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" Voi
parlate assai oscuramente e troppo. Ma io voglio
indicare completamente la Materia, senza tanti discorsi
oscuri. lo ve lo ordino, o Figli della Dottrina


Leggere
per la prima volta un libro di alchimia e cercare di
cogliervi un senso preciso è un'esperienza frustrante:
enigmi, contraddizioni, allegorie, simboli, interruzioni
e reticenze improvvise suscitano in chi legge
l'impressione di essere vittima di una beffa
straordinaria. Ne potrebbe essere altrimenti di fronte
ad una ricetta che inizia così: "Per estrarre l'anima
dell'asino in venti giorni: prendi un asino o un'asina,
battili fortemente finche non venga più fuori alcuna
feccia, poi prendi la metà di un sapiente milite armato
e mescola nella pila...". Oppure: "Prendi di qualcosa di
ignoto la quantità che tu vorrai. ..". Nella celebre
Turba philosophorun alcuni brani sono scritti in questo
stile irritante:
" Voi parlate assai oscuramente e troppo. Ma io voglio
indicare completamente la Materia, senza tanti discorsi
oscuri. lo ve lo ordino, o Figli della Dottrina:
congelate l'Argento vivo. Di più cose, fatene due, tre,
e di tre una. Una con tre è quattro. 4, 3, 2, 1, da 4 a
3 vi è 1, da 3 a 4vi è 1, dunque le 1,3 e 4. Da 3 a 1 vi
è 2, da 2 a 3vi è l’1, da 3 a 2 vi è 1. 1, 2 e 3 e 1, 2
di 2 e1, 1. Da l a 2,1, dunque 1. Vi ho detto tutto".
Gli alchimisti ci hanno lasciato molte migliaia di
libri. È evidente che essi amavano scrivere e
desideravano essere letti, ma preferivano non essere
capiti. Questo perché l'alchimia è Arte Sacra, è il
Segreto dei Segreti, e come tale va protetta dai
curiosi, dagli indegni, dai non iniziati. "Povero stolto
- ammonisce apertamente Artefio rivolto al suo lettore -
saresti davvero così ingenuo da illuderti che ti
sveliamo, apertamente e chiaramente, il più grande e il
più importante dei segreti? Davvero così ingenuo da
prendere le nostre parole alla lettera? In buona fede ti
dico che chiunque pretenda di spiegare secondo il senso
più comune e letterale ciò che gli altri filosofi hanno
scritto, si troverà ben presto smarrito in un labirinto
da cui non riuscirà mai più a liberarsi. .." .Per lo
scrittore di alchimia l'impegno è esporre tacendo, senza
mai oltrepassare i limiti oltre i quali la spiegazione
diverrebbe delazione. Fulcanelli, alchimista francese
del XX secolo, confessa: "Talvolta davanti
all'impossibilità nella quale ci troviamo, di spingerci
più in là senza violare il nostro giuramento, abbiamo
preferito mantenere il silenzio" .
Di quale giuramento parli, possiamo forse intuirlo da un
antico manoscritto conservato a Venezia, che riporta una
formula nella quale l’alchimista si impegna, in nome
della Trinità, a non rivelare i principi essenziali
della dottrina, pena terribili castighi divini.
Pur badando a non oltrepassare mai il limite della
delazione, gli autori di alchimia sono più o meno aperti
alle confidenze e in rapporto a ciò meritano la
definizione di invidiosi o caritatevoli, avari o
prodighi. Invidioso o avaro è colui che si adopera con
ogni mezzo per trascinare chi legge su una falsa pista;
caritatevole o prodigo è chi fornisce magari poche
spiegazioni, ma sempre veritiere.. Purtroppo una precisa
suddivisione nelle due categorie non è possibile. Autori
che sono invidiosi per pagine e pagine, possono
diventare caritatevoli su qualche passaggio specifico
delle operazioni, e, viceversa, autori caritatevoli
possono nascondere in mezzo a molte cose esatte una sola
menzogna, sufficiente però a stravolgere il significato
di ogni cosa.
Non è raro che un trattato di alchimia si apra
promettendo di voler rivelare ogni informazione
necessaria con la massima sincerità e chiarezza. Così il
Rosarium Phiosophorum di Arnaldo da Villanova: " Questo
libro si chiama Rosario, perché è una cosa fatta breve,
tolta dai libri dei Filosofi, nel quale non è alcuna
cosa occulta, nissuna fuori di via, nissuna diminuita;
ma in esso si contiene tutto quello che è necessario al
compimento dell'opera nostra". Nonostante il tono
accorato, l’affermazione è invidiosa al massimo, perché
nessun trattato alchemico, compreso il Rosarium di
Villanova, è costruito in modo da potersi dire completo,
nessuno contiene l’intero complesso delle conoscenze
indispensabili er portare a buon fine la Grande Opera.
Nel migliore dei casi l’esposizione è particolareggiata
su alcune fasi dei procedimenti e molto disinvolta su
altre; più spesso interi passaggi vengono taciuti; quasi
sempre si usa la tecnica di alterare l'ordine
cronologico delle singole operazioni: apparentemente il
discorso è logico e continuo, in realtà si compie con
continui balzi avanti e indietro.
A completare lo smembramento, anche all’interno di uno
stesso testo, identiche materie ed operazioni sono
chiamate con nomi diversi, e cose diverse vengono
definite con termini identici. Un antico Filosofo
avverte: "State attenti, o ricercatori di questa
scienza, che gli invidiosi smembrarono l’arcano in
parecchi pezzi; e trattarono di parecchie acque, succhi,
corpi, pietre, spiriti in modo che devastarono quest’arte
preziosa con la moltiplicazione di tutti i nomi…". E
Geber scrive: "tengo a dichiarare che, in questa mia
Summa non ho voluto insegnare la nostra scienza in modo
continuato, a l’ho disseminata qua e là nei diversi
capitoli….".
Oltre allo smembramento, i mezzi usati per nascondere o
velare la verità sono molti. Tra i più complessi, ma
meno frequenti, è la crittografia, che consiste nello
scrivere singole parole o intere frasi secondo una
chiave particolare, talvolta in base ad un alfabeto
costruito appositamente per l'occasione con segni
ermetici, segni di fantasia, lettere e cifre mischiate.
Un bell'esempio di crittografia è nel Codice De Oldanis,
del XV secolo, dove alcuni passi sono scritti secondo un
alfabeto di venticinque segni: ventidue corrispondono
alle ventuno lettere latine (la r è rappresentata da due
segni diversi), tre non hanno alcun significato e sono
usati in principio, in fine o in mezzo alla parola per
aumentare le difficoltà del lettore. Autori meno avari
usano forme più semplici, limitandosi a scrivere nomi
alla rovescia, mischiando alla grafia delle parole
lettere inutili, mettendo in atto abbreviazioni
drastiche, come ad esempio aroph per aroma philosophorum.
Certamente molto invidiosi erano invece coloro che
sottraevano alla completezza del testo intere parole per
sostituirle con altre prive di senso.
Nel De secretis operibus artis et naturae di Ruggero
Bacone c'è un passo, sulla cui autenticità non tutti
sono però d'accordo, che nasconde in anagramma la
ricetta fondamentale per la fabbricazione della polvere
da sparo (nitrato di potassio, carbone di legna, zolfo).
Il brano suona così: "Sed tamen salis petrae luru vopo
vir can utri et sulphuris; et sic facies tonitrum et
coruscationem si scias artificium". Anagrammando le
parole senza senso, luru vopo vir canutri, si ottiene
R.VII PART: V .NOV.: CORUL. V:, abbreviazione di "recipe
VII partes, V novellae coruli V".
L'intera frase suona allora così: "Ma tuttavia prendi
sette parti di salpetra, cinque parti di nocciolo
giovane, cinque di zolfo; e così, se conosci
l'artificio, farai tuono e lampo".
A Fulcanelli, mai altrettanto caritatevole, si devono
ampie spiegazioni sulla cabala fonetica, in base alla
quale per comprendere il significato di una parola
occorre tener conto del suono dell'insieme di lettere e
non dell'ortografia, che ne costituisce il velo. La
cabala fonetica spiegherebbe. ad esempio. perché gli
alchimisti facessero spesso riferimento alla leggenda di
S. Cristoforo, il gigante che trasportò sulle spalle il
Cristo fanciullo attraverso un fiumein piena. Secondo
l'etimologia greca "Cristoforo" significa "colui che
porta il Cristo", ma in alchimia, per assonanza
fonetica, diviene "Crisoforo", cioè "colui che porta
l'oro". "Si tratta - afferma Fulcanelli - del
geroglifico dello zolfo solare o dell'oro nascente (Gesù),
innalzato sulle onde mercuriali e poi portato
dall'energia propria di questo Mercurio, al grado di
potenza posseduta dall'Elisir". In altre occasioni il
ricorso alla cabala fonetica porta Fulcanelli a
speculazioni ancora più ardite. Se la logica a volte è
carente e la forzatura è palese, chi legge deve
comprendere che non è importante il rigore filologico
del ragionamento, quanto ciò che il Filosofo cerca di
dire tra le righe cogliendo a pretesto la Cabala
fonetica.
Ne Il mistero delle cattedrali il solito Fulcanelli
svela anche un perfido caso di enigma alchimistico
inciso su un muro. Nella cappella di Palazzo Lallemant,
a Bourges, in una nicchia del XVI secolo c'è la scritta
"RE- RE, RER" , ripetuta tre volte. Sul frontone vi sono
tre granate ignee. Secondo Fulcanelli la chiave è
nell'indicazione di ripetere tre volte un medesimo
procedimento, la calcinazione dello zolfo filosofale
(indicato dalle granate ignee). Quanto alle parole
misteriose, spiega: "RE, ablativo latino di res,
significa la cosa, considerata per quel che riguarda la
materia che la compone; poiché la parola RERE e
l'accostamento di RE, una cosa, e RE, un 'altra cosa,
tradurremo l’espressione due cose in una, oppure una
cosa duplice; così RERE sarà l'equivalente di REBIS".
Purtroppo, dopo aver dato qualche ulteriore chiarimento
sul Rebis, Fulcanelli si fa avaro e conclude di non
poter essere altrettanto esplicito nella spiegazione
dell'altra parola, RER. Tuttavia, poiché R è la metà di
RE, RER equivale ad una materia (RE) più la metà di
un'altra o della sua propria (R).

Gli
alchimisti fanno un uso larghissimo di simboli,
giustificato come sempre dalla necessità di nascondere
almeno parzialmente la dottrina: "Così anco i Filosofi
chimici - si dice nel Dell'imprese - ascondono gran
magisteri sotto le aquile, i dragoni, le lacrime, il
latte di vergine, luna, sole, matrimonio, monte,
risuscitare, spirito, anima e cose simili. Questo si è
fatto perché non si conveniva che cose nobili si
intendessero da tutti gli sciocchi, perché sarieno state
disprezzate e derise, et la filosofia stimata
pazzia...".
Molti simboli attingono al mondo animale, costituendo un
folto bestiario di cui fanno parte sia esseri mitici,
come Il fenice o l'unicorno, sia reali.
L 'astrologia contribuisce in modo fondamentale ad
alimentare il patrimonio del simbolismo ermetico. Il
rapporto pianeti = divinità = metalli risale alla più
alta antichità ed è entrato nell'alchimia con le
corrispondenze divenute poi consuete: Sole (Apollo) =
oro; Luna (Diana) = argento; Mercurio = mercurio o
argento vivo; Venere = rame; Marte = ferro; Giove =
stagno; Saturno = piombo. I dodici segni zodiacali
trovano precise corrispondenze in altrettante fasi della
Grande Opera i soprattutto con i periodi dei l'anno in
cui esse vanno svolte: "Lo zodiaco dei Filosofi - scrive
l'abate Pernety - non è la stesso che lo zodiaco celeste
benché il primo abbia un grande rapporto con il secondo.
I segni dei Filosofi sono le operazioni dell'Opera che
bisogna percorrere per giungere al loro autunno, ultima
stagione del loro anno, perch essa è quella durante la
quale i Filosofi raccolgono i frutti del loro lavoro".
Tra gli altri simboli di diversa natura, a ricorrere con
grande frequenza sono poche decine.

Nell'ambito del simbolismo si collocano anche le
illustrazioni, che quasi mai hanno valore puramente
ornamentale. Costruite piuttosto come vere e proprie
appendici ai testi, utilizzano ogni genere di simboli e
nell'insieme si leggono un po' come rebus. Esiste, anzi,
un libro di alchimia costituito unicamente da immagini,
il "Mutus liber", che descrive la realizzazione della
Grande Opera in quindici tavole. Vi sono rappresentati
un uomo e una donna che lavorano sia all'interno di un
laboratorio, davanti all'athanor (forno a forma di
torre), sia all'aperto, nei campi, per raccogliervi
preziosi influssi cosmici. Nel corso dei secoli molti
autori hanno tentato di interpretare il Mutus liber, ma
le loro spiegazioni sono spesso così fortemente
contrastanti da non poter essere considerate definitive.
Elementi, corpi ed operazioni sono rappresentati con
segni convenzionali. Sulla 1oro origine sappiamo molto
poco, ma sembra fossero sconosciuti agli albori
dell'alchimia latina per entrare poi nell'uso corrente
dalla metà del XV secolo. Dopo il loro primo apparire i
segni alchemici diventarono via via più complessi e
numerosi, senza però costituire un ulteriore elemento di
enigmaticità, poiché le tabelle che costituivano i
significati corrispondenti erano di uso comune. Nel ‘700
l’elenco dei segni era così nutrito che le tavole della
Encyclopedie di Diderot e d' Alembert ne comprendevano
circa cinquecento.
Ben
altro acume gli alchimisti hanno usato per rivisitare la
mitologia e la storia sacra, allo scopo di farne
rappresentazioni allegoriche della Grande Opera. La
vicenda biblica del profeta Elia, rapito in cielo su un
carro di fuoco, è usata nei libri di alchimia come
raffigurazione dell'alchimista che ha realizzato il
lavoro, ottenendo la trasmutazione di se stesso. Anche
la creazione di Adamo è assimilata all'opera alchemica,
poiché come Dio trasse Adamo dal fango, così
l'alchimista trae la Pietra Filosofale da una materia
iniziale vile. Il parallelo Cristo nato dalla Vergine
Maria = Lapis (pietra Filosofale) nato dall'Acqua
Mercuriale trova spazio già nella prima alchimia latina
e conduce ad interpretare tutto il mistero cristiano in
chiave ermetica.
Il
capolavoro di questo filone è l'Aurora consurgens,
scritta agli inizi del '300, in cui le Sacre Scritture
divengono il pretesto per una lunga esposizione di
parabole che in realtà hanno significato alchemico. Del
1617 è il Symbola aureae mensae, che illustra l'alchimia
come Messa: il sacerdote che officia davanti all'altare
è l'alchimista che lavora davanti all'athanor; la Pietra
Filosofale è come l'ostia, fonte di grazia e di vita
eterna; l'elisir ottenuto con la Grande Opera è come il
vino eucaristico; la trasmutazione del metallo vile in
oro avviene nello stesso modo in cui l'ostia si
trasforma nel corpo di Cristo.
Con l'identico processo si ricorre alla mitologia greca.
Teseo che lotta nel labirinto di Cnosso è l'alchimista
che combatte tra le difficoltà della Grande Opera,
difficoltà dalle quali si esce solo possedendo il filo
d'Arianna, ossia la necessaria conoscenza segreta che
fornisce la chiave del lavoro da svolgere; Dedalo ed
Icaro, che nel mito evadono dal labirinto usando ali di
cera, rappresentano le materie volatili. Ma il culmine
dell'attenzione mostrata dagli alchimisti per i miti
greci è raggiunta nell'interpretazione delle vicende di
Giasone e del Vello d'oro. Il Vello d'oro, il cui
possesso dà l'abbondanza, è la Pietra Filosofale;
Giasone che parte sulla nave Argo è l'alchimista che
intra- prende la via umida; le fatiche dell'eroe sono
altrettante allegorie delle operazioni da compiere per
arrivare al perfezionamento dell'Opera. Per spiegare
questo ed altri miti alla luce dell'alchimia, l'abate
Pernety (1716-1801) scrisse Le Favole greche ed egiziane
svelate. Lo stesso autore, nell'intento di facilitare la
comprensione dei trattati di alchimia, compilò anche il
Dizionario mito-ermetico, che a sua volta non è un
modello di chiarezza, poiche attribuisce a molte voci
significati troppo generici o troppo oscuri.
A volte l'allegoria percorre l'intero testo e non
soltanto alcuni brani. li Libro delle figure
gerogljfiche, scritto agli inizi del XV secolo con la
firma dello scrivano parigino Nicolas Flamel, nasconde,
sotto la forma di autobiografia reale e documentata, il
resoconto del cammino mistico dell'autore. Nel nucleo
centrale della narrazione Flamel ricorda come un giorno
sia entrato in possesso di un manoscritto di alchimia
molto vecchio, largo e dorato, composto da tre gruppi di
sette fogli .ciascuno. Dopo averne studiato invano il
contenuto per molti anni, t~ .egli si era deciso ad
andare in pellegrinaggio a S. Giacomo di Compostela, in
Spagna, per chiedere la grazia di una giusta
interpretazione. Adempiuto al voto, sulla via del
ritorno aveva incontrato un mercante bolognese ed un
ebreo convertito, Mastro Canches.
In
compagnia di quest'ultimo Flamel aveva concluso, via
mare, il viaggio verso la Francia, ma al momento dello
sbarco l'amico ebreo era morto, non senza aver prima
rivelato il significato dello strano libro. Dopo altri
tre anni di studio e di lavoro, Flamel era riuscito
finalmente ad ottenere la sua prima trasmutazione. Per
molto tempo si è discusso se lo scrivano Nicolas Flamel,
realmente esistito a Parigi tra la fine del '300 e gli
inizi del' 400, sia stato davvero un alchimista e se
davvero sia da considerare l'autore del Libro delle
figure gerogljfiche. Per i seguaci dell'alchimia la
questione è irrilevante, ciò che conta è il significato
riposto. Il manoscritto vecchio, largo e dorato
simboleggia un sapere antico, di vasta dottrina, che ha
per oggetto i metalli
I
ventuno fogli sono le sette operazioni dell’alchimia, da
ripetersi tre volte. Il pellegrinaggio a Compostela è
l’allegoria della strada da seguire per giungere
all’illuminazione, da ottenersi con la fede e la
devozione. Nel terzetto Flamel - mercante bolognese –
Mastro Canches è la dissoluzione della materia prima..
Analogamente, anche altri elementi della biografia
possono essere colti allegoricamente.
Nella storia della letteratura alchemica il
moltiplicarsi degli strumenti di occultamento dei
contenuti cammina di pari passo con il proliferare degli
scritti. Non è un caso se si considera che i libri di
alchimia si sono fatti più frequenti via via che la
trasmissione orale della dottrina, da maestro a
discepolo, diventava sempre più rara. E’ da supporre che
nel momento in cui l’insegnamento e il contatto
personale iniziarono ad essere un’eccezione, i maestri
abbiano sentito la necessità di affidare alla scrittura
il proprio sapere, premurandosi però di nasconderne le
chiavi. Il lettore poco saggio o frettoloso avrebbe così
intravisto soltanto le meraviglie del giardino
alchemico.
Ogni
sapere sarebbe stato riservato al lettore capace di
meritarlo con un paziente, quotidiano lavoro di
meditazione ispirato a quel motto dell’alchimia che
raccomanda: "Prega, leggi, leggi, leggi, rileggi, lavora
e troverai". In realtà la difficoltà di accesso no
serve soltanto a tener lontano i curiosi e gli indegni;
è anche lo strumento idoneo a trasformare i meccanismi
mentali del lettore, rompendo il suo ordine logico e
risvegliando in lui regioni di coscienza oscurate, le
uniche a consentirgli di comprendere l’essenza della
Grande Opera.
La rottura del piano razionale come mezzo indispensabile
per poter accedere allo stato di risveglio, di
illuminazione, in cui tutto acquista un senso, è lo
stesso perseguito dallo Zen e da altre dottrine
esoteriche. Il cifrario più difficile da sormontare non
è dunque quello esterno al testo, che – quando è
presente – può essere ricostruito con qualche sforzo. Il
vero cifrario, che rende impenetrabili i testi, è quello
non convenzionale che proviene naturalmente dalla realtà
che cela. Come scrive Butor: "E’ dunque vano indagare
quale aspetto del simbolismo sia destinato a sviare.
Tutto svia e rivela in pari tempo.".

GLOSSARIO
Albedo e nigredo: due fasi della Grande Opera.
Elisir: insieme alla Pietra Filosofale, è un prodotto
finale della Grande Opera. Gli si attribuisce il potere
di rinnovare le energie vitali.
Ermetismo: insieme delle dottrine attribuite ad Hermes
Trismegisto, mitico inventore dell'alchimia.
Filosofo: alchimista.
Fisso: ciò che non si sublima o non evapora.
Grande Opera: l'insieme delle operazioni che deve
compiere l'alchimista per pervenire al successo.
Pietra Filosofale: insieme all'Elisir, è un prodotto
finale della Grande Opera. Gli si attribuisce il potere
di trasmutare le sostanze.
Rebis: corpo che, pur essendo unico, è composto
contemporaneamente di maschio e femmina o comunque di
due cose opposte.
Sale, Zolfo e Mercurio: i tre principi che, secondo
l'alchimia, combinandosi in modo diverso, formano le
diverse sostanze. Non coincidono con ciò che noi
chiamiamo comunemente sale, zolfo e mercurio.
Trasmutazione: è 1o scopo ultimo dell'alchimia. Va
intesa in un doppio senso: come possibilità
dell'operatore di ottenere a piacimento il mutamento di
una sostanza in un'altra; come possibilità per
l'operatore di ottenere una trasformazione di se stesso
sul piano spirituale.
Via secca e via umida: i due modi in cui può essere
compiuta la Grande Opera. La via secca è breve e
pericolosa, la via umida più lunga e sicura.
Volatile: ciò che si sublima o evapora per azione del
fuoco.
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