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Nella Bibbia viene menzionata spesso l'Arca dell'Alleanza, che
qui vediamo portata a spalle tra vapori d'incenso. Simbolo del
patto di fede stipulato tra Dio e il popolo d'Israele sul monte
Sinai, l'Arca secondo la tradizione conteneva preziose reliquie:
le tavole dei Dieci Comandamenti dettati da Dio a Mosè, il
bastone di Aronne e un recipiente con la manna, il cibo divino
miracolosamente inviato dall'Onnipotente agli ebrei nel deserto,
in modo da salvarli dalla morte per fame. L'Arca rappresentava
la presenza di Dio in mezzo al popolo. Scomparsa all'epoca della
caduta di Gerusalemme (586 a.C.), viene ancora menzionata in
leggende di epoca posteriore.
Da molti anni l'Arca dell'Alleanza accende la fantasia degli
appassionati di enigmi archeologici. E c'è anche chi afferma di
averne ritrovato le tracce in Etiopia. Ma che cos'era, se c'era,
questo favolistico manufatto?


Alla Ricerca dell'Arca perduta:
Comunemente
si considera l’Esodo biblico come una fuga rovinosa degli ebrei
dall’Egitto (con effetti devastanti: il testo cristiano ci dice
che gli israeliti furono costretti a vagare per quarant’anni nel deserto); ma questa visione, propagandata
da film come "I dieci comandamenti" di Cecil B. De Mille, è
quanto di più lontano possa esserci della realtà storica
riferita dalla Bibbia.
L’Esodo fu in realtà un’opera di conquista territoriale (e qui,
a far giustizia, vi ha indirettamente pensato un altro film, "I
predatori dell’arca perduta"); già perché, ed in pochi lo sanno
- tanto siamo abituati a basarci sulle versioni hollywoodiane
dell’Antico Testamento che non sulla Bibbia stessa (che, piaccia
o meno, è anche un testo storico) - quando gli ebrei
abbandonarono la Terra del Nilo portarono con loro, oltre alle
Tavole della Legge, alla manna (qualunque cosa fosse), al
bastone con cui Mosè scatenava le "piaghe d’Egitto" e "divideva
le acque", un’arma di terrificante potenza, l’arca
dell’alleanza.
Sebbene la tradizione religiosa abbia tramandato la vicenda di
una sola arca, in origine esse erano due: la prima, in oro, era
stata costruita da Betzalèl ben Urì per riporvi le Tavole della
Legge, poi spezzate da Mosè alla vista del Vitello d’Oro
(costruito dagli ebrei mentre egli era sul monte Sinai, o Horeb,
a ricevere la Legge da Yahweh; Es. 32,1-4). La seconda, in
semplice legno d’acacia, fu quella in cui furono messe le
seconde Tavole riscritte da Mosè.
Un'arma di Sterminio
Secondo lo scrittore francese Robert Charroux "l’arca non era
nulla di più che un’impressionante arma capace di sviluppare
energia elettrica".
Non dobbiamo dimenticare che Mosè, quando ancora veniva istruito
come futuro faraone, aveva ricevuto dai sacerdoti egizi profonde
nozioni "alchemico-esoteriche" di chimica, fisica e meteorologia
tali da dare ragione di alcuni dei prodigi attribuitigli.
L’arca dell’alleanza poteva essere una specie di forziere
elettrico capace di produrre forti scariche dell’ordine dei
5-700 volt.
L’arca era fatta di legno d’acacia e rivestita di oro
all’interno e all’esterno. Con questo stesso principio si
costruiscono i condensatori elettrici, separati da un isolante
che in quel caso era il legno.
L’arca veniva posta in una zona secca, dove il campo magnetico
naturale raggiunge normalmente i 600 volt per metro verticale, e
si caricava. La sua stessa ghirlanda forse serviva a caricare il
condensatore. Per spostarla i leviti passavano due stanghe
dorate negli anelli, tanto che dalla ghirlanda al suolo la
conduzione avveniva per presa di terra naturale, scaricandosi
senza pericolo. Isolata, l’arca talvolta si aureolava di raggi
di fuoco, di lampeggi, e, se toccata, dava scosse terribili.
In pratica si comportava esattamente come una pila di Leyda".
Secondo Charroux, dunque, l’arca altro non era che un’arma
elettrica costruita sulla scorta di antiche conoscenze perdute e
custodite solo dagli Iniziati egizi, forse anche di derivazione
atlantidea (ma la sua ricostruzione tecnica presenta alcune
falle "fisiche").
Sempre grazie a queste conoscenze, che per il divulgatore
svizzero Erich Von Daeniken erano invece di origine
extraterrestre, Mosè avrebbe costruito un propiziatorio che
funzionava come una radio a transistor. Solo in questo modo si
spiegherebbe, per lo scrittore, il fatto che Mosè potesse
parlare "come ad un amico" con il Signore Iddio.
Queste incredibili prestazioni, se confermate, potrebbero allora
spiegare il manifesto interesse delle altre popolazioni verso
l’arca santa.
Il tempio di Gerusalemme, ove veniva custodita la sacra
reliquia, venne saccheggiato ripetutamente: nel 925 a.C. dagli
egiziani del faraone Soshenq I°, nel 797 da Gioas re d’Israele,
nel 621 dalle armate caldee e babilonesi.
Quando l’oggetto scomparve non è sicuro. Certamente quando nel
516 a.C. il prefetto Zorobabel ricostruì il Tempio di
Gerusalemme, l’arca non c’era più. O almeno, non in maniera
evidente, secondo il rabbino israeliano Shlomo Goren, convinto
che l’arca si trovi attualmente ancora nel "sancta sanctorum",
sfuggito alle razzie degli invasori. "Basterebbe scavare in
corrispondenza della sua antica collocazione - ha dichiarato -
purtroppo però adesso in quella zona sorge la spianata delle
moschee islamiche di Gerusalemme e le autorità religiose
preferiscono evitare qualsiasi scavo archeologico per evitare
attriti con i musulmani".
Leggende Rabbiniche
La
lettura non già della Bibbia, ma dei testi ebraici ci mostra poi
favolistiche prestazioni dell’arca (inquadrabili peraltro in
sapiente propaganda rabbinica). Il "Midrash Tanchumah" ci dice
che essa era posta nel tempio di fronte alla "èven shetiyah", la
"pietra della fondazione", il punto in cui era avvenuta la
creazione dell’uomo; il "Talmud Yomah" afferma che essa era in
grado di far appassire gli alberi, se aveva vicino un idolo
pagano, o, in caso contrario, di produrre abbondanti messi;
secondo un’altra versione, raccontata nella cronaca etiope
trecentesca "Kebra Nagast" o "Gloria dei re", l’arca
dell’alleanza si troverebbe ad Axum, in Etiopia. A portarcela
sarebbe stato un certo Menelik, che la tradizione vuole nato dal
matrimonio di re Salomone con Makeda, la regina di Saba. Il
figlio della giovane ed avvenente etiope, d’accordo con un pugno
di ebrei ribelli, avrebbe rubato l’arca trasportandola
segretamente ad Axum. E grazie ai poteri della stessa, i
falascià di Menelik, cioè gli ebrei etiopi, avrebbero sollevato
senza sforzo le centinaia di tonnellate dei giganteschi
obelischi eretti ad Axum.
Questa vicenda ha affascinato le decine di ricercatori che si
sono messi sulle tracce dell’arca, dall’archeologo ebreo Vendil
"Indiana" Jones, ispiratore dell’omonimo personaggio, allo
studioso inglese Graham Hancock, un esperto di storia templare
convinto che il sacro cofano sia custodito in una cappella nel
lago Tana in Etiopia.
Sfortunatamente, ognuna delle circa ventimila chiese copte
dell’Etiopia custodisce una copia dell’arca. Trovare quella
autentica è dunque come cercare un ago in un pagliaio.
L'arca in Etiopia
Forse tre italiani sono riusciti in questa impresa disperata. Si
tratta dei professori Vincenzo Francaviglia, direttore del CNR
per le tecnologie applicate ai Beni culturali, Giuseppe Infranca
dell’Università di Reggio Calabria e dell’architetto Paolo
Alberto Rossi del Politecnico di Milano.
"Nel 1990 ci trovavamo ad Axum per un invito ufficiale del
governo etiopico - ha raccontato il professor Francaviglia alla
stampa - e, dopo una serie di cerimonie, venne organizzato un
incontro con l’"abuna", la massima autorità religiosa. Questi ci
ricevette con i paramenti solenni e ci condusse a visitare la
vecchia chiesa cristiana S.Maria di Sion ad Axum, una chiesa
costruita nel Seicento dall’imperatore Fasiladas. Dietro
l’altare maggiore, protetta da un baldacchino di velluto rosso
con ricami, c’era l’arca. L’"abuna" non voleva affatto
mostrarcela. Ma un giovane chierico aprì la tenda e noi potemmo
vedere una cassa di legno scuro, lunga un metro e alta sessanta
centimetri, con il tetto a doppio spiovente. Non c’erano più le
lamine d’oro e la superficie stessa appariva deteriorata. Appena
l’'abuna' si accorse che stavano osservando l’arca, rimproverò
aspramente il chierico, ordinandogli di abbassare immediatamente
la tenda".
Secondo la religione copta, difatti, non è concesso a nessuno di
vedere l’arca. Si dice che persino al "negus" Hailè Selassiè,
che ne aveva espresso il desiderio, venne opposto un secco
rifiuto.
E si dice che l’accesso alla stanza dell’arca sia consentito ad
un solo "abuna" per generazione...
Curiosamente tutti queste narrazioni sembrano dimenticare quanto
scrive la Bibbia nel "Secondo libro dei Maccabei", allorché
viene raccontato dettagliatamente di come il profeta Geremia,
salito sul monte Nebo, abbia deciso di nascondere l’arca "in un
antro" poi murato, probabilmente per sottrarre il prezioso
reperto alla furia delle armate del sovrano babilonese
Nabucodonosor, che cingevano d’assedio Gerusalemme nel 587 a.C.
Lo stesso Geremia, forse pentitosi della sua decisione, non
sarebbe stato poi più in grado di ritrovare il punto esatto ove
l’arca era stata occultata.
Ciò destituirebbe dunque di fondamento le molte leggende fiorite
negli ultimi anni e che vorrebbero, ad esempio, l’arca
recuperata dai templari o addirittura nascosta in Irlanda, ove
esisteva un popolo discendente da quello ebraico (che dunque ve
l’avrebbe portata). Dal suo interno, secondo le leggende locali,
sarebbe stata tolta una pietra meravigliosa chiamata "lia-fail"
o "pietra del destino" e molti re irlandesi, scozzesi e inglesi
sono stati incoronati sopra questa pietra (che altro non sarebbe
che... le Tavole della Legge!) attualmente custodita a Londra,
nell’abbazia di Westminster.
Conoscenze Perdute
L’arca non sarebbe stata peraltro l’unico strumento tecnologico
costruito dagli ebrei su indicazione "divina" (degli
extraterrestri, per diversi studiosi non ortodossi). Alcuni
autori, come l’italiano Roberto Pinotti e l’inglese Raymond
Drake, vedono nei paramenti sacri "Urim" e "Tummim" citati
nell’Esodo dei trasmettitori per parlare con gli alieni.
"Il Signore - dichiarava Drake - dava delle istruzioni
particolareggiate per la fabbricazione dei paramenti e delle
insegne che Aronne e i sacerdoti dovevano indossare, come il
pettorale del giudizio che conteneva gli Urim ed i Tummim,
interessanti oggetti che sembra permettessero ai sacerdoti di
parlare con il Signore ovunque egli potesse essere nei cieli".
"Sembra certo che fossero oggetti per mezzo dei quali si
consultava il volere divino - spiega Pinotti citando i biblisti
Miegge e G. Ricciotti, - ma non si conosce la natura di tali
oggetti. Essi erano contenuti all’interno del pettorale del
pontefice e poiché il termine plurale ebraico Urim significa 'luci',
se ne deduce che il pettorale del pontefice israelita era
caratterizzato da qualcosa che si accendeva su di esso: spie
luminose?"
É assai probabile.
In un’edizione ottocentesca della Vulgata (Esodo, 28, 15) si
cita il "Razionale del giudizio", così chiamato perché "il Sommo
Sacerdote l’aveva sempre al petto quando consultava il Signore
affin d’intendere i suoi giudizi e le sue volontà" (Bartolomeo
Catena, note all’Antico Testamento, 1830).
In esso, riferisce Catena, erano inseriti gli "Urim" e "Tummim",
dodici (sedici, in alcune raffigurazioni) pietre che, secondo lo
studioso Roberto Volterri, potevano essere altrettanti "displays
luminosi alfanumerici, che si illuminavano quando venivano
premuti o quando qualcuno, 'più in alto', intendeva dare
istruzioni al Sommo Sacerdote...".
La moderna esegesi ci dice che "Urim" e "Tummim" erano pietre
raffiguranti le dodici tribù di Israele.
Ma si tratta di un errore. É rilevante il fatto che
nell’"Apocalisse di Baruch" esse siano quarantotto. Nel testo si
accenna anche ad una discesa divina sulla Terra del "Santo dei
Santi, che porterà via il velo dell’arca dell’alleanza, il
propiziatorio, le tavole della Legge ed i paramenti sacri del
sacerdote, le quarantotto pietre preziose che rivestono l’Urim
del sacerdote".
Dunque, armi extraterrestri o quanto rimaneva di perdute
tecnologie passate?
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