostante - e, raccolto qualche sasso, li
ha disposti secondo un suo certo disegno. Una volta, si è
verificato anche uno strano effetto ottico: interponendosi tra
me e la fiamma, non l'ha nascosta, tant'è che ho continuato a
vederne lo spettrale lucore. Ne sono rimasto sbalordito ma,
essendosi trattato di un effetto solo momentaneo, ne ho concluso
che i miei occhi debbano avermi ingannato a furia di figgersi
nel buio. Poi, per qualche tempo, nessuna fiamma azzurrastra, e
noi siamo corsi veloci nell'oscurità, con l'ululato dei lupi
attorno a noi, quasi ci accompagnassero in mobile cerchio.
Alla fine, c'è stato un momento che il conducente si è
addentrato nella campagna più di quanto avesse fatto prima, e
durante la sua assenza i cavalli hanno cominciato a tremare più
che mai e a sbuffare e a nitrire di paura. Non riuscivo a
individuarne causa alcuna, essendo che le voci dei lupi si erano
affatto taciute; ma proprio in quella la luna, veleggiante tra
nere nuvole, è comparsa da dietro la cresta frastagliata di un
roccione strapiombante, irto di pini, e alla sua luce ho visto
tutt'attorno una cerchia di lupi, bianche zanne, rosse lingue
penzolanti, lunghe membra scarne, pelame irsuto. Erano cento
volte più terribili nel torvo silenzio in cui erano immersi, che
non prima, ululanti. Quanto a me, mi sono sentito come
paralizzato dalla paura. Solo allorché accada che un uomo si
trovi faccia a faccia con siffatti orrori, può egli capirne la
vera entità.
All'improvviso, i lupi hanno ripreso a ululare, quasi che la
luna avesse avuto chissà che effetto su di essi. I cavalli si
sono imbizzarriti rinculando, guardandosi attorno alla
disperata, con occhi roteanti in modo pietoso a vedersi; ma il
vivente anello di terrore li circuiva da ogni parte, e non
restava loro che rimanervi assediati. Ho dato una voce al
conducente perché tornasse, sembrandomi unica nostra risorsa
tentare di rompere il cerchio, in modo da permettergli di
riavvicinarsi alla carrozza. Gridavo, battevo il fianco del
calesse, sperando col rumore di spaventare i lupi e allontanarli
da quella parte, sì da dargli modo di saltare sul predellino.
Come sia giunto, lo ignoro, ma so di averne udito la voce
levarsi in tono di imperioso comando e, volgendo lo sguardo a
quella volta, l'ho visto ritto sulla carreggiata. Come ha
agitato le lunghe braccia, quasi a rimuovere qualche invisibile
ostacolo, ecco i lupi arretrare, arretrare sempre più. E in quel
preciso istante, un nuvolone ha nascosto il volto della luna,
ripiombandoci nell'oscurità.
Quando sono tornato a vederci, il cocchiere stava risalendo in
serpe, e i lupi erano scomparsi. Era, tutto questo, talmente
bizzarro e sinistro, che mi sono sentito invadere da una paura
tale, che non osavo parlare né muovermi. Correvamo per la strada
e il tempo sembrava interminabile, e ora eravamo nell'oscurità
quasi completa, poiché le nuvole trascorrenti celavano la luna.
Si continuava ad ascendere, con brusche discese di tanto in
tanto, ma nel complesso sempre in salita. D'un tratto, mi sono
reso conto che il cocchiere stava portando il calesse nel
cortile di un gran castello in rovina, dalle cui alte, negre
finestre non traspariva raggio di luce, e i cui merli crollanti
si disegnavano frastagliati contro il cielo rischiarato dalla
luna.
Capitolo II
DIARIO DI
JONATHAN HARKER
(Continuazione).
5 maggio. Sì,
devo aver dormito, perché, se fossi stato del tutto sveglio, non
avrei potuto non notare l'approccio a un luogo così singolare.
Nella semioscurità, la corte pareva di notevoli dimensioni, e
siccome parecchi anditi bui se ne dipartivano da sotto grandi
archi a tutto sesto, forse sembrava più spaziosa di quanto non
fosse in realtà. Ancora non ho avuto modo di vederla di giorno.
Fermatosi il calesse, il cocchiere ne è balzato a terra,
porgendomi la mano per aiutarmi a scendere, e una volta ancora
mi sono meravigliato della sua prodigiosa forza: una mano che
sembrava in realtà una morsa d'acciaio che, a suo capriccio,
avrebbe potuto stritolare la mia. Poi ha preso il mio bagaglio
mettendolo a terra ai miei piedi, di fronte a un grande portone,
antico e guarnito di grosse borchie di ferro, incastonato in un
portale aggettante di pietra massiccia. Potevo vedere,
nonostante la poca luce, che il portale era tagliato in un solo
pezzo, ma che i rilievi erano assai consunti dal tempo e dalle
intemperie. Mentre me ne stavo lì, il cocchiere è rimontato a
cassetta e ha scosso le redini; i cavalli sono ripartiti, e il
veicolo e quant'altro sono scomparsi in un buio andito.
Sono rimasto in silenzio dov'ero, non sapendo che fare. Non vi
era traccia né di campanello né di picchiotto, ed era
improbabile che la mia voce riuscisse a farsi udire di là da
quelle arcigne mura e da quelle negre aperture di finestre. Il
tempo che sono rimasto in attesa mi è parso interminabile, e mi
sentivo assediato da dubbi e paure. A che razza di luogo ero mai
approdato, e tra che gente? Che tetra avventura era quella in
cui mi ero imbarcato? Dovevo considerarlo un episodio corrente
nella vita dell'impiegato di uno studio legale spedito a
delucidare a uno straniero l'acquisto di una proprietà a Londra?
Impiegato di uno studio legale! A Mina la definizione non
garberebbe. Procuratore legale, piuttosto, perché, proprio sul
punto di lasciare Londra, m'è giunta comunicazione che avevo
superato l'esame; e ora sono un procuratore legale a pieno
diritto! Ho cominciato a fregarmi gli occhi e a pizzicottarmi,
per vedere se ero davvero sveglio. Mi sembrava, tutto questo, un
orrido incubo, e mi aspettavo di risvegliarmi d'un tratto e di
ritrovarmi a casa, l'alba intrufolandosi per le finestre, come
tante volte m'era accaduto dopo un giorno di intenso lavoro. Ma
la mia carne ha reagito alla prova dei pizzicotti, e i miei
occhi, impossibile ingannarli. Ero proprio sveglio, e tra i
Carpazi, e altro non mi restava che pazientare e attendere
l'arrivo dei mattino.
Ero appena giunto a questa conclusione, quando ho udito un passo
pesante venire alla mia volta di là dal gran portone e,
attraverso le fessure, è filtrato il raggio di una luce che
s'avvicinava. Poi, lo strepito dì catene, il clangore di pesanti
catenacci tirati. Una chiave ha girato con l'acuto stridore di
un lungo disuso, e il grande battente si è spalancato.
Dentro, stava un vecchio alto, accuratamente sbarbato a parte i
lunghi baffi bianchi, e nerovestito da capo a piedi, senza una
sola macchia di colore in tutta la persona. In mano reggeva una
vetusta lucerna d'argento, la cui fiamma ardeva senza tubo di
vetro né globo di sorta, proiettando lunghe, oscillanti ombre
come palpitava nello spiffero dell'uscio aperto. Con la destra,
il vecchio m'ha rivolto un cortese cenno d'invito, dicendo in un
ottimo inglese, ancorché di singolare cadenza:
"Benvenuto nella mia casa! Entrate libero e franco!"
Non ha accennato a venirmi incontro ma è rimasto immobile, come
una statua, quasi che il gesto di benvenuto l'avesse
pietrificato. Tuttavia, non appena ho varcato la soglia, si è
mosso d'un subito e, stendendo la mano, ha afferrato la mia con
un vigore tale da farmi sobbalzare, risultato nient'affatto
sminuito dal sembrare essa fredda come ghiaccio - più la mano di
un morto che di un vivo. E ha ripetuto:
"Benvenuto nella mia casa! Entrate libero e franco. Andatevene
poi sano e salvo, e lasciate alcunché della felicità che
arrecate!". La forza della stretta di mano era talmente simile a
quella del cocchiere, di cui non avevo scorto il volto, che per
un istante mi ha assalito il dubbio che si trattasse della
stessa persona. onde accertarmene, ho chiesto:
"Il Conte Dracula?" Quegli ha abbozzato un compito inchino,
rispondendo:
"Sono Dracula, e vi dò il benvenuto, signor Harker, in casa mia.
Entrate; l'aria notturna è fredda, e avrete bisogno di mangiare
e di riposarvi". Così dicendo, ha collocato la lucerna su un
braccio portalampada e, uscito, ha preso il mio bagaglio che ha
portato dentro prima che potessi impedirglielo. E alle mie
proteste ha replicato: "Orsù, signore, siete mio ospite. È
tardi, e la mia servitù si è già ritirata. Lasciate che mi
occupi io stesso di voi". Ha insistito per portare il mio
bagaglio lungo il corridoio e poi su per uno scalone a spirale,
e lungo un altro ampio corridoio, sul cui pavimento di pietra i
nostri passi echeggiavano cupi. In fondo a questo, ha aperto un
uscio pesante, e mi sono rallegrato alla vista di una stanza
bene illuminata in cui era una tavola apparecchiata con la cena,
e nell'immenso camino della quale fiammeggiava e splendeva un
gran fuoco di ceppi rincalzati di fresco.
Il Conte si è fermato, ha posato le mie valigie, ha chiuso
l'uscio, ha attraversato la stanza, ha aperto un'altra porta che
dava in una piccola camera ottagonale illuminata da una sola
lampada, in apparenza senza finestra di sorta. Attraversata
anche questa, ha aperto una seconda porta, facendomi cenno di
entrare. Una vista che mi ha rallegrato: una grande camera da
letto bene illuminata e riscaldata da un altro fuoco di legna
questo però acceso solo di recente, perché i ceppi non erano
consumati - che mandava un cavo ruggito su per l'ampia cappa. Il
Conte ha portato dentro il mio bagaglio e si è ritirato,
dicendo, prima di richiudere l'uscio:
"Avrete bisogno, dopo il vostro viaggio, di rinfrescarvi e di
rassettarvi. Spero che troverete tutto quanto vi occorre. Quando
siete pronto, favorite nell'altra stanza, dove troverete la cena
che v'aspetta".
La luce e il calore, uniti al cortese benvenuto del Conte,
sembravano aver fugato ogni mio dubbio e paura; e così,
ritrovato il mio solito equilibrio, ho scoperto di essere
letteralmente morto di fame; e, fatta una frettolosa toletta,
sono tornato di là.
La cena era già servita. Il mio anfitrione, in piedi a un angolo
del grande camino, appoggiandosi alla spalletta, con un
aggraziato cenno della mano mi ha indicato la tavola, dicendo:
"Accomodatevi, vi prego, e mangiate a vostro piacimento. Vorrete
scusarmi, spero, se non vi faccio compagnia; ma ho pranzato, e
non ceno mai".
Gli ho porto la lettera sigillata che il signor Hawkins mi aveva
affidato, ed egli l'ha aperta e letta con grande attenzione;
quindi, con cattivante sorriso, me l'ha tesa perché la leggessi
a mia volta. Almeno un passo in essa m'ha dato un brivido di
piacere:
"Mi rincresce molto che un attacco di gotta, malattia di cui
cronicamente soffro, per qualche tempo mi vieti del tutto ogni
viaggio; posso però dirmi lieto di mandare un valido sostituto,
in cui ripongo assoluta fiducia. Egli è un giovane, pieno di
energia e di talento, e capace di grandissima fedeltà. È
discreto e riservato, ed è al mio servizio che ha raggiunto la
maggiore età. Sarà a vostra completa disposizione durante il suo
soggiorno costì, eseguendo ogni vostra istruzione."
Il Conte mi è poi venuto accanto, a levare il coperchio di un
piatto, e subito mi sono trovato alle prese con un eccellente
pollo arrosto.
Questo, insieme a del formaggio, un'insalata e una bottiglia di
vecchio Tokay, di cui ho bevuto due bicchieri, è stata la mia
cena. Mentre la consumavo, il Conte mi ha rivolto molte domande
circa il mio viaggio e, a mano a mano, io gli andavo riferendo
le mie esperienze. Nel frattempo avevo terminato il pasto e,
obbedendo al desiderio dell'anfitrione, avevo avvicinato una
seggiola al fuoco, accendendomi un sigaro offertomi dal Conte,
che però ha chiesto scusa di non fumare a sua volta. Ora avevo
modo di osservarlo bene e di costatare che aveva una fisionomia
dai tratti assai salienti.
Il volto era grifagno, assai accentuatamente tale, sporgente
l'arco del naso sottile con le narici particolarmente dilatate;
la fronte era alta, a cupola, e i capelli erano radi attorno
alle tempie, ma altrove abbondanti. Assai folte le sopracciglia,
quasi unite alla radice del naso, cespugliose tanto che i peli
sembravano attorcigliarvisi. La bocca, per quel tanto che mi
riusciva di vederla sotto i baffi folti, era dura, d'un taglio
alquanto crudele, con bianchi denti segnatamente aguzzi, i quali
sporgevano su labbra la cui rossa pienezza rivelava una vitalità
stupefacente in un uomo così attempato. Quanto al resto,
orecchie pallide, assai appuntite all'estremità superiore; mento
marcato e deciso, guance sode ancorché affilate. L'effetto
complessivo era di uno straordinario pallore.
Finora avevo notato solo il dorso delle sue mani posate sulle
ginocchia, alla luce del fuoco: sembravano piuttosto bianche e
fini; ma, trovandomele adesso proprio sott'occhio, ho costatato
che erano invece piuttosto grossolane - larghe, con dita tozze.
Strano a dirsi, peli crescevano in mezzo al palmo. Le unghie
erano lunghe e di bella forma, e assai appuntite. Come il Conte
si è chinato verso di me e le sue mani mi hanno sfiorato, non ho
potuto reprimere un brivido. Può darsi che il suo alito fosse
fetido, certo è che un'orribile sensazione di nausea mi ha
invaso e, per quanto facessi, mi è stato impossibile celarla. Il
Conte, evidentemente accortosene, si è ritratto; e, con una
sorta di tetro sorriso, che gli ha messo in mostra più che mai i
denti prominenti, è tornato a sedersi dall'altra parte del
camino. Per un po', entrambi abbiamo taciuto; e, volgendo lo
sguardo alla finestra, ho scorto la prima, pallida striscia
dell'alba nascente. Uno strano silenzio sembrava posare su ogni
cosa; ma, tendendo l'orecchio, ho udito, come se provenisse dal
fondovalle, l'ululare di molti lupi. Gli occhi del Conte hanno
avuto un lampo, ed egli ha detto:
"Ascoltateli, i figli della notte. Che musica fanno, eh?" Colta
sul mio viso, così suppongo, un'espressione che gli riusciva
strana, ha soggiunto:
"Ah, signore, voi cittadini non potere far vostri i sentimenti
del cacciatore". Quindi, levandosi:
"Ma dovete essere stanco. La vostra camera da letto è pronta, e
domani potrete dormire quanto vorrete. Io dovrò assentarmi sino
al pomeriggio; e così, dormite bene e sogni propizi!" E, con un
cortese inchino, mi ha aperto l'uscio dello stanzino ottagonale,
e io sono entrato nella mia camera...
Sono immerso in un mare di interrogativi. Dubito; temo; penso
cose strane, che non oso confessare allo stesso mio cuore. Dio
mi protegga, non fosse che per l'amore di coloro che mi sono
cari!
7 maggio. È di nuovo mattina presto, ma ho riposato e nelle
ultime ventiquattr'ore mi sono rinfrancato. Ho dormito fino a
tardi, ieri, svegliandomi spontaneamente. Vestitomi, sono andato
nella stanza dove avevo cenato e dove ho trovato apparecchiata
una colazione fredda, il caffè tenuto al caldo in una cuccuma
posta sul focolare. Sulla tavola, un biglietto:
"Devo assentarmi per qualche ora. Non aspettatemi. D." Mi sono
seduto e ho preso a mangiare di gusto. Finito il pasto, ho
cercato un campanello con cui informare i domestici che avevo
terminato, ma di campanelli neppure uno. Indubbiamente, in
questa casa vi sono lacune curiose, stando almeno alle
straordinarie testimonianze di ricchezza onde sono circondato.
Il vasellame è d'oro, e così bellamente lavorato che deve essere
di immenso valore. I tendaggi, i rivestimenti delle seggiole e
dei divani e il baldacchino del mio letto sono delle stoffe più
preziose e più belle, che dovevano essere di costo favoloso
quando sono state fatte, perché vecchie di secoli ancorché in
ottimo stato. Ho visto qualcosa di simile a Hampton Court, solo
che lì i tessuti erano lisi, logori, tarmati. E d'altro canto,
non uno specchio in nessuna delle stanze; non ce n'è neanche uno
piccolo, per la toletta, sul mio tavolo, e ho dovuto tirar fuori
dalla valigia lo specchietto da barba per potermi radere e
pettinare. Finora, non ho visto alcun domestico, e attorno al
castello non ho udito un rumore, eccezion fatta per l'ululare di
lupi. Dopo aver finito il pasto - non so se chiamarlo colazione
o pranzo, perché dovevano essere ormai le cinque o le sei di
sera - mi sono guardato in giro alla ricerca di qualcosa da
leggere, non volendo andarmene per il castello senza averne
prima chiesto il permesso al Conte. Nulla, assolutamente nulla
nella stanza: né libro né giornale, né l'occorrente per
scrivere; e allora ho aperto un altro uscio, ed eccomi in una
sorta di biblioteca. La porta dirimpetto l'ho tentata: è chiusa.
In biblioteca ho trovato, con vera delizia, una gran quantità di
libri inglesi, scaffali e scaffali, anzi, e riviste e giornali
rilegati in volumi. Periodici e quotidiani inglesi stavano
sparpagliati anche su un tavolo al centro, ancorché nessuno di
data molto recente. Quanto ai libri, del genere più vario -
storia, geografia, politica, economia politica, botanica,
geologia, giurisprudenza -, tutti, attinenti all'Inghilterra e
alla vita, costumi e usanze inglesi. Ve n'erano persino di
consultazione, quali la Guida di Londra, i libri "Rossi" e
"Azzurri", l'Almanacco Whitaker, gli annuari dell'esercito e
della marina e - il cuore mi si è aperto - l'Annuario di
Giurisprudenza.
Mentre osservavo i libri, l'uscio è girato sui cardini, è
entrato il Conte, mi ha salutato cordialmente, ha detto che
sperava che avessi riposato bene la notte, e ha soggiunto:
"Sono lieto che abbiate trovato la biblioteca perché sono certo
che contiene parecchio di interesse per voi. Questi compagni" -
e ha posato la mano su alcuni dei libri - "sono stati cari amici
per me, e per parecchi anni, dacché ho concepito l'idea di
andare a Londra, mi hanno regalato molte, molte ore piacevoli.
Tramite essi, sono giunto a conoscere la vostra grande
Inghilterra; e conoscerla equivale ad amarla. Non vedo l'ora di
percorrere le strade affollate della vostra smisurata Londra, di
trovarmi nel pieno del turbine e del tumulto di umanità, di
condividerne la vita, il divenire, la morte, e tutto ciò che la
fa quale è. Purtroppo, però, finora la vostra lingua la conosco
solo attraverso libri. È a voi, amico mio, che mi rivolgo per
sapere se la parlo e come".
"Ma Conte" ho replicato "voi conoscete e parlate l'inglese alla
perfezione!" Si è inchinato con gravità.
"Vi ringrazio, amico mio, per il vostro anche troppo lusinghiero
apprezzamento, ma temo di essere ancora molto indietro lungo la
strada che intendo percorrere. Vero, conosco la grammatica e i
vocaboli, ma non so come pronunciarli."
"Dico il vero" ho ribattuto "la vostra pronuncia è eccellente."
"Suvvia, suvvia" ha fatto lui. "Be', so che, se mi trovassi
nella vostra Londra, ad aggirarmici e parlare, punti o pochi mi
scambierebbero per uno straniero. Ma questo non mi basta. Qui io
sono un nobile, un "boyar"; la gente del popolo mi conosce, io
sono il signore. Ma uno straniero in terra straniera non lo è
affatto; la gente non lo conosce, e non conoscere equivale a non
rispettare. Mi piace essere come gli altri, per modo che
nessuno, al vedermi, si fermi per la strada o cessi di parlare
udendo la mia voce e commenti: "Ahah, uno straniero". Sono stato
così a lungo signore, che vorrei esserlo ancora, o per lo meno
che nessun altro abbia potestà su di me. Voi siete venuto da me,
non soltanto in veste di agente del mio amico Peter Hawkins di
Exeter, onde darmi tutte le delucidazioni sulla mia nuova
proprietà a Londra: confido che restiate con me per un pezzo, sì
che, parlando con voi, io possa far mio l'accento inglese; e
gradirei che mi faceste rilevare gli errori che commetto
parlando, anche i minimi. Mi dispiace di essermi dovuto
assentare tanto a lungo quest'oggi, ma confido che voi saprete
perdonare chi ha tante incombenze di gran momento per le mani."
Naturalmente, ho fatto del mio meglio per mostrargli la mia
buona disposizione, e gli ho chiesto se potevo entrare a mio
piacimento in quella stanza, e lui: "Ma certo", e poi ha
soggiunto: "Potete andare ovunque vi piaccia nel castello,
eccezion fatta per le stanze la cui porta sia chiusa a chiave.
Lì, naturalmente non entrerete. Ci sono buoni motivi perché le
cose stiano così e, se voi poteste vederle con i miei occhi, se
sapeste quello che so io, forse capireste meglio." Ho replicato
che ne ero certo, e il Conte ha proseguito:
"Siamo in Transilvania. E la Transilvania non è l'Inghilterra.
Le nostre costumanze non sono le vostre, e molte cose potranno
apparirvi fuori del comune. Ordunque, da quanto m'avete già
detto delle vostre esperienze, una idea di quali cose strane si
tratti, già l'avete".
Questo ci ha portati a discorrere ancora a lungo; ed era
evidente che il Conte desiderava parlare, non fosse che per il
gusto della conversazione, e gli ho rivolto molte domande
riguardo a eventi già accadutimi o ai quali avevo assistito. A
volte egli sfuggiva o cambiava l'argomento, fingendo di non
capire; di solito, però, rispondeva con la massima franchezza a
quanto gli andavo chiedendo. A mano a mano, mi sono fatto più
audace, e l'ho sondato su alcune delle stranezze della notte
precedente, a esempio perché il cocchiere correva verso i punti
dove aveva visto le fiamme azzurre, e il Conte allora mi ha
spiegato essere credenza popolare che, in una certa notte
dell'anno - per l'esattezza, proprio la scorsa, quando si
ritiene che gli spiriti maligni possano fare quanto loro aggrada
- una fiamma azzurra si scorga là dove sono sepolti tesori. "E
che tesori siano stati nascosti" ha proseguito "nella regione da
voi attraversata la notte scorsa, difficilmente può esser messo
in dubbio, trattandosi di luoghi nei quali durante secoli
Valacchi, Sassoni e Turchi si sono battuti, e si può ben dire
che non ci sia metro di terreno in tutta questa regione che non
sia stato fecondato dal sangue di uomini, patrioti o invasori.
In tempi andati, c'erano periodi turbolenti in cui gli austriaci
o gli ungheresi piombavano a orde, e i patrioti salivano ad
affrontarli - uomini e donne, i vecchi e persino i bambini -, e
si appostavano sulle rocce sovrastanti i passi, sì da far
piombare loro addosso lo sterminio sotto forma di valanghe
artificiali. E quando l'invasore trionfava, trovava ben poco,
perché tutto quanto v'era era stato messo al sicuro nel suolo
amico."
"Ma come si spiega" ho chiesto io "che sia rimasto così a lungo
celato, dal momento che ve n'è un sicuro indizio, purché gli
uomini si prendano la briga di tenere gli occhi aperti?" Il
Conte ha sorriso e, scostandoglisi le labbra a scoprire le
gengive, i lunghi, acuminati canini hanno acquistato strano
risalto; ha risposto:
"Perché il nostro contadino in fondo in fondo è un vile e uno
sciocco! Quelle fiamme appaiono solo durante quell'unica notte;
e in essa, nessun uomo di questa terra, se può evitarlo, metterà
piede fuori dal suo uscio. E poi, caro signore, anche se lo
facesse non saprebbe che pesci prendere. Lo stesso contadino di
cui m'avete parlato, quello che ha segnato il luogo della
fiamma, non saprebbe, alla luce del giorno, dove cercare,
neppure se fosse quello il suo mestiere specifico. Neanche voi,
pronto a giurarlo, sareste in grado di ritrovare quei punti".
"Qui avete ragione" ho replicato. "Io non saprei più di un morto
dove cercare." E a questo punto, siamo passati ad altri
argomenti.
"Forza" mi ha detto alla fine "raccontatemi di Londra e della
casa che mi avete procurato." Borbottando una scusa per la mia
negligenza, sono andato in camera mia a prendere le carte dalla
sacca. Mentre le riordinavo, ho udito nella stanza vicina un
acciottolio di piatti e posate, e attraversandola ho notato che
la tavola era stata apparecchiata e la lampada accesa, poiché
ormai era buio. Le lampade erano accese anche nello studio o
biblioteca che fosse, e vi ho trovato il conte adagiato sul
divano, intento a leggere, guarda caso, una guida Bradshaw in
inglese. Al mio apparire, ha sgomberato il tavolo di libri e di
carte, e abbiamo preso a discutere piani, cifre e progetti
d'ogni specie. Di tutto s'interessava, e mi ha bombardato di
domande circa il sito e i dintorni. Era chiaro che aveva
studiato in precedenza tutto quanto era riuscito a procurarsi in
merito alla zona, tant'è che in fin dei conti ne sapeva più di
me. Gliel'ho fatto notare, e lui:
"Be', amico mio, ma non è giusto che sia così? Quando me ne
andrò laggiù, sarò solo, e il mio amico Harker Jonathan -
perdonatemi, mi faccio prendere la mano dall'abitudine del mio
paese di anteporre il cognome al nome -, volevo dire il mio
amico Jonathan Harker non sarà al mio fianco a correggermi e ad
aiutarmi. Sarà ad Exeter, a miglia e miglia di distanza,
probabilmente alle prese con documenti legali, insieme con
l'altro mio amico, Peter Hawkins. Ecco perché!"
Abbiamo esaminato a fondo l'atto di acquisto della casa di
Purfleet.
Gli ho esposto i fatti, gli ho fatto firmare i necessari
documenti, e ho scritto una lettera indirizzata al signor
Hawkins con cui accompagnare i documenti stessi; e a questo
punto, il Conte ha voluto sapere come abbia fatto a scovare un
sito a lui così congeniale. Gli ho letto gli appunti da me presi
all'epoca, e che qui riporto:
"A Purfleet, in una strada secondaria, ho trovato una casa che
sembrava rispondere ai requisiti richiesti, e sulla quale faceva
bella mostra un logoro cartello da cui s'apprendeva che era in
vendita. È circondata da un alto muro di antica costruzione,
fatto di grosse pietre e che da molti anni non ha subito
riparazioni di sorta. I cancelli sbarrati sono di pesante,
vecchia quercia e ferro smangiato dalla ruggine.
"La proprietà è detta Carfax, senza dubbio corruzione
dell'antico "Quatre Face", essendo che la casa ha quattro lati
corrispondenti ai punti cardinali. La proprietà comporta una
ventina di acri, ed è interamente circondata dal muro anzidetto.
Vi sorgono molti alberi, che qui e là rendono il luogo tetro, e
vi si trova uno stagno o laghetto che sia, profondo e buio,
evidentemente alimentato da qualche sorgente, poiché l'acqua è
limpida e defluisce in abbondanti rivoli.
La casa, molto vasta, risale a periodi assai antichi, direi
addirittura al medioevo perché una parte di essa è di pietra di
enorme spessore, con solo poche finestre alte e munite di
pesanti inferriate, che sembrerebbe il residuo di un mastio; ha
accanto una vecchia cappella o chiesetta. Non ho potuto
entrarvi, non avendo la chiave della porta per cui vi si accede
direttamente dalla casa, ma ne ho ripreso fotografie da vari
punti. La casa è frutto di una serie di disordinate addizioni,
ma non mi resta che indovinare l'entità della superficie
coperta, che deve essere grandissima. Accanto, solo poche case,
una delle quali, assai vasta, riattata di recente e trasformata
in manicomio, che tuttavia non è visibile dall'interno della
proprietà."
Quando ho finito, il Conte ha commentato:
"Sono lieto di sapere che è grande e vasta. Io stesso sono di
una antica famiglia, e vivere in una casa nuova mi riuscirebbe
insopportabile. Un edificio non può esser reso abitabile in un
giorno; e in fondo, quanti pochi ne occorrono per fare un
secolo! Mi compiaccio anche che ci sia un'antica cappella. Noi
nobili della Transilvania non amiamo pensare che le nostre ossa
debbano giacere tra morti qualsiasi. Non cerco né allegria né
gioia, e neppure la luminosa voluttà del sole e le acque
scintillanti che piacciono ai giovani e agli spensierati.
Giovane non sono più; e il mio cuore, dopo tanti anni di lutto
per i defunti, non è incline alla gaiezza. E poi, le mura del
mio castello sono diroccate; molte sono le ombre, e il vento
soffia gelido tra merli e bifore. Amo l'ombra e l'oscurità, e
desidero restare solo con i miei pensieri non appena posso". Non
so perché, le sue parole e il suo aspetto non sembravano in
accordo, o forse era perché l'espressione del volto rendeva
maligno, saturnino il suo sorriso.
A questo punto, con una scusa, se ne è andato, pregandomi di
riordinare i documenti. È rimasto assente per qualche tempo, e
io ho preso a esaminare i libri agli scaffali. Uno era un
atlante, che sì e aperto alla mappa dell'Inghilterra, come se
fosse stato usato molto a lungo. Esaminandolo, ho notato in
certi punti dei cerchietti, e uno di essi era alla periferia di
Londra, verso est, evidentemente dove si trovava la nuova
proprietà; altri due segnavano Exeter e Whitby, sulla costa
dello Yorkshire.
Era trascorsa quasi un'ora quando finalmente il Conte è tornato.
"Ahah" ha commentato "ancora sui vostri libri? Benone, ma non
dovreste lavorare di continuo. Venite, m'è parso che la vostra
cena sia pronta." Mi ha preso per il braccio e siamo passati
nella stanza accanto, dove ho trovato un eccellente pasto ad
attendermi in tavola.
Il conte anche questa volta si è scusato, dicendomi che aveva
mangiato fuori casa, ma come la sera prima si è seduto e, mentre
cenavo, abbiamo chiacchierato. Finito di mangiare, sempre come
la sera prima ho acceso un sigaro e il conte si è trattenuto con
me parlando del più e del meno, ponendomi domande su ogni
argomento pensabile, e questo per ore e ore. Avevo l'impressione
che fosse ormai molto tardi, ma non ho detto nulla, sentendomi
in dovere di assecondare in ogni modo i desideri dei mio
anfitrione. Né avevo sonno, perché la lunga dormita del giorno
prima mi aveva ritemprato; e d'altro canto, non riuscivo a
reprimere la sensazione di quel brivido che giunge
all'approssimarsi dell'alba e che, in certo qual modo, è
paragonabile al cambiamento di marea. Dicono che coloro i quali
sono in punto di morte, per lo più rendano l'anima nel momenti
di transizione, all'alba e al mutare della marea; e chiunque
abbia sperimentato, quando sia stanco, e come incollato al suo
posto, quella trasformazione che ha luogo nell'atmosfera non
faticherà a credermi. D'un tratto abbiamo sentito il canto di un
gallo giungere a noi, con innaturale acutezza, nella mattutina
aria limpida, e il Conte Dracula, balzando in piedi, ha
esclamato:
"E che, è tornato il mattino! Come sono indiscreto a farvi
restare alzato così a lungo. Dovreste rendere meno interessante
la vostra conversazione sul mio nuovo e già amato paese,
l'Inghilterra, per modo che io non abbia a dimenticarmi di come
vola il tempo" e, con un breve inchino, se ne è andato in
fretta.
Io sono tornato in camera mia e ho scostato le tende, ma c'era
ben poco da vedere: la finestra dava sul cortile, e null'altro
vedevo, se non il grigio di un cielo che andava rapidamente
dorandosi. Ho chiuso allora le cortine e ho scritto queste
annotazioni.
8 maggio. Accingendomi a scrivere questo diario, temevo che
riuscisse troppo prolisso; ora però sono lieto di essermi
soffermato fin dall'inizio sui particolari, perché v'è qualcosa
di così strano, in questo luogo e in quanto vi si trova, che non
posso non sentirmi a disagio. Vorrei essere via di qui, al
sicuro, vorrei non esserci mai venuto. Può darsi che io risenta
di quest'insolita vita notturna; ma fosse tutto qui! Se avessi
qualcuno con cui parlare, mi riuscirebbe tollerabile, ma non c'è
nessuno. Non ho che il Conte con cui conversare, e... be', temo
di essere l'unica creatura vivente in questa casa. Mi sia
permesso di essere prosaico quanto i fatti stessi: mi aiuterà a
sopportarli, né l'immaginazione prenderà il sopravvento su di
me. Se così accadesse, sarei perduto. Voglio dire subito qual è
la mia situazione - o quale mi sembra che sia.
Coricatomi, ho dormito solo poche ore e, con la sensazione di
non poter dormire dell'altro, mi sono alzato. Avevo appeso lo
specchietto alla finestra e ho cominciato a radermi. E d'un
tratto, mi sono sentito una mano sulla spalla e ho udito la voce
del Conte che mi diceva: "Buongiorno". Ho sussultato, stupito
com'ero di non averlo visto, dal momento che lo specchio
rifletteva l'intera stanza alle mie spalle. Nel sobbalzo, m'ero
fatto un piccolo taglio ma non l'ho notato subito. Dopo aver
riposto al saluto del Conte, ho girato lo specchio per rendermi
conto di come non lo avessi notato. Ma questa volta, impossibile
l'errore: mi stava vicino, lo vedevo da sopra la spalla, ma
nello specchio egli non si rifletteva! Scorgevo l'intera stanza
dietro di me, ma in essa non v'era traccia di creatura umana, a
parte me. Era sorprendente e, aggiungendosi a tante altre
stranezze, non faceva che accrescere quella vaga sensazione di
disagio che avevo sempre provato in presenza del Conte; e
proprio in quella mi sono accorto che dalla ferita era uscita
qualche goccia di sangue, e che questo mi colava sul mento. Ho
deposto il rasoio, volgendomi a mezzo alla ricerca di un
cerotto. Come il Conte ha scorto il mio volto, eccone gli occhi
accendersi di una sorta di demoniaco furore, eccolo fare un
gesto, come per afferrarmi alla gola. Mi sono ritratto, e la sua
mano ha sfiorato il rosario cui è appeso il crocifisso. Un
subitaneo mutamento si è verificato in lui: il furore è
scomparso con tanta rapidità, da farmi dubitare che ci fosse
stato.
"Attento" mi ha detto "attento a non tagliarvi! È più pericoloso
di quanto non crediate, in questo paese." Quindi, dato di piglio
allo specchio, ha soggiunto: "E questo dannato oggetto che ha
combinato il misfatto. È un lurido strumento di umana vanità.
Via!". E, aprendo la pesante finestra con uno strattone solo
della mano possente, ha lanciato fuori lo specchio che si è
andato a frantumarsi in mille pezzi laggiù, sul selciato del
cortile. Quindi, senza aggiungere verbo, se n'è andato. È una
faccenda molto irritante, perché non so come farò a radermi, a
meno di non servirmi della cassa del mio orologio o del fondo
della scodella per il sapone, che per fortuna è di metallo.
Quando sono entrato in sala da pranzo, la colazione era pronta;
ma del Conte, nessuna traccia. Ho mangiato da solo. Strano, ma
finora non ho visto il Conte né mangiare né bere. Dev'essere un
uomo assai singolare! Dopo colazione, mi sono dedicato a una
piccola esplorazione del castello. Sono uscito sul pianerottolo
e ho trovato una stanza che guarda a sud. Un panorama stupendo,
che dal punto in cui mi trovavo potevo scorgere in tutta la sua
magnificenza. Il castello si erge proprio sull'orlo di un orrido
precipizio: una pietra gettata dalla finestra cadrebbe per mille
piedi prima di toccar fondo! Fin dove giunge lo sguardo,
null'altro che un mare di verdi cime d'alberi, interrotto di
quando in quando da una profonda fenditura, ov'è un abisso. Qua
è là, si scorgono argentei fili, e sono i fiumi che serpeggiano
in ime gole per le foreste.
Ma non sono dell'umore più adatto a descrivere la bellezza. Ché,
ammirato il panorama, ho proseguito nelle mie esplorazioni:
porte, porte, porte dappertutto, e tutte chiuse e sbarrate.
Nelle mura del castello, eccezion fatta per le finestre, non
esistono vie d'uscita praticabili.
Il castello è un vero e proprio carcere, e io ne sono
prigioniero! |