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I  M a n o s c r i t t i  d e l  M a r  M o r t o

   
Articolo curato da David Donnini
 
L'AUTORE:

David Donnini, laureato nel 1975, ha frequentato un corso presso la Michigan Technological University (USA) nel 1990. Lavora come insegnante presso un Istituto Professionale Statale. Dal 1982 è impegnato nello studio delle origini storiche del Cristianesimo, ed ha pubblicato alcuni lavori su questo argomento [vedi sotto]. Ha effettuato un viaggio fotografico in Palestina, dove ha ripreso alcuni importanti siti archeologici.
Qui ha approfondito i suoi contatti col professor
Daniel Gershenson (Studi Classici, presso lo Humanities Center della Università di Tel Aviv) che concorda con la sua interpretazione e che lo aiuta nelle sue ricerche.


Rovine del Monastero di Khirbet Qumran (foto Donnini)

Quando io e mia moglie siamo giunti nella piana di Gerico, dopo avere percorso la ripida discesa che da Gerusalemme punta dritta verso il Mar Morto, la prima cosa che abbiamo fatto è stata quella di cercare delle indicazioni per Qumran, le quali non si sono fatte attendere molto; il sito archeologico è a cinque chilometri da lì. Un leggera deviazione a destra, una brevissima salita sui primi contrafforti della montagna e finalmente il cartello ci ha informati che eravamo arrivati.
Era quasi mezzogiorno, l'ora in cui il sole manifesta con tutta chiarezza che egli è contemporaneamente signore della vita e della morte, e che può uccidere con quella stessa energia con cui, normalmente, alimenta l'esistenza degli animali e delle piante.

Abbiamo aperto le porte della macchina e, abituati come eravamo al condizionatore, siamo stati assaliti da una autentica muraglia d'aria pesante e rovente (si ricordi che a 400 m sotto il l.m. la pressione è maggiore); l'abbiamo battezzata "la sala macchine" e nei giorni successivi abbiamo usato spesso quella espressione, che ricorda l'atmosfera del vano motori di una nave.
Khirbet Qumran è un sito archeologico ufficiale, curato dal governo Israeliano, dove ancora oggi sono attivi degli scavi. Si paga una tariffa modesta per l'ingresso e si riceve un piccolo depliant, disponibile anche in Italiano. L'uomo dello sportello si raccomandava: "Take some water with you!". I turisti erano pochi, qui l'alta stagione corrisponde all'inverno o alla primavera.

In questo ambiente, a mezzodì di un giorno del mese di luglio, quando la temperatura rischia di avvicinarsi ai 50 gradi, è necessario coprirsi la testa, bagnarsi la nuca e le braccia, bere spessissimo, muoversi come i bradipi; bisogna respirare con calma, fare passi lenti. Con un po' d'attenzione si riesce a controllare il metabolismo che si abbassa e cessa quasi completamente di produrre calore corporeo. Fortunatamente il vento non manca e aiuta a sopportare le condizioni ambientali; e se non ci fosse quello, la situazione sarebbe proibitiva poiché ci si muove in un paesaggio di rocce e pietre che, praticamente, non si possono nemmeno toccare. Una autentica fornace.
Sarebbe meglio venire alle quattro del mattino, quando compaiono i primi chiarori del giorno che nasce. Ma il sito è aperto dalle 8.00 alle 17.00, quando la violenza del sole è irrimediabile. All'alba sarebbe anche possibile comprendere meglio quello che dice Giuseppe Flavio, quando descrive il rito della preghiera al sole, che gli esseni, probabili costruttori ed abitatori di questo luogo, compivano tutte le mattine rivolti verso l'astro sorgente. Non si tratta di un rito usuale nel culto ebraico, e questo dimostra come gli esseni esprimessero un dissenso non solo nei confronti dell'autorità politica e sacerdotale di Gerusalemme, ma anche nei confronti della concezione religiosa in generale.

Un altro rito comune nel comportemento della setta, che è decisamente degno di nota è il cosiddetto "pasto comunitario", che è riconducibile all'ultima cena di Gesù con gli apostoli.

 


L. da Vinci: Ultima cena

A questo proposito è meglio fare una premessa e notare che una delle contraddizioni presenti nel Nuovo Testamento riguarda l'ultima cena di Gesù, la quale differisce sostanzialmente fra il resoconto sinottico e quello giovanneo [vedi i brani relativi].
In pratica, mentre i tre resoconti sinottici (Marco, Matteo e Luca) sono caratterizzati dalla istituzione del sacramento dell'eucarestia, il quarto vangelo non dà segni di conoscere, in quella circostanza, né il fatto né il contenuto teologico connesso. Eppure, si faccia bene attenzione, il testo giovanneo è proprio quello che si dilunga maggiormente nell'analisi e nella descrizione dei vari insegnamenti teologici, anche in questo brano dell'ultima cena (la lavanda dei piedi, il comando della carità, la vera vite, l'odio del mondo e la promessa dello Spirito Santo, la fede dei discepoli, l'unità della Chiesa...). Tant'è vero che, mentre l'ultima cena occupa nei vangeli sinottici una paginetta o poco meno, nel quarto vangelo essa occupa numerose pagine.
Ora, noi sappiamo che il quarto vangelo è entrato in un secondo tempo a far parte del canone ecclesiastico e che esso è stato ricavato attraverso l'adattamento di un testo originatosi sicuramente in una scuola gnostica dell'asia minore.
Un fatto importante riguardante questo vangelo, che abbiamo già visto, è la datazione dell'ultima cena che, a differenza dei sinottici, risulta coerente non col calendario ufficiale lunare degli ebrei del tempo, ma con quello solare degli esseni di Qumran
[vedi nota]
.
Queste due differenze (datazione solare e assenza della istituzione dell'eucarestia) ci danno molti buoni motivi per pensare che gli evangelisti della tradizione sinottica, fedeli alla teologia riformata della scuola paolina, fossero interessati a purgare il racconto da ogni possibile relazione con la tradizione esseno-zelota (tendenza che abbiamo modo di riscontrare in tutto il racconto evangelico) e ad introdurvi piuttosto le idee antiessene elaborate e propagate da Paolo di Tarso.

Del resto, ciò che Gesù ha annunciato ad una assemblea pasquale di giudei, ovverosia il fatto che il pane fosse la sua carne e il vino il suo sangue, e che i discepoli dovessero cibarsi della carne e del sangue del loro maestro sacrificato, visto come incarnazione divina, sarebbe suonato non solo insolito, ma orrendamente sacrilego, dal momento che queste idee configuravano una tipica concezione appartenente al mondo delle teologie e dei culti gentili, altamente disprezzati dai giudei. In particolare corrispondono a certi culti pagani teofagici (teofagia = cibarsi del dio), fra cui uno molto diffuso nell'area di provenienza di Paolo di Tarso, consistente nell'identificazione di un toro col dio che veniva sacrificato e del quale l'adepto doveva bere il sangue e mangiare la carne. Sappiamo invece che per gli ebrei il sangue costituisce un forte elemento di impurezza, che non è permesso toccare il sangue senza poi eseguire pratiche purificatorie, figuriamoci bere il sangue; anzi, una delle prescrizioni più rigorose del cibo kosher consiste proprio nell'assicurarsi che l'animale ucciso sia stato ben dissanguato. Storicamente parlando, non possiamo considerare credibile che Gesù, volendo trasmettere una novità teologica, avrebbe cominciato col proporre una formulazione rituale apertamente offensiva nei confronti della sensibilità ebraica e che avrebbe subito suscitato il ribrezzo dei suoi discepoli.
Gesù ha utilizzato spesso nei suoi discorsi l'immagine del pane, inteso come cibo spirituale, ovverosia come allegoria di una conoscenza superiore che gli uomini devono acquisire (l'abbiamo visto nel capitolo "Premesse", là dove abbiamo parlato dei miracoli e dei linguaggi simbolici in uso nei racconti evangelici), insieme ad altre allegorie come quella dell'acqua viva dell'albero e dei frutti, ecc...
Senza alcuna ombra di dubbio, questa concezione del pane e del vino come carne e sangue di Cristo, di cui i discepoli devono cibarsi, costituisce una improvvisa e forzata irruzione di teologia pagana, caratteristica dei cosiddetti culti misteriosofici, nel culto esseno del pasto comunitario (consiglio vivamente, a questo proposito, la lettura dei capitoli del libro di Frazer, Il Ramo d'Oro, riguardanti i culti di Adonis, Attis, Osiride, Dioniso, Mitra...). Il responsabile di un innesto così artificioso potrebbe essere stato Paolo di Tarso, lontano dalla Palestina, o qualcuno dei suoi discepoli, forse un gentile, non certo l'ebreo Gesù, nel cuore di Gerusalemme, di fronte ad una assemblea di ebrei e nell'imminenza della Pasqua ebraica.
In realtà, se esaminiamo alcuni documenti qumraniani, possiamo dare una collocazione storica molto più appropriata all'episodio dell'ultima cena di Gesù:

    "...in ogni luogo in cui saranno dieci uomini del consigio della comunità, tra di essi non mancherà un sacerdote: si siederanno davanti a lui, ognuno secondo il proprio grado, e così, nello stesso ordine, sarà domandato il loro consiglio in ogni cosa. E allorché disporranno la tavola per mangiare o il vino dolce per bere, il sacerdote stenderà per primo la sua mano per benedire in principio il pane e il vino dolce..." (Regola della Comunità, VI)

    "...e quando si raduneranno alla mensa comune oppure a bere il vino dolce, allorché la mensa comune sarà pronta e il vino dolce da bere sarà versato, nessuno stenderà la sua mano sulla primizia del pane e del vino dolce prima del sacerdote, giacché egli benedirà la primizia del pane e del vino dolce e stenderà per primo la sua mano sul pane. Dopo, il Messia di Israele stenderà le sue mani sul pane e poi benediranno tutti quelli dell'assemblea della comunità, ognuno secondo la sua dignità. In conformità di questo statuto essi si comporteranno in ogni refezione, allorché converranno insieme almeno dieci uomini..." (Regola dell'Assemblea, II)


Piatti in uso durante i pasti comunitari,
reperiti nel corso degli scavi a Qumran
.

Possiamo così renderci conto che, durante questa cena pasquale a cui il quarto vangelo attribuisce una datazione coerente col calendario solare degli esseni, Gesù svolge il ruolo sacerdotale espresso dai documenti di Qumran e previsto per le assemblee di almeno dieci uomini convenuti al pasto comunitario.


Veduta aerea del sito di Qumran


Rovine del Monastero di Khirbet Qumran (foto Donnini)

La prima cosa che il visitatore incontra, all'interno del sito, è una serie di rovine, testimonianza dell'esistenza di una piccola cittadella dalle mura di pietra. Non si trattava di abitazioni, bensì di edifici adibiti alle occasioni della vita comunitaria della setta: acquedotti, cisterne, una torre, una sala di scrittura, una cucina, un'aula per le assemblee, una mensa, i magazzini per il cibo, il laboratorio di ceramica, il forno, la stalla. La gente non abitava in queste costruzioni, ma nelle tende che dovevano certamente essere disposte nello spazio intorno.
A est delle rovine murarie una breve, arida discesa giunge alla piana sottostante, sulle rive del Mar Morto. Subito a nord una scarpata precipita nello uadi Qumran, il letto del fiume che ospita un corso d'acqua solo nelle rare occasioni di pioggia. Sulle fiancate dello uadi, in posizione difficilmente raggiungibile, si possono osservare le aperture delle grotte in cui sono stati ritrovati i manoscritti. Qui i membri della setta li avevano nascosti allorché ebbero il sospetto che i romani avrebbero potuto giungere e distruggere la comunità. A ovest si trova la parete rocciosa e arida dei monti, che forma un salto molto scosceso di circa 250 metri, visibile nella foto, dal quale, solo nel periodo invernale, precipita una cascata.
Il sito è ricchissimo di miqweh, vasche rituali nelle quali veniva effettuato il rito battesimale dei nuovi adepti, o le abluzioni rituali. La caratteristica di queste vasche non è quella di servire semplicemente da cisterne per la conservazione dell'acqua piovana, o di svolgere una funzione esclusivamente igienica; le abluzioni nelle vasche facevano parte integrante del culto esseno.


Vasca cultuale a Khirbet Qumran (foto Donnini)

Possiamo paragonare le miqweh ebraiche ai ghat indiani, visibili sulle rive del Gange o all'interno dei templi indù. Le vasche, infatti, con la loro struttura mostrano di essere state concepite appositamente perché le persone potessero scendere comodamente nell'acqua, tramite una gradinata, e quivi eseguire un rito di purificazione.

 


Frammento di un cestino in vimini
reperito a Qumran durante gli scavi

Innanzitutto i membri della comunità, prima di riunirsi nella mensa per il pasto comunitario, si cambiavano d'abito, indossavano un saio di lino e si immergevano nelle vasche. In secondo luogo dobbiamo notare che lo stesso rito di ammissione nella comunità era costituito da una cerimonia battesimale, tramite la purificazione per immersione nell'acqua.
Chi non rifletterebbe sullo straordinario parallelismo che si verifica con le usanze dei primi cristiani, i quali ammettevano i nuovi adepti con un battesimo purificatore dei peccati?
Anche il rito di apertura del pasto comunitario induce profonde riflessioni sui legami fra cristianesimo ed essenato: "...allorché disporranno la tavola per mangiare, o il vino dolce per bere, il sacerdote stenderà per primo la sua mano per benedire in principio il pane e il vino dolce..."; "...allorché la mensa comune sarà pronta e il vino dolce da bere sarà versato, nessuno stenda la sua mano sulla primizia del pane e del vino dolce prima del sacerdote, giacché egli benedirà la primizia del pane e del vino dolce e stenderà per primo la sua mano sul pane...". Il fatto che il pane e il vino dovessero essere sottoposti ad una benedizione speciale del sacerdote, prima di essere distribuiti al commensali, richiama in maniera più che evidente il rito eucaristico cristiano, nonché la scenografia dell'ultima cena di Gesù..


Vasca cultuale a Khirbet Qumran (foto Donnini)

Per fortuna, dall'inizio degli anni '90 il materiale qumraniano è stato reso di pubblico dominio. Senza dubbio il miglior contributo in questo senso è stato dato dal professor R.Eisenman, direttore del dipartimento di Studi Religiosi dell'Università di California, il quale da anni aveva tentato di accedere ai manoscritti, ma si era sentito rispondere testualmente: "Non vedrete mai i rotoli, finché vivrete".
Lo studioso sostiene che esseni (hassidim, in ebraico), zadochiti (zaddiqim, in ebraico), zeloti (qannaim, in ebraico), nazareni (nozrim, in ebraico, nazorai, in greco) e i primissimi cristiani giudei (Simone, Giacomo...) siano, in pratica, la stessa cosa o, comunque, sfaccettature molto correlate di un solo fenomeno: il dissenso religioso, puristico e intransigente, nei confronti della evidente corruzione della classe sacerdotale gerosolimitana e della presenza, sul trono di Iraele, di una dinastia indegna, quella erodiana. La setta si era fatta custode della concezione messianica e la vita settaria era concepita come una preparazione concreta, religiosa, ma anche militare nel senso proprio del termine, all'imminenza della liberazione messianica che avrebbe restituito a Yahweh la sovranità unica su Israele.

Una interessante osservazione da fare riguarda il nome che la setta qumraniana dava a sé stessa e al luogo del suo insediamento. Ovviamente la denominazione Khirbet Qumran è moderna e appartiene alla lingua araba.
Per sapere in che modo i qumraniani indicavano il proprio luogo di autoesilio possiamo ricorrere ad alcune parole presenti nel Documento di Damasco [vedi immagine a destra]:

"...il pozzo è la legge e quelli che l'hanno scavato sono i convertiti di Israele, coloro che sono usciti dalla terra di Giuda e si sono esiliati nella terra di Damasco..."
(Doc. Damasco VI,4-5)

 


Frammento del Doc. di Damasco

"...secondo la disposizione di coloro che sono entrati nel nuovo patto nella terra di Damasco..."
(Doc. Damasco VI,19)

"...la stella è l'interprete della legge che verrà a Damasco, come è scritto: - una stella si fa strada da Giacobbe e uno scettro si leva da Israele -..."
(Doc. Damasco VI,18-20)

Si fa notare in quest'ultimo verso la citazione di una profezia messianica [Num. 24, 17) che nel Nuovo Testamento è stata applicata più volte su Cristo (Mt II, 1-12 e Ap. XXII, 16), anche in relazione all'immagine della "stella" come astro sorgente che annunzia la venuta del Messia. Ciò contribuisce ulteriormente a legare il movimento qumraniano a quello cristiano originario.
E ancora:

"...Tutti gli uomini che sono entrati nel nuovo patto, nella terra di Damasco, ma se ne sono poi ritornati, hanno tradito e si sono allontanati dal pozzo delle acque vive..."
(Doc. Damasco VIII, 21)

Anche in questo verso incontriamo una corrispondenza col Nuovo Testamento. Infatti notiamo l'immagine del pozzo delle acque vive che corrisponde come una fotocopia alle parole che Gesù utilizza nel dialogo con la samaritana, nel Vangelo secondo Giovanni. Ed ecco un'altro indizio che lega profondamente i cristiani delle origini ai qumraniani.
E ancora:

"...il patto e l'impegno che avevano contratto nel paese di Damasco, cioè il nuovo patto..."

 

Ora, tutto questo ci induce a credere che le espressioni Damasco e terra di Damasco siano state utilizzate dai qumraniani per indicare tanto sé stessi come comunità, quanto il luogo o i luoghi del loro ritiro. L'opinione è condivisa da moltissimi studiosi, compreso lo stesso Padre de Vaux (L'archeologie et les manuscrits de la Mer Morte, London 1961), nonché da J.Barthelemy, A.Jaubert, G.Vermes, N.Wieder....

 

Per quale ragione i qumraniani avrebbero adottato questa denominazione? Essi si sono ispirati ad un testo biblico (Amos V, 26-27), che infatti è citato dallo stesso Documento di Damasco (VII, 14-15), in cui si parla della teologia della deportazione e dell'esilio (vedi anche Geremia ed Ezechiele).

In pratica Damasco è vista come un luogo d'esilio che svolge la funzione di rifugio dei pii e dei puri di fronte all'ira di Dio. Geremia ed Ezechiele parlano degli esiliati a Damasco come della parte migliore del popolo di Israele, quella che gli è fedele, e con la quale stringerà un nuovo patto.
I qumraniani, che si sono separati ed autoesiliati nel deserto del Mar Morto come protesta nei confronti della corruzione delle autorità politiche e sacerdotali di Gerusalemme, sfruttando la similitudine col passo biblico, hanno paragonato sé stessi ai "deportati nella terra di Damasco" e hanno chiamato Damasco il proprio ritiro.

Si osservino le seguenti parole del Prof. Daniel Gershenson (Università di Tel Aviv) scritte in un e-mail indirizzato a David Donnini il 12 Aprile 1999: "...gli Esseni erano Sadducei che non avevano mai accettato l'adozione da parte di Giovanni Ircano del Sadduceismo e che erano rimasti leali al calendario di Damasco e alle regole legali di Damasco... I Sadducei che tornarono a Gerusalemme a quel tempo erano odiati mortalmente dalla comunità di Qumran che rimase fedele alla linea anti-asmonea della comunità originale di Damasco...".

Ora, tutto ciò ha delle conseguenze di estrema importanza nella lettura e nella interpretazione del Nuovo Testamento. Infatti il Professor R.Eisenman (California State University), che sostiene l'identità o la stretta parentela fra la comunità qumraniana e il movimento giudeo-cristiano primitivo, afferma che il famoso passo degli Atti degli Apostoli, in cui Paolo è inviato a Damasco dal sommo sacerdote a cercare i cristiani per arrestarli, debba essere completamente reinterpretato, intendendo per Damasco non la città siriana, ma il ritiro degli asceti dissidenti a Qumran [VEDI NOTA].
In effetti pochi osservano giustamente che in Siria né Paolo né il sommo sacerdote di Gerusalemme avrebbero avuto alcuna autorità. La città di Damasco rientrava in un'altra amministrazione e le autorità di Gerusalemme non potevano vantare alcun diritto di effettuare azioni di polizia in Siria.
Tutto questo ci dà una misura delle questioni che possono essere sollevate da una attenta analisi delle origini cristiane e di quanto sia stato manipolata la memoria storica, negli interessi apologetici di una nuova religione extragiudaica che aveva preso completamente le distanze dalla fede della comunità giudeo-cristiana primitiva.
E' estremamente probabile che gli Atti degli Apostoli, documento sulla cui attendibilità storica si possono muovere innumerevoli obiezioni, sia stato redatto proprio dai seguaci della teologia revisionistica di Paolo per dare l'impressione di una continuità del tutto fittizia fra il movimento dei seguaci del messia giustiziato da Pilato e la "ecclesia" dei cristiani che si andava sviluppando soprattutto in ambienti greco-romani e della diaspora ebraica.

                                    ***Manoscritti del Mar Morto - "Estratti dai testi"***

                                                                                                    

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