



Un racconto fantastico sui
mitici cavalieri del medioevo
di Vincenzo Poma


Sono
ormai un uomo vecchio, stanco e devastato da angosce spirituali lancinanti. Ho
vissuto parte della mia vita in maniera alquanto avventurosa e pericolosa.
Nonostante l’impiego onorifico e abbastanza remunerativo in qualità di
Professore emerito e rispettato di Storia e Archeologia medievale presso
l’Università cattolica di Roma, ho sviato colpevolmente dal retto cammino e mi
sono andato ad impelagare nell’approfondimento temerario e sacrilego dei misteri
religiosi del Medioevo, con particolare riguardo alla leggenda metastorica dei
Templari.
Sì e no, gli anni che mi restano da vivere si possono contare sulle dita di una
mano; sento infatti ormai da vicino l’alito gelido della morte, quel momento
tanto temuto e pauroso in cui saremo posti dinanzi a Dio per rendere conto dei
nostri peccati.
Lascio dunque come testamento al mio caro amico notaio Alfonso Di Chilea il
presente manoscritto, con la preghiera che lo recapiti a mio figlio quando sarò
morto e sepolto (lui sa già che dovrà pubblicarlo apocrifo e con la massima
circospezione). Il lutto e l’estrema paura che provo nel cuore per il rapimento
e la scomparsa di mia figlia (sono ormai quindici anni che non ho più sue
notizie) m’impedisce di pubblicarlo in vita, ne potrebbero derivare altri gravi
nocumenti non solo per il sottoscritto (già più di una volta scampato alla
morte) ma sinanche per i familiari che mi restano, per l’incolumità dei quali mi
sento adesso più che mai responsabile; non che prima non avessi questa
preoccupazione, ma gli eventi tragici accennati m’impongono ora maggiore cautela
di quanta non ne abbia avuta prima.
Se avessi saputo che i miei studi sui Templari avrebbero potuto accendere in
questa maniera barbara l’odio verso di me, avrei mandato tutto al macero senza
pensarci un solo momento! Ma ora non posso più tirarmi indietro, la
pubblicazione seppure postuma e apocrifa di questo scritto sarà la mia vendetta
contro una Chiesa che ritengo colpevole della criminale aggressione alla mia
famiglia.
So che quanto verrà a suo tempo pubblicato risulterà alquanto devastante per
coloro che nutrono verso le autorità religiose un atteggiamento passivo e
acquiescente, per non dire succube. Ma non posso farci niente, per me la Verità
è una questione di vita o di morte.
Ecco dunque a voi il testo, che racconta dei miei studi accaniti sulla questione
templare e le relative tragiche vicissitudini cui andai purtroppo incontro e
dalle quali emersi dopo tante amarezze, pericoli e ferite indelebili.
Correva l’anno 1314; Jacques de Molay, ultimo Gran Maestro dei Templari, veniva
bruciato sul rogo per ordine del Re di Francia, Filippo IV, e con la
condiscendenza acquiescente di Papa Clemente V, portando con sé nella tomba il
terribile segreto di quest’Ordine misterioso sorto all’alba del dodicesimo
secolo ad opera di alcuni cavalieri francesi con alla testa il fondatore Hugues
de Payns.
Da allora sono stati scritti fiumi d’inchiostro per cercare quanto meno di
scalfire alcuni degli enigmi che si dice avvolgano tuttora la storia leggendaria
di questi eccentrici monaci-guerrieri, ritengo tuttavia che la questione sia
stata trattata con molta rigidità accademica e meriti peraltro ben altro tipo di
approfondimento e inquadramento.
È una vicenda molto ma molto drammatica, impregnata com’è fino al midollo di
santità o di sacrilegio, a seconda di come si interpretano i dati storici in
nostro possesso, ovvero le relative supposizioni più o meno attendibili
elaborate da innumerevoli studiosi, tanto che la bibliografia sull’argomento è
incredibilmente vasta e non accenna ad arrestarsi.
Più mi addentravo nella lettura e nello studio di decine e decine di volumi
vertenti tutti su questo delicatissimo dilemma storico-religioso e più mi
rendevo conto che ‘qualcosa’ di viscidamente sinistro mi sfuggiva tra le mani,
come se si fosse fatto di tutto per impedire a chiunque di venirne a capo.
Dopo mesi e mesi di accanimento intellettuale teso a dirimere simile foresta
intricatissima pervasa all’inverosimile da trappole e indizi sfuggenti, ad un
certo punto ebbi netta la sensazione che questi oscuri cavalieri medievali (o
quanto meno i loro circoli più interni) avevano cercato e forse trovato prove
documentali (e forse sinanche materiali) talmente sconvolgenti da non potersi
neppure rivelare al di fuori di un numero ristrettissimo di iniziati, conoscenze
segretissime in grado di minare alla base la pace sociale e spirituale
dell’epoca e perfino di cambiare in maniera drastica e inaudita il corso stesso
della storia umana.
Un turbinio di pressanti interrogativi mi frullava di continuo per la testa, la
mia stabilità psico-fisica ne risentiva in maniera sempre più vistosa; la notte
faticavo ad addormentarmi e quando ciò mi riusciva sogni raccapriccianti
provocavano di soprassalto il mio risveglio.
Insomma, tanto mi accanii in quei meandri oscuri della Storia e della
riflessione filosofica che ero quasi sul punto di cedere dinanzi al sempre più
preoccupante indebolimento delle mie resistenze psico-fisiche. Ma ripetendo ogni
giorno a me stesso che sarebbe stato un delitto culturale abbandonare a quel
punto cruciale le mie ricerche, mi rituffai a capofitto nell’impresa, deciso ad
ogni costo a conseguire un qualsiasi seppur minimo successo che squarciasse
quanto meno una parte del velo di contanti sinistri arcani; e fu così che, roso
fin nel più profondo di me stesso dall’ansia e dal presentimento che nella
vicenda dei Templari si celasse il più grande mostruoso segreto della storia
umana, decisi, forse sbagliando (in ciò comunque mosso da un bisogno
insopprimibile di sfogo psicologico e insieme di sfida ad una realtà religiosa
fin troppo appiattita su presunte verità ‘rivelate’ recepite aprioristicamente
senza alcun senso critico), risolsi dunque di rendere pubbliche le mie
angosciose investigazioni mediante diversi articoli editi dal nostro Giornale
culturale universitario, interventi nei quali prospettavo dei Templari
un’interpretazione a quanto pare assai indigesta alle autorità vaticane, tant’è
vero che suscitarono subito un vespaio di polemiche furiose orchestrate
sicuramente dall’Alto.
Ma io non mi feci intimidire e continuai imperterrito per la mia strada. Per
rendere le mie saltuarie apparizioni scritturali più incisive e persuasive, in
maniera tale da poter contrastare testi alla mano i miei detrattori sempre più
agguerriti, rovistai e passai al setaccio decine e centinaia di Biblioteche
della Capitale e di tutta la provincia romana e fu proprio durante una di queste
diciamo peregrinazioni culturali che rimasi vittima di un incidente
automobilistico spaventoso avvenuto in circostanze le più inquietanti che si
possano immaginare, tali da convincermi che forse la mia stessa esistenza era
entrata nel mirino di quelle stesse forze oscure che con tutte le mie forze
cercavo di scandagliare.
Dell’identità misteriosa del responsabile del ‘sinistro’ (nel quale ebbi
miracolosamente salva la vita) non si potè sapere un granché; mi fu riferito
soltanto che era scapolo e abbandonato a sé stesso; dopo una ventina di giorni,
peraltro, morì in ospedale per cause naturali non attinenti all’incidente e
persino la ricerca dei suoi parenti (ai fini del procedimento giudiziale per
risarcimento-danni) si rivelò assai perigliosa (l’idea che si defilassero
volutamente nel tentativo d’insabbiare la vicenda non riuscii mai a scacciarla
dalla mia testa), ciò che m’indusse a concludere che effettivamente si era
cercato di nascondermi qualcosa di assai tremendo, magari un complotto in piena
regola per uccidermi in maniera pulita e insospettabile.
Il fatto che quasi tutti i miei colleghi universitari, conosciuta la notizia,
non si prodigarono affatto a visitarmi per sincerarsi personalmente delle mie
condizioni psico-fisiche, mi fece comprendere poi che intorno alla mia persona
si stava cercando in ogni modo di far terra bruciata, per isolarmi quanto più
possibile nell’ambito professionale prima e poi in generale in quello civile e
umano.
Ma adesso ritorniamo sui nostri passi e cioè alle questioni sulle quali è
centrata la presente Divulgazione.
Chi erano, davvero, ‘questi’ Templari? Perché furono soppressi improvvisamente
sotto una valanga di accuse certo sospette di artefazione, ma non per questo
meno inquietanti e mostruose? Erano venuti a Gerusalemme, come narrano le fonti
ufficiali, al solo scopo di proteggere i pellegrini dalle scorrerie di briganti
e fuorilegge? Oppure dietro la loro apparizione si sarebbe celato il vero
obiettivo da loro perseguito, consistente nella ricerca segretissima di indizi e
prove attinenti al mistero della Nascita e della Vera Natura e Missione di
Cristo? Del resto, perché il Regnante latino di Gerusalemme, Baldovino II, aveva
concesso loro un’ala dell’antico e dirupato Tempio di Salomone (da cui presero
appunto il nome), scopertamente autorizzandoli a scavare nelle sue fondamenta
per riportare alla luce quel ‘qualcosa’ di cui abbiamo accennato? Perché, in
effetti, le fonti tacciono a proposito delle azioni intraprese dai Templari a
partire dal 1118 (anno presunto della loro fondazione ‘ufficiale’) fino all
Concilio di Troyes del 1129, nel quale vennero giuridicamente riconosciuti dalla
Chiesa quale Istituzione Ortodossa a tutti gli effetti? Quale fu in questo
iniziale contesto il vero ruolo giocato da Bernardo di Chiaravalle, l’uomo
religioso più ascoltato e complicato dell’epoca, uno stretto parente del quale
divenne ad un certo punto Gran Maestro dell’Ordine? Era stato Lui ad orchestrare
segretamente la nascita dei Templari, come farebbe supporre un suo libello
pubblicato per esaltarne la missione? Oppure si deve immaginare che abbia agito
in combutta con potentati esistenti in incognito e che avrebbero avuto nel
temibile e controverso Priorato di Sion la loro base segreta per pilotarli verso
avventure esoteriche oltreché militari già da molto tempo programmate dopo la
conquista della Città Santa ad opera delle armate crociate al comando di
Goffredo di Buglione? Perché, appunto, i Templari fanno la loro comparsa
praticamente subito dopo tale successo militare? E perché, altra strana
coincidenza, le Crociate nascono in concomitanza con l’inizio dell’espandersi di
varie e pericolose eresie capaci di assestare colpi devastanti alle autorità
ecclesiastiche di allora e di converso al potere laico-politico geloso dei suoi
privilegi di preminenza economico-finanziaria? È sostenibile l’ipotesi che la
Chiesa, d’accordo appunto con diversi Circoli Esoterici europei, abbia istituito
una Società Segreta (Sion) subito dopo la conquista di Gerusalemme nel 1099,
allo scopo di controllare e proteggere da vicino eventuali ritrovamenti
documentali o di altra natura che riguardassero specificatamente il Mistero di
Gesù? Che dire, in merito all’infamante accusa mossa ai Templari, secondo cui
Questi procedevano all’accettazione dei novizi dopo averli costretti al
Rinnegamento dell’immagine ovvero della Figura storica di Cristo? Erano entrati
forse in possesso di fonti inoppugnabili in grado di comprovare la natura solo
umana del Nazareno? Cosa mai poteva rappresentare il famoso idolo adorato dai
Templari col nome in codice di Baphomet? Si trattava della semplice
raffigurazione di Maometto? O rimandava a certe pratiche gnostiche, secondo le
quali la venerazione simbologico-idolatrica di messaggeri e intermediari
angelici tra Dio e la Vita Materiale Decaduta sarebbe uno dei più risolutivi
metodi religiosi per la meditazione e la conquista dell’Unica Verità
Trascendente? Quale fu in quest’ottica il loro vero rapporto con gli eretici
gnostici Catari, che ritenevano appunto il Mondo Materiale Opera del Demonio in
costante opposizione con un Dio di Bontà del tutto sganciato dall’Universo
Creato, credenza per la quale vennero sterminati da Innocenzo III nell’unica e
tuttora incompresa crociata europea iniziata nel 1209 e apparentemente
conclusasi con la presa della roccaforte catara di Montsegur nel 1244? Perché,
ancora, secondo alcune fonti comunque non riconosciute dalla storiografia
ufficiale, molti Templari aiutarono in qualche modo gli eretici a sottrarsi alla
cattura, specie nei territori della Linguadoca, e sulla cui ragione si mormora
siano divenuti i veri depositari del tesoro cataro ‘proibito’, rocambolescamente
fatto sfuggire dalle mani crociate proprio durante lo snervante assedio cui
furono sottoposti i misteriosi inquilini del Castello di Montsegur? Perché
furono accusati di magia e stregoneria? Perché, su questo delicato particolare
tuttora snobbato dagli storici, ad un certo punto lo stesso Innocenzo III sente
il bisogno di intervenire di persona, ammonendo i Templari ad andarci piano con
cerimonie blasfeme non meglio specificate? Che tipo di magia si stava mettendo
in opera e perché la Chiesa ne aveva paura? Perché i Capitoli Generali
dell’Ordine si svolgevano di notte ed erano sorvegliati all’esterno da un gran
numero di armati con l’incarico di renderli impermeabili ad occhi indiscreti?
Cosa vi si macchinava? È credibile in sostanza l’assunto che essi mirassero in
definitiva alla distruzione del Cristianesimo e delle fondamenta della società
medievale, per sostitire al tutto una loro ben precisa visione filosofica della
vita ancora naturalmente da sceverare? Perché il Tristemente Famoso Concilio di
Nicea del 325 dopo Cristo stabilì in maniera apodittica, sotto l’attenta regia
dell’Imperatore Costantino, il Dogma della Divinità di Gesù, ponendo quest’ultimo
praticamente sullo stesso piano di Dio, un errore a mio avviso esiziale del
quale stiamo pagando tuttora le funeste conseguenze? L’adorazione di Gesù,
quantunque decisiva e indispensabile ai fini della salvazione spirituale, non
scagiona forse troppo facilmente Dio dalle Sue Colossali Responsabilità in
ordine al Problema del Male nell’Universo da Quest’Ultimo posto in Essere?
E che dire infine dell’inquietante cittadina di Rennes Le Chateau, nella quale è
risaputo siano avvenuti strani ritrovamenti documentali capaci di rafforzare
pericolosamente i sostenitori dell’umanità di Cristo, seppure di qualità
profetica e messianica, e addirittura della sua discendenza genealogica? Perché
sono morte in circostanze quanto meno sospette diverse personalità implicate in
questo tipo di ricerche in questo impervio e sperduto villaggio della Francia
meridionale? Perché il Vaticano continua ancora oggi in qualche modo ad
ostacolare indagini approfondite sul territorio di Rennes Le Chateau? Perché fu
inviato da quelle parti a suo tempo il futuro Papa Giovanni XXIII per un
controllo generale della situazione? Perché diversi studiosi sono convinti che
un quadro del celebre pittore francese Nicolas Poussin (I Pastori d’Arcadia)
nasconda in realtà la più grande eresia, ovvero la più sconvolgente verità che
si possa immaginare, una Verità attinente alla fine storica di Cristo in grado
di portare alla distruzione di venti secoli di civiltà cristiana?
Questi che precedono sono solo alcuni dei quesiti su cui si arrovellano da tempo
gli studiosi dei Templari, quesiti chiaramente di tale importanza che non è
permesso a nessuno misconoscere, tantomeno a chi, come il sottoscritto, ritiene
che in ogni caso la Verità, qualunque essa sia, rimanga pur sempre migliore
della menzogna, pur se avviluppata e abbellita di santità.
Una risposta inequivocabile ad essi è comunque allo stato assai problematica;
mancano o sono spariti infatti diversi documenti storici, ragion per cui si
possono avanzare ipotesi più o meno credibli, una delle quali è appunto quella
che mi propongo di porre all’attenzione degli esperti mediante il presente
scritto.
Ma al di là di tutto, resta davero come un macigno il tenebroso dilemma riguardo
la giusta interpretazione del ‘presunto’ rinnegamento di Cristo, un evento che
se fosse dimostrato come vero rappresenterebbe la più grande eresia e insieme il
più grande pericolo che la Chiesa abbia mai affrontato e debba tuttora
affrontare se fossero acclarate e giustificate le sue motivazioni di carattere
storico-archeologico-filosofico.
Per una compagine nata dalla spinta riformatrice di Bernardo di Chiaravalle, che
aveva al suo centro l’emulazione della figura di Gesù, questo inquietante
rituale d’accettazione dei novizi viene a porsi come una sfida estrema alla
ragione umana.
Com’è possibile, infatti, pensare e sostenere che questi monaci-guerrieri
abbiano sparso del sangue e si siano fregiati della croce di Cristo e poi infine
lo rinneghino come falso profeta? Forse qui sta il nocciolo duro del mistero, un
enigma veramente conturbante sul quale non è certo agevole presentare esegesi
che siano tali da rispondere esaurientemente alla questione, anche se bisogna
dire che poteva benissimo trattarsi di una Cerimonia esoterico-iniziatica con
finalità ben diverse dall’apparenza.
Se comunque analizziamo diligentemente i quattro evangeli ufficialmente
riconosciuti dalla Chiesa (ma esistono come sanno gli addetti ai lavori anche
quelli cosiddetti apocrifi dove si adombra persino la congettura che Gesù possa
avere avuto un gemello), ci accorgiamo facilmente di un’incongruenza che ad un
esame attento e meticoloso diviene subito evidente.
Se non fosse che tutti e quattro gli evangelisti sembrano parlare in un certo
senso di fatti apparentemente identici, nulla ci vieterebbe di supporre che in
essi si siano volutamente confuse due figure nettamente agli antipodi per
carattere e tipo di predicazione. Nei tre sinottici emerge la figura di un Gesù
a volte persino vendicativo che si scaglia violentemente contro le Potestà di
questo mondo, quasi a volersi ad esse sostituire in un regno terreno vero e
proprio (l’episodio dell’irruzione nel tempio col rovesciamento dei banchi dei
cambiavalute ne sarebbe l’esempio più indicativo, per non parlare dell’ingresso
trionfale a Gerusalemme e dell’iscrizione INRI posta misteriosamente da Pilato
sulla croce); nel quarto Evangelo, invece (il testo col quale si tramanda i
Catari battezzassero i loro adepti), emerge di contro la personalità
affascinante di un Maestro spirituale votato al Perdono e alla Misericordia.
Perché questa dicotomia mai ampiamente analizzata come sarebbe stato
indispensabile fare per spazzare il campo da equivoci che si trascinano dalla
notte dei tempi? Si tratta di una correzione e di una reazione della Chiesa
nascente di fronte alla minaccia di un’interpretazione solo umana di Cristo
mediante la presentazione di un Vangelo che alzasse la mira verso orizzonti
spirituali mai prima d’ora così chiaramente esplicitati, seppure in questa
maniera si fosse forse un pò troppo forzata la mano dello scrivente individuato
nel discepolo prediletto di Gesù? È sostenibile, a proposito, l’idea di una
scoperta da parte templare di fonti che affermassero il carattere solo umano di
Cristo, in contrapposizione alla Figura di un Maestro che avrebbe predicato in
Palestina più o meno negli stessi anni del primo e il cui Messaggio sarebbe
stato fatto coincidere artificiosamente col protagonista dei Sinottici?
Mi rendo conto che una simile ipotesi può apparire alquanto paradossale, ad ogni
modo è pur vero che un gran numero di studiosi concordano nell’affermare che vi
è indiscutibilmente un salto di qualità evidentissimo tra i sinottici e il
Quarto Vangelo. Quale ne sia la ragione segreta è uno dei compiti colossali che
siamo chiamati ad affrontare.
D’altronde, perché il grande predicatore religioso, Ario, sul quale non è stata
ancora fatta piena luce in ordine alle sue penetranti interpretazioni
cristologiche, venne scomunicato nel già menzionato Concilio di Nicea con
l’accusa di negare la consustanzialità di Padre e Figlio? Perché ad ogni costo
la Chiesa delle origini lottò furiosamente per convincere le menti della
necessità dell’Inscindibilità della Persona di Gesù da quella del Dio
dell’Antico Testamento, quel Jahvé così intrinsecamente ‘ebraico’ che sembra
lontano anni-luce dall’Amore proclamato dal Nazareno nel testo giovannita? Come
conciliare l’idea di questo Dio ebraico con il nuovo concetto della divinità ivi
presentato, una novità così originale che sembra fare a pugni con i connotati e
le prerogative di un Artefice spesso presentato nelle sembianze di Vindice
spietato e sanguinario e peraltro da ritenersi fortemente implicato in una
Creazione così tanto intrisa di lutto? Aveva la Chiesa sottovalutato il
carattere dirompente del Vangelo di Giovanni? O era stata costretta a recepirlo
perché incapace di nasconderlo e contraddirlo come aveva fatto con altri
documenti bollati come ‘apocrifi’? Negava forse Ario la divinità di Cristo in
quanto tale? Oppure la rifiutava perché assolutamente inconciliabile con l’ormai
sorpassata e arcaica concezione di un Essere Onnipotente quanto meno oscuro
nelle sue trame cosparse di Silenzio e Tenebra? Potrebbe apparire indifendibile
questa congettura (anche perché non abbiamo prove che effettivamente Ario la
pensasse davvero così), ad ogni modo mi sembra la più lineare e coerente col
nostro discorso, non a caso esistono testimonianze che dimostrano come Ario
credesse fermamente, se non proprio alla divinità di Cristo, quanto meno ad una
Sua Provenienza da un Reame Spirituale tuttora Ignoto e Inesplorato.
La Chiesa aveva dunque scomunicato Ario per confondere le acque? Aveva agito in
questa maniera per venire incontro alle esigenze dell’Imperatore Costantino tese
ad imporre alla Chiesa l’adorazione di una divinità forte e possente che
gareggiasse alla pari con il culto pagano del Sol Invictus di cui era
devotissimo? Ci si era dunque comportati in questo modo per distogliere
l’attenzione dalla Novità Assoluta rappresentata dal Nazareno, uomo pio e
umilissimo nato nella povertà più disarmante di una grotta? E perché questa
novità doveva per forza essere nascosta? Si trattava forse di una Rivelazione
avente qualcosa a che vedere con lo Gnosticismo d’impronta manichea? Apparteneva
Gesù a questa corrente apparentemente ‘spurea’ del pensiero filosofico? Non
possiamo dirlo con certezza, anche se un aiuto ci viene offerto dalla
meditazione del Vangelo di Giovanni, ripieno all’inverosimile di affermazioni e
fatti che ci presentano Gesù in lotta perenne col Demonio, non a caso definito
Il Principe di questo Mondo.
E come si inserisce in questo contesto la questione sollevata dagli gnostici
Catari, secondo cui il Rex Mundi non sarebbe il Padre di Gesù, sebbene appunto
l’antico Dio degli ebrei? E Marcione, altro gnostico temutissimo dalla Chiesa
(che non per nulla venne scomunicato), non sostenne forse le stesse convinzioni
dei Catari?
Prima di procedere oltre, mi sembra opportuna a questo punto una breve parentesi
digressiva, credo di irrinunciabile importanza per comprendere appieno il
messaggio che mi sto proponendo di rendere il più accessibile possibile, vista
la tremenda complessità della Materia in oggetto.
La storiografia sui Templari viene suddivisa generalmente in due grandi filoni:
da un lato vi sono gli studiosi diciamo ‘ufficiali’, quelli per intenderci di
estrazione accademico-professorale-istituzionale, i quali ritengono che il
processo e la relativa condanna dei Cavalieri Misteriosi si stagliano dinanzi
alla ragione umana come una delle più grandi ingiustizie commesse dall’uomo
sull’uomo e le cui motivazioni andrebbero ricercate nella cupidigia di Filippo
il Bello teso all’accaparramento delle immense ricchezze dell’Ordine per colmare
a buon mercato il preoccupante debito finanziario delle casse statali francesi;
in quest’ottica, le innumerevoli imputazioni di carattere eretico-apostatico
farebbero solo da corollario per rendere più stringente e inappellabile il
verdetto già precostituito; mentre, sull’altro versante, abbiamo tutta una serie
di ricercatori più o meno titolati che si sono concentrati sugli aspetti
esoterici e iniziatici inerenti la presunta acquisizione da parte templare di
prerogative sapienziali assai eclettiche di molteplice derivazione culturale e
regionale.
Certamente, mi sarebbe assai difficile per quanto precede sostenere a priori le
tesi avanzate dalla prima di queste due principali correnti storiografiche, se
non altro perché mi sembrano assai riduttive della profondità e complessità
della questione in esame. Si sa, ad esempio, che Filippo IV, oltre ad essere un
governante fermo e giuridicamente inflessibile e spietato, era anche uno spirito
fortemente impregnato di ansie religiose che sfociavano spesso nella
superstizione; è presumibile pertanto ritenere possa essere stato alquanto
‘colpito’ dalle rivelazioni dei primi interrogatori pur se effettuati con largo
impiego della tortura inquisitoriale, interrogatori certamente fisicamente
dolorosi dai quali comunque cominciavano ad emergere in maniera sempre più
concentrica elementi processuali per lui e per la sua indole di gran lunga
sconvolgenti, che lo misero ‘sul chi vive’ per i pericoli che potevano
conseguirne al ruolo sempre più preminente della Francia sulla scena europea,
per non parlare degli aspetti scardinanti afferenti la sfera religiosa, non meno
destabilizzanti della passata ma non ancora del tutto sconfitta infezione
rappresentata dall’eresia dualistica cataro-albigese, che aveva a suo tempo
imperversato a sud con conseguenze politico-religiose disastrose mai tuttora
esattamente quantificate.
Va sottolineato comunque che il sensazionalismo presente negli studi degli
‘eterodossi’ può apparire a volte esagerato perché basato su ipotesi prive di
certezze documentali, seppure accompagnate da inquietanti riflessioni capaci di
illuminare di nuova luce il segreto maledetto dei Templari.
Non vi può essere dubbio, ad ogni buon conto, che i Templari abbiano subíto in
profondità alcune chiarissime influenze gnostiche, sia nel periodo in cui
guerreggiavano nei territori d’Oltremare a contatto con la cultura, le
tradizioni e l’esoterismo islamico-iranico, sia, ancor più, allorquando, dopo la
disfatta di Acri del 1291 (che li costrinse a meditare profondamente e a scavare
dolorosamente nella loro psiche), vennero di sicuro fortemente investiti e
influenzati dalle teorie eretiche d’impronta catara ancora presenti in tutta
l’area del Mediterraneo e segnatamente nella Francia meridionale (nella quale
approdarono precipitosamente scappando definitivamente dalle carneficine
quotidiane per le quali erano stati molto bene ammaestrati), seppure molti
storici concordano nell’indicare la data del 1244 come la fine quantunque
‘apparente’ di codesta pericolosa eterodossia medievale, distrutta con un immane
quanto abominevole versamento di sangue innocente, a perenne detrimento
dell’immagine di una Chiesa che si vuole fondata sul perdono e la mansuetudine
di Cristo.
Sembra dunque credibile l’idea, certo ancora bisognosa di ulteriori
approfondimenti storici, che i Templari fossero stati in sostanza profondamente
gnostici, ciò che peraltro spiegherebbe l’accanimento persecutorio col quale la
Chiesa e lo Stato francese si opposero alla loro prosecuzione istituzionale.
Peraltro, appare parimenti pacifico il fatto che la Chiesa romana ha sempre
equiparato lo gnosticismo ad una minaccia mortale alla sua esistenza e ragion
d’essere. Perché il Vaticano temette (e teme ancora) così atrocemente lo
gnosticismo? Che rapporto vi era e vi è tra questa visione della Realtà con la
Verità Rivelata da Gesù nel Vangelo? Non era Gesù, forse, anch’egli gnostico,
visto che dichiarava di non essere di questo mondo e di avere appreso tutto ciò
che andava predicando da un’Entità Soprannaturale, Dio, non comunque riferibile
al concetto anodino che ne abbiamo? Quello di oggi e di sempre è davvero, di
conseguenza, il Cristianesimo voluto da Gesù? Non mi pare, anche per il fatto
incontrovertibile che il cattolicesimo ha fatto di tutto nel corso dei secoli
per tacere e soffocare aspetti rilevanti del pensiero di Cristo, presenti ad
esempio in documenti ancora controversi quali per l’appunto i famosi apocrifi
scoperti a Nag-Hammadi nell’alto Egitto. È risaputo che gli gnostici erano
pienamente convinti che la salvezza fosse un fatto esclusivamente inerente la
sfera personale, nel senso che chiunque la può raggiungere attraverso uno sforzo
intellettivo volto alla comprensione e quindi demolizione dei meccanismi che
regolano il corso periglioso della vita umana. Per contro, la Chiesa propugna da
sempre la tesi, ovvero la credenza, che essa vada invece ricercata
fideisticamente nella certezza apodittica della divinità di Cristo e della sua
morte e resurrezione come riscatto dei peccati ancestrali del genere umano, una
visione che ha chiaramente il demerito di privare l’uomo delle sue prerogative
di sapersi da solo districare dal gravame colposo ‘originale’, quantunque quest’ultima
enunciazione faccia parte anch’essa di un dogma indimostrabile, specie alla luce
delle moderne cognizioni scientifiche in ordine all’apparizione della vita sulla
Terra.
Perché la Religione s’incaponì a dare una simile sterzata al mistero di Gesù?
Perché stigmatizzò lo gnosticismo come un cancro da estirpare?
È una questione assai delicata, qui andiamo a scontrarci col Problema dei
Problemi.
Per quanto mi riguarda, io sostengo che la Chiesa, sulla questione dello
gnosticismo, abbia commesso e si sia macchiata di una gravissima offesa contro
il genere umano, non so dire se più manovrata da interessi politici ‘esterni’ o
non piuttosto influenzata al suo interno da mestatori religiosi votati alla
menzogna e alla dissacrazione spirituale. Si è ritenuto in sostanza che la
convivenza civile e la relativa stabilità religiosa difficilmente sarebbero
potute essere tenute in piedi offrendo garanzie specifiche all’individuo di
contro ai privilegi delle classi dominanti, che proprio dal concorso del
benestare delle autorità clericali pensano di ricevere dall’alto la loro
presunta regalità e inviolabilità economico-finanziaria. La vittoria di una
simile impostazione ‘gnostica’ della realtà, secondo appunto questa mia
interpretazione, avrebbe mandato e rotoli l’intera impalcatura sociale fondata
su ingiustizie e vessazioni a danno chiaramente dell’individuo in quanto
depositario di istanze spirituali autonome e capace di decidere da solo dove sta
il bene e dove il male.
Appare quindi lapalissiana l’alleanza che fin dal principio del Cristianesimo
sarebbe stata posta in essere tra potere politico e potere religioso,
un’alleanza in grado di infezionare alla radice il messaggio evangelico
rendendolo sterile ma al contempo capace di stabilizzare e rendere ‘digeribile’
la realtà di fatto da sempre ancorata ad una lotta spietata tra il Bene e il
Male. Meglio allora una fede svincolata dall’uomo singolo, una fede che
contemporaneamente concedesse libertà d’azione all’individuo e alle masse e,
quand’anche sviassero dal retto cammino, concedesse loro la benemerenza e il
perdono di una potestà resa divina rappresentata da Gesù Cristo, con ciò
rivalutando e rendendo più ‘familiare’ l’immagine ‘giudiziaria’ del vecchio Dio
ebraico.
Scalzare quindi questo ‘Dio’ dalla sua posizione inattingibile e renderlo più
appetibile mediante l’affiancamento di Gesù, questa sembra essere stata in
definitiva la strategia della Chiesa nascente dinanzi all’impossibilità
filosofica di risolvere il Problema del Male ascrivendolo al Supremo Intoccabile
Artefice della Creazione, implicando tale eventualità una serie di sofferenze
intellettuali insanabili in grado di condurre l’uomo sull’orlo della pazzia e
della disperazione.
Ed è proprio da quest’assunto che bisogna partire per comprendere appieno
l’apparente orribile rituale del rinnegamento di Cristo, nel senso che ciò si
potrebbe simbolicamente tradurre, quand’anche si fosse verificato secondo le
modalità che le fonti storico-processuali ci hanno tramandato, con la credenza
templare secondo la quale la Chiesa avrebbe dato alla Persona di Gesù
un’impronta alquanto fuorviante e superficiale, da un lato divinizzando
artificiosamente e illegalmente la sua figura storica per spazzare il campo da
‘minacciose’ interpretazioni ‘spuree’ del suo annuncio di Pace e Amore e
dall’altro invece preoccupandosi di evitare che questo venisse a ledere in
qualche modo l’inviolabilità di Dio inteso quale Creatore di un Mondo in cui il
dolore e la morte sembrano recitare un ruolo fondamentale e addirittura
Intrinseco e Indispensabile.
Perché la Chiesa ha voluto ad ogni costo salvaguardare il Vecchio presentandolo
come Nuovo? Perché ha voluto riabilitare l’antico Dio facendolo Padre di Gesù?
Se, come appare ormai pacifico, Questi ci offre una concezione del divino
fortemente ancorata ad una Spiritualità Trascendentale ed in sostanza
assolutamente inconciliabile con l’ormai indifendibile inveterata nozione di
Dio, perché far coincidere questi due concetti tanto lontani uno dall’altro con
una simile ingiustificabile operazione chiaramente di facciata e senza alcun
minimo fondamento filosofico? Perché imbrogliare così vistosamente gli umili e
poveri credenti propinando loro un Dio Terribile nelle vesti di un Agnello
Mansueto quale fu appunto Gesù Cristo?
Come interpretare allora in maniera quanto meno probabilistica questa assai
controversa e inquietante Funzione del rinnegamento del Salvatore? Si rinnegava
il Crocefisso alla lettera, in modo profondamente apostatico, dissacrante e
degradante, respingendo come assurda la sua divinità e considerandolo semplice
uomo sebbene investito di speciali quanto discutibili prerogative messianiche?
Oppure siamo in presenza di un rituale esoterico destinato a pochi eletti con
l’intento di condannare non tanto la sua divinizzazione quanto la sua
strumentalizzazione da parte di una Chiesa che non ne aveva compreso appieno il
carattere dirompente nell’ambito di una Creazione demoniaca (e in ogni caso
funerea) assurdamente e forzatamente rapportata all’idea di un Dio-Padre e di un
Dio-Figlio ad essa comunque solo funzionale e per nulla sostanziale? Volevasi
forse marcare non tanto una figliolanza effettiva come siamo abituati a
concepirla noi esseri umani, bensì una filiazione di carattere spirituale ben
più consistente e forse proprio per questo totalmente indigesta ad una Chiesa
pilotata da chissà quali ineffabili interessi?
Del resto, se insistiamo nell’indagine suddetta e la rapportiamo a quanto ci
dice la Bibbia nel suo complesso, perché mai Filippo, uno dei discepoli più
perspicaci di Gesù, ad un certo punto del Vangelo di Giovanni rivolge al suo
Maestro la celebre indecifrabile richiesta di vedere mostrato il Padre? Gesù
risponde candidamente che Lui e il Padre sono una cosa sola e chi ha visto me ha
visto il Padre, ma ciò, evidentemente, non basta. Dio, in quanto Creatore di un
Mondo così impresentabile e Sanguinario, non può assolutamente mostrarsi nelle
sembianze di Gesù, e Questi sembra a volte recitare un ruolo quanto mai
subalterno e incommensurabilmente distante dalle tremende contraddizioni divine.
Peraltro, a conferma di quanto affermato, lo stesso Cristo dichiara
esplicitamente la sua inferiorità rispetto alla Potenza del Padre (Creatore?) e
di non conoscere il tempo nel quale avverrà la fine del mondo, sebbene in altri
passi evangelici sembra contraddire quanto precedentemente detto. Anche i primi
paragrafi del Vangelo indicano a chiare lettere che nessuno ha mai visto Dio,
anche se subito dopo l’Estensore del Testo (Giovanni?) sottolinea che Gesù è
venuto a farcelo conoscere (Conoscere e Vedere sono comunque due cose assai
diverse). Mosé, in un passo capitale del Vecchio Testamento, si sente rispondere
dal Supremo Reggitore dell’Universo che nessuno può concepirlo né tanto meno
inquadrarlo con la vista fintantoché rimane in vita. Sant’Agostino, Colui che
più di ogni altro Filosofo dell’antichità si è arrovellato sul mistero del Male
in rapporto a Dio, morì con quel tarlo che per tutta la vita non gli dette pace:
Si Deus est, quia Malum?
È evidente pertanto che fintantoché si resta in una visione della divinità
legata all’arcaica tradizione ebraica, il problema della reale consistenza di
Dio rimane praticamente irrisolvibile, a meno di non ammettere nel Creatore un
Principio Malvagio che ovviamente renderebbe il tutto ancora più intricato e
ineguagliabilmente Tenebroso.
È un fatto abbastanza sintomatico, peraltro, scoprire che nel nostro calendario
non esiste alcuna indicazione di festa religiosa in onore di Dio. Anche se
ritengo che Questo è un Segreto Mostruoso che la Chiesa Tiene Gelosamente
Nascosto al genere umano, modestamente penso che l’unica spiegazione di questa
allarmante omissione sia appunto l’impossibilità pressoché totale di tradurre in
termini razionali la irriducibile Complessità e Contraddittorietà del Timoniere
di una Creazione in cui la Morte e la Sofferenza sembrano i due principali
attori di una sorta di teatro dell’orrore.
Ma mi fermo qui per non allungare troppo il tiro di questa esposizione, anche
perché bisogna ritornare ai Templari e verificare eventuali rapporti e
interconnessioni tra quanto detto e le loro ulteriori ‘conoscenze proibite’, per
il cui compito, lasciando per ora da parte la precedente impostazione
espressiva, mi avvarrò della narrazione di fatti realmente occorsimi man mano
che andavo inquadrando meglio la questione, sono dell’opinione peraltro che la
tecnica del racconto realistico e personalistico applicata all’approfondimento
di eventi storico-intellettuali quanto mai allarmanti, laddove venga dispiegata
con la massima indispensabile concentrazione sugli aspetti più rilevanti in
esame, possa conseguire risultati molto più esaustivi di una semplice seppur
impegnata intellettualizzazione (specie per quanto attiene alle ricadute e
implicazioni sul piano del vissuto psicologico) e venga pertanto a configurarsi
quale banco di prova e cartina di tornasole della bontà o meno dei propri conati
ermeneutici.
Più mi addentravo in sostanza in questa selva oscura del segreto proibito dei
Templari e più ad ogni pié sospinto mi accorgevo spaurito e indifeso che la
realtà che mi ruotava intorno sembrava assumere a poco a poco nuovi e
sorprendenti connotati quanto mai paurosi e ammonitori, a volte avevo la strana
sensazione che qualcuno mi pedinasse, che controllasse la mia vita molto più da
vicino di quanto non potessi neppure supporre, telefonate anonime e incontri
sospetti si moltiplicavano a vista d’occhio senza che potessi far nulla per
limitarne l’impatto con la mia psiche sempre più stressata. Una notte,
addirittura, guardando fuori dal mio studio di casa, osservai nitidamente una
misteriosa figura che con atteggiamento furtivo sembrava posta a guardia della
mia abitazione. Evidentemente, qualcuno di molto in alto aveva cominciato a
porsi serie domande sulle conseguenze presenti e future delle mie ricerche
mirate. Ma chi? L’incidente prima descritto doveva dunque intendersi quale primo
ammonimento di ulteriori pericoli in cui sarei incorso se avessi continuato
imperterrito nei miei studi?
È ovvio che la mia famiglia soffriva profondamente di questa situazione. Mia
moglie, specialmente, appariva sempre più apprensiva ogniqualvolta le raccontavo
alcuni particolari delle mie inusitate investigazioni storico-filosofiche. Mi
consigliava di continuo di lasciare stare, che già l’incidente era bastato, che
ci avremmo attirate altre disgrazie, che dovevo smetterla per amore dei nostri
due figli ancora adolescenti. Per spaventarmi (ma io sapevo che diceva il vero),
accennava vagamente a stranezze comportamentali da parte dei suoi colleghi
insegnanti presso la Scuola Elementare del nostro quartiere, di iniziali segnali
di ostracismo (quando non di vero razzismo) verso i nostri figli frequentanti il
Liceo Classico ‘Verbania’ e addirittura mi rivelò che una notte era stata
manifestamente inseguita mentre con l’automobile rientrava a casa dopo lo
svolgimento inopinatamente protrattosi del Consiglio d’Istituto. Io divenni
naturalmente molto ansioso per queste rivelazioni, dappoiché esse venivano a
coincidere con quanto andavo sperimentando di persona nella mia professione
all’Università. I miei colleghi, ad esempio, davano infatti a volte
l’impressione di evitare di proposito i nostri soliti dialoghi intellettuali che
normalmente intrattenevamo fino a non più di un mese prima. La causa, ci vuole
poco a comprendere, risiedeva nel fatto che i miei interventi precedentemente
pubblicati e che nonostante tutto continuavano sebbene in maniera sporadica e
con difficoltà crescenti di edizione dovute ad ostacoli sempre più
imprevedibili, forse cominciavano a colpire nel segno con effetti quanto mai
dirompenti. Io cercavo in tutti i modi di non coinvolgere i miei studenti,
svolgevo le mie lezioni il più lontano possibile dal raggio d’azione delle mie
specifiche preoccupazioni storiche, ma non è difficile immaginare che ad un
certo punto anch’essi furono messi al corrente della serietà e drammaticità
delle mie ricerche, si sviluppò peraltro contro di me, all’improvviso (specie in
alcuni organi di stampa romani chiaramente pilotati), una campagna culturale
denigratoria degna dell’inquisizione medievale, mi si accusò di non essere degno
dell’incarico immeritatamente ricoperto, che per il bene dell’Università era
auspicabile che venissi cacciato per non provocare ulteriori danni e che in
sostanza era stato quanto mai deleterio dar voce alle mie ‘stravaganti’
considerazioni storico-filosofiche. Purtroppo, simile imbarbarimento dei miei
focosi detrattori sortì ben presto l’effetto desiderato, ad un certo punto
infatti le presenze alle mie lezioni parvero diradarsi, finché una mattina, dopo
decine e decine di minuti di attesa, dovetti sospenderne una per l’assenza di
massa degli studenti.
Poi, improvvisamente, la scintilla scoccò nel mio destino, materializzandosi in
un fax fattomi pervenire nel mio studio domiciliare, a firma di un mio vecchio
amico d’infanzia insieme al quale avevo frequentato le Scuole Elementari e Medie
e a cui avevo avuto l’imprudenza di partecipare le mie ansie religiose in
riferimento alla questione templare. Si chiamava Luigi Solfini ed oltre ad avere
la responsabilità di essere al timone di una piccola parrocchia della periferia
romana, aveva ricevuto da qualche mese l’incarico assai delicato di archivista
presso la Biblioteca Vaticana e precisamente della sua sezione storica diciamo ‘essoterica’,
è risaputo infatti che esiste anche un archivio segreto a cui ben pochi possono
accedere. In ogni caso, stando a quanto descrittomi in quella comunicazione
telegrafica, questo Solfini aveva avuto un qualche abboccamento con un collega
della sezione vaticana ‘segreta’, che gli aveva incomprensibilmente permesso di
visionare un documento in pergamena (del quale gli aveva concesso di farsene
nascostamente una copia foto-computerizzata), in sostanza una missiva anonima
indirizzata ad un alto grado ecclesiastico indicato con una sola iniziale, S,
particolare che naturalmente non consentiva alcuna individuazione storica,
quantunque la lettera poteva benissimo rimandare alla parola ‘Sion’ e di
conseguenza al ‘Priorato di Sion’, come già menzionato un’organizzazione segreta
avvolta nell’oscurità più impenetrabile (a mio giudizio una sorta di servizi
segreti al soldo della Chiesa) e della quale in pratica non sappiamo un granché,
se non il fatto che, forse, lo stesso Goffredo di Buglione, una volta
conquistata Gerusalemme nel 1099, ne fece parte o addirittura la fondò,
probabilmente allo scopo di non permettere ad occhi indiscreti di visionare gli
immensi tesori e misteri della Città Santa in cui a suo tempo si era consumato
l’altrettanto misterioso destino di Cristo.
Ricordo ancora come fosse ieri il suo sguardo conturbato allorché lo andai a
trovare nella sagrestia della sua parrocchia distante una decina di chilometri
dalla mia abitazione. Io cercai in qualche modo di tranquillizzarlo, gli dissi
che in ogni caso poteva trattarsi pur sempre di un falso ovvero di uno scherzo
di cattivo gusto, ma quando il sacerdote dette inizio alla lettura del documento
cominciai io stesso a sussultare sulla sedia per un senso smisurato di panico
che m’invase dalla testa al piedi pietrificando quasi le mie membra.
In quella missiva (a quanto pare risalente al Giugno del 1301 e redatta in un
latino medievale alquanto scorrevole) si accennava nientemeno alla rivelazione
sconvolgente secondo cui i Templari, scavando in silenzio giorno dopo giorno nei
sotterranei del Tempio di Salomone, avrebbero portato alla luce fasci di papiri
e pergamene che raccontavano di Gesù e della sua vera natura e missione una
storia assai discordante con quanto ci propone l’ortodossia cattolica, con
risvolti assai clamorosi e inquietanti. Il Gesù in sostanza adottato dalla
Chiesa di Roma, così come ce lo hanno da sempre presentato nei Sinottici (ma
anche il testo giovanneo sarebbe pieno di false piste e interpolazioni manovrate
ad arte), non sarebbe quello vero, ma solo un uomo e un Dio costruiti a tavolino
per esigenze puramente terrene di carattere economico-finanziario-politico. Il
Cristo Genuino, Colui che mai è stato reso di pubblico dominio, sarebbe stato un
uomo fortemente ispirato (non certo comunque Dio, ma la differenza a questo
punto conta relativamente) che sarebbe stato barbaramente ‘massacrato’ (il
termine può apparire esagerato, ma è preso a prestito dalle immagini del recente
film del regista americano Mel Gibson La Passione di Cristo) in quanto la sua
dottrina basata sull’idea platonica e accentuatamente trascendentale di un
Dio-Padre veniva a cozzare fragorosamente con il concetto usuale ebraico di ‘Jahvè’,
un’idea arcaica della divinità che ben poco aveva ed ha di ‘cristiano’.
Il Dio in sostanza di cui parlava Cristo era una Divinità Nuova e Assolutamente
Originale, un’Entità Puramente Spirituale del tutto sganciata dallo
spazio-tempo, che si era introdotta nella Storia proprio attraverso la figura e
la predicazione di Cristo per contrastare l’Artefice Occulto di questo mondo. Un
Dio in sostanza Forestiero del tutto sconosciuto agli uomini e che non viene
adorato in nessuna Chiesa perché la sua esistenza deve restare nascosta al
genere umano per evitare terremoti politico-religiosi in grado di sconvolgere
alla radice l’intero impianto della vita umana.
Quando Gesù affermava che il mondo non può ricevere lo Spirito di Verità, quando
rimproverava ai Giudei di essere progenie di Satana, quando, come risaputo,
dichiarava di non essere e di non appartenere a questo mondo, allorché ancor più
precisava di non pregare per il mondo, bensì per quelli che in lui credevano, si
riferiva appunto a questa nuova nozione del Divino, un Pensiero che non ha mai
avuto cittadinanza in questo sistema di cose perché ad esso intrinsecamente
refrattario.
Il documento concludeva con un crescendo sempre più scottante con un riferimento
fin troppo eloquente al vero ruolo giocato nella vicenda di Gesù da Maria
Maddalena, che secondo informazioni segrete da ricondurre a infiltrati
pseudotemplari sarebbe stata addirittura la sposa di Cristo e la madre di almeno
un suo discendente, la quale sarebbe approdata a suo tempo col suo insigne
pargolo sulle coste francesi del sud vicino Marsiglia insieme a Giuseppe d’Arimatea,
seguace nascosto di Gesù e proprietario di una piccola flotta commerciale.
Da ciò sarebbe iniziata una stirpe genealogica ancora attiva e vitale e alcuni
Templari, nei loro conciliaboli notturni, si spingevano ad affermare che a quel
tempo erano conosciuti diversi discendenti diretti di Gesù, un’informazione
altamente pericolosa in grado di destituire di qualsiasi fondamento l’autorità e
dignità della Cattedra di Pietro.
Aveva appena finito di leggere quanto precede, allorché lo vidi scoppiare a
piangere, maledicendo chi gli aveva propinato simile documento e pentendosi di
avermelo rivelato, mettendo così in serio pericolo anche la mia incolumità
fisica.
Dopo appena due giorni da quell’incontro, venni a sapere con un tuffo al cuore
che Padre Solfini era stato trovato impiccato nella stessa sagrestia nella quale
ci eravamo parlati, di sicuro ucciso da sicari spietati e senza scrupoli. Il
piccolo scrigno chiuso a chiave nel quale il poveretto aveva riposto il
documento ‘proibito’ era stato chiaramente forzato con la sua conseguente
asportazione e quindi sparizione.
Giorni e mesi di indagini non approdarono ad alcuna conclusione. Io stesso venni
interrogato ma mi limitai a dire che l’incontro succitato avvenuto con la
vittima non era da ritenersi un fatto degno di nota perché rientrava
nell’assoluta normalità visto il nostro pluridecennale rapporto di affetto e di
amicizia.
Dopo comunque alcune settimane, a conferma che la mia persona era entrata
definitivamente dentro il mirino di non meglio specificabili potentati religiosi
e politici, mentre camminavo da solo in mezzo alla folla di una delle vie
principali di Roma, fui misteriosamente avvicinato da un individuo vestito di
nero, il quale, senza palesarmi le sue generalità, mi chiese scuro in volto di
stare in silenzio e di ascoltare attentamente quanto aveva da dirmi. La sua aria
corrucciata e i suoi lineamenti oltremodo tirati mi colpirono fin nei precordi.
Pensai istintivamente al sicario di Padre Solfini. Forse, mi venne in mente, era
venuto per completare l’opera. In ogni caso aveva scelto luoghi e tempi inadatti
allo scopo; probabilmente, come capii ben presto, si trattava solo di un
avvertimento. Appariva assai indeciso e confuso, si guardava a destra e a
sinistra quasi temesse qualche brutta sorpresa, e assicuratosi che nessuno
poteva intralciare il suo compito, mi sussurrò all’orecchio per non farsi
sentire dai numerosi astanti che era giunto il momento di scegliere, di
abbandonare definitivamente le mie velleità intellettuali, di non indagare più
sulla questione templare e infine che sarebbe stato per me assai vantaggioso
rientrare nell’ovile della più vuota quotidianità universitaria. Se non era una
minaccia, poco ci mancava, ragion per cui tentai in qualche modo di approfittare
di una sua repentina disattenzione cercando di interrogarlo mentre di proposito
m’incamminavo verso il più vicino posta di polizia. Ma l’altro comprese appena
in tempo le mie intenzioni e si dileguò letteralmente scappando tra la folla,
proprio quando mancavano pochi passi all’ingresso della sede nella quale volevo
condurlo per farlo arrestare. Suonai comunque lo stesso il campanello e
denunciai la vicenda, chiedendo che s’indagasse a fondo sull’identità del
personaggio e sui suoi mandanti occulti. Mi fu risposto che la cosa non era poi
tanto grave da meritare indagini di sorta, poteva trattarsi del solito fanatico
metropolitano più o meno manovrato.
Ad ogni modo, le mie paure non erano poi tanto campate in aria, poiché, nel giro
di pochi giorni da quest’ultimo evento, all’improvviso mi fu sottratta
definitivamente e senza appello la cattedra universitaria, i miei colleghi mi
abbandonarono al mio destino e in pratica fui gettato sul lastrico.
Il Preside della Facoltà di mia competenza, in un colloquio a quattr’occhi da me
richiesto, si limitò a comunicarmi in un linguaggio asciutto quanto già avevo
appreso in via ufficiosa. Alla mia precisa domanda se vi fosse il fondato
sospetto che qualcuno avesse fatto pressioni su di lui per indurlo ad una simile
drastica soluzione, restò muto come un pesce e si limitò ad abbracciarmi
calorosamente, un atteggiamento che, se da un lato denotava una sincera
testimonianza d’affetto (del resto eravamo da tempo in ottimi rapporti
professionali se non proprio amicali), dall’altro comunque sottolineava in
maniera inequivocabile la sua assoluta impotenza per una decisione della quale
sembrava del tutto irresponsabile.
In un estremo quanto tardivo tentativo di riannodare i rapporti con le autorità
universitarie, religiose e politiche della Capitale, scrissi ed inviai decine e
decine di lettere di scuse generiche, chiedendo al contempo con forza che
venisse riconsiderata l’assurda estromissione dal mio ufficio, ma tutto sembrò
cadere nel dimenticatoio, nessuno rispose alle mie suppliche ed io rimasi solo
come non lo ero mai stato.
Gli eventi come ben si vede stavano precipitanto quasi a mia insaputa. Per paura
d’incappare in qualche incidente a questo punto da prevenire, uscivo di casa
molto di rado e solo per recarmi nel vicino Bar a qualche decina di metri dalla
mia abitazione, all’interno del quale andavo ogni tanto a sorseggiare un boccale
di birra rimuginando sui significati degli ultimi avvenimenti; e fu proprio
all’interno di questo locale che un giorno, mentre come al solito stavo
consumando la solita bevanda, ebbe luogo l’ennesimo incontro fortuito, stavolta
però con un simpatizzante inatteso. Si trattava all’apparenza di un uomo sui
quarant’anni, che con modi gentili mi chiese se poteva sedersi al mio tavolo. Io
lo guardai sbigottito, restando per un momento indeciso sul da farsi. Gli chiesi
quindi chi fosse e a che cosa era dovuto questo interessamento, al ché l’altro
palesò subito le sue generalità dicendo di chiamarsi Vittorio Salteri, studioso
di eresie medievali e specialmente di quella ‘presunta’ templare. Si complimentò
vivamente col sottoscritto dichiarando di essere rimasto molto impressionato dai
miei articoli sui Templari, pubblicazioni quanto mai penetranti e tempestive che
cadevano appunto in un periodo di triste e deprimente appiattimento della
religiosità popolare e di converso di quella accademico-istituzionale, e il cui
profondo contenuto aveva attirato l’attenzione del Direttore in persona del
Circolo Esoterico ‘Nuove Frontiere dello Spirito’, il dottor Antonio Vilagio, il
quale tramite lui si felicitava dei miei indispensabili contributi
all’avanzamento dello Spirito e m’invitava ad un colloquio a quattr’occhi per
discutere l’eventualità di una mia partecipazione ad un progetto editoriale che
aveva in animo di portare in porto, un progetto che prevedeva la pubblicazione
di un inserto nel Mensile omonimo della predetta Associazione incentrato per la
precisione sui misteri aleggianti nella cittadina del sud-francese di Rennes Le
Chateau, teatro di foschi intrighi religiosi e tuttora al centro dell’attenzione
mondiale da quando il famoso parroco Berenger Sauniere si dice abbia scoperto a
suo tempo documenti criptati che farebbero luce sul mistero di Gesù e della sua
reale missione umana.
Siccome era risaputo da tutti a Roma che ero un fine conoscitore della lingua e
della storia francese, la scelta era caduta proprio su di me, specie perché il
progetto prevedeva l’invio in loco di uno studioso per avere notizie di prima
mano dalla sede di uno dei più grossi ‘segreti proibiti’ della storia umana.
Io restai dapprima interdetto da questa allettante proposta, non conoscevo di
persona né il dottor Vilagio, né tantomeno questo Salteri mai sentito nominare,
pensai per un momento a mia moglie e ai miei amatissimi figli e mi parve di
scorgere nell’evenienza prospettatami una sorta di fine macchinazione per
saggiare il grado di conoscenze da me raggiunto per poi magari usarle in un
secondo tempo a mio discapito; ma poi mi dissi che forse ero troppo sospettoso,
vittima com’ero delle tante vicissitudini sopra descritte, che il valore di un
uomo si misura dal coraggio col quale sa affrontare la vita e che in ultima
istanza quella poteva essere una ghiotta occasione per uscire dalla mia
solitudine e per scoccare l’ultima più potente freccia della mia faretra
culturale contro un obiettivo tanto delicato quanto ambizioso... e così
accettai. Mi fu pertanto indicato l’indirizzo presso cui recarmi e l’indomani
pomeriggio verso le diciotto, come pattuito, mi presentai puntuale
all’appuntamento.
Nel suo ufficio era pronto a ricevermi un uomo di media statura e costituzione,
che con cortesia affettata m’invitò a sedermi presso la sua ampia e sfarzosa
scrivania ricoperta all’inverosimile di libri e documenti sparsi.
Mi rivolse subito complimenti esagerati per la mia passata attività culturale e
si disse profondamente dispiaciuto per la mia pilotata estromissione
dall’Università. Alla mia domanda su come era entrato in possesso di queste
informazioni, rispose che la cosa non era per nulla sorprendente, il loro era
appunto un Circolo Esoterico e quindi disponeva di una sorta di Servizio Segreto
con mezzi e personale altamente specializzato.
S’inoltrò quindi in una veloce carrellata della storia affascinante e allo
stesso tempo sinistra del misterioso Sauniere, parroco a Rennes Le Chateau negli
anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.
«Questo parroco» cominciò Vilagio guardandomi con espressione inquisitrice «è
una figura storica tuttora assai controversa. Su di lui si dice tutto e il
contrario di tutto. Ma una cosa sembra certa.
Mentre presenziava ai lavori di ristrutturazione e restaurazione della locale
Chiesa di Maria Maddalena, a quanto pare avrebbe scoperto all’interno di un
pilastro cavo strane pergamene criptate contenenti messaggi cifrati in
riferimento al mistero della vita e della morte di un Celebre Personaggio della
Storia. Una di queste pergamene, una volta decodificata, dava ad esempio come
risultato la seguente enigmatica frase: A Dagobert II Roi et a Sion est ce
Tresor et il est la mort. Si tratta di una rivelazione effettivamente assai
conturbante. Tradotta in italiano, potrebbe infatti suonare in questa maniera:
Questo tesoro appartiene al Re Dagoberto secondo e a Sion, ed ora giace sepolto
in quel posto. A quale tesoro e a quale sito ci si riferiva? Come sappiamo,
Dagoberto II fu uno degli ultimi Regnanti della Stirpe dei Merovingi, una
Schiatta avvolta nella leggenda che la tradizione esoterica ritiene abbia avuto
un qualche rapporto di sangue con i discendenti di Gesù. Ciò, ovviamente, non è
provato inconfutabilmente, sebbene la morte violenta cui andò incontro questo Re
la dice lunga sul reale motivo di questa uccisione, per non parlare del
sintomatico silenzio che gli storici hanno steso sull’intera vicenda e del fatto
che i Merovingi avevano stretto a quanto risulta un patto segreto con la Chiesa
di allora che si sarebbe impegnata a preservare l’incolumità e inviolabilità di
questo illustre Casato.
Ad ogni modo, non pago di tutto ciò, Sauniere, forse consigliato da altri
parroci delle zone viciniori (tra parentesi, uno di questi venne barbaramente
trucidato per cause tuttora nebulose), ad un certo punto si mise a scavare nel
cimitero della cittadina, scoprendo infine la lapide di una certa Marie de Negre
d’Ables, morta il 17 Gennaio del 1781, nella quale si dice vi fosse incisa
l’oscura perifrasi in codice: Et in Arcadia ego; criptogramma che, come
sappiamo, compare nel già citato quadro del pittore seicentesco Poussin (i
Pastori d’Arcadia), dove sono rappresentati appunto alcuni pastori intenti ad
osservare meticolosamente la stessa scritta posta su una tomba misteriosa, con
sullo sfondo un paesaggio che ricorda seppure vagamente quello di Rennes Le
Chateau.
La frase è tuttora al centro dell’attenzione mondiale e alcuni si spingono ad
affermare che, decifrata nella maniera giusta, potrebbe dare come risultato una
Terribile Indicazione, specie se consideriamo che dopo il pronome ‘ego’ qualcuno
ritiene fosse omesso di proposito il verbo latino alla prima persona singolare
‘sum’ e pertanto la locuzione potrebbe essere tradotta nel modo seguente: Ed io
sono in Arcadia.
Chi è e dove si trova l’uomo misterioso cui si fa riferimento?
È un quesito che da secoli toglie il sonno agli occultisti.
Vi è poi la questione del termine ‘Arcadia’. Secondo un’interpretazione mitica,
questa parola alluderebbe al Regno Perduto della Felicità e dell’Immortalità, ma
nel caso specifico alcuni ricercatori sostengono l’ipotesi che essa vada
anagrammata ovvero troncata in due (Arca Dei-Dia), dalla cui operazione
conseguirebbe una dizione a dir poco sconvolgente che per un senso di pudore
superstizioso tralascio di tradurre in italiano. Diversi appassionati di questa
vicenda, poi, mettono il tutto in relazione ad un dettaglio di un’altra delle
pergamene ritrovate da Sauniere, dove si accenna ad un’oscura chiave 681 e
intendono questa cifra come l’indicazione criptata dell’altitudine della vetta
di un rilievo montuoso non lontano da Rennes Le Chateau, un sito che celerebbe
da secoli l’ultima dimora del Personaggio sottinteso nel pronome ‘ego’.
Strano ma vero, all’improvviso Sauniere diventò ricchissimo, prese a spendere
somme considerevoli che nessuno a quel tempo poteva permettersi; evidentemente
qualcuno, con queste somme di denaro elargitegli in incognito, cercava di porre
un freno alla sua frenesia investigativa, pressione che in parte venne accolta,
sebbene poi, continuando nella restaurazione e modernizzazione della Chiesa di
Maria Maddalena, il prete abbia lasciato dei segnali simbolici quasi a suggerire
un percorso per giungere alla scoperta di ‘qualcosa’ di altamente sensazionale.
Lei mi domanderà cosa c’entrano i Templari con tutta questa vicenda ed io le
rispondo che c’entrano, eccome se c’entrano. Non potrebbe infatti darsi il caso
che i Templari rinnegassero Gesù perché sapevano che questi era in tutto e per
tutto un semplice mortale del quale, forse, conoscevano persino il sito del suo
sepolcro? Non sappiamo forse che i Templari possedevano in questo territorio
diverse commanderie con varie fortezze tuttora esistenti seppure diroccate? E i
Catari? Non erano forse anche loro di casa a Rennes Le Chateau? Non veneravano
forse anch’essi Maria Maddalena come la sposa di Cristo? E la crociata
anticatara promossa da Innocenzo III non culminò forse nel massacro di Beziers e
nella dissacrazione della locale Chiesa di Maria Maddalena, proprio in quel 22
Luglio (1209) in cui questa Santa viene festeggiata dai fedeli?
Che dire, peraltro, del tesoro perduto dei Catari? Che tipo di ricchezza
potevano mai trasportare quei pochi uomini discesi nottetempo dalle alture a
strapiombo di Montsegur assediata dai crociati? Se non era oro o argento (come
appare a tutti logico), di cosa poteva mai trattarsi? E una delle pergamene
trovate da Sauniere, non porta forse la data del 1244, l’anno appunto in cui
avvenne questa fuga rocambolesca? Il tesoro del Catari era forse entrato in
possesso dei Templari e quindi di Sauniere? È molto verosimile. Non esiste alcun
dubbio che tra i Catari e i Templari si fosse instaurato un connubio fortissimo,
una sorta di ‘patto di sangue’ incentrato sulla preservazione di un segreto di
portata inaudita.»
Qui la vena oratoria del mio interlocutore parve un pò arrestarsi, prese dalla
scrivania una bottiglia d’acqua minerale e ne versò un pò in un bicchiere, poi
accese una sigaretta e ne offrì una al sottoscritto, esprimendo qualche battuta
scherzosa per non affaticarmi troppo. Ma quanto aveva detto era assai
interessante e angosciante per proporre una pausa del genere e quindi gli chiesi
qual’era secondo lui il vero messaggio lasciatoci dai Templari e dai Catari,
poiché ritenevo e ritengo che il segreto proibito di queste due organizzazioni
esoteriche era da individuarsi non tanto e non solo in scoperte più o meno
favolose, quanto nella loro filosofia ‘eretica’ tenuta nascosta alle masse per
paura che si scatenasse e si scateni un vero terremoto politico-religioso.
La mia richiesta fu subito esaudita. Intrecciando le dita delle mani come
nell’atto di pregare, il dottor Vilagio ricominciò: «Carissimo professore, se
non mi avesse fatta questa richiesta io stesso l’avrei invogliata a farmela,
poiché è chiaro, come dice lei, che a quanto sembra le idee sono assai più
pericolose di qualunque ritrovamento seppure ‘meraviglioso’, ancor più se tali
eventuali meraviglie ci spingono a considerare attentamente il vero destino
dell’uomo.
Ebbene, diciamo allora subito che la nostra civiltà occidentale è fondata su
un’equivoco che intendo mostrarle subito. A cominciare da Socrate, Platone e
Aristotele, che io considero i massimi rappresentanti dello Spirito Umano, si è
cercato di dare del mondo e dei suoi misteri un’idea che risultasse la più
aderente possibile al bisogno dell’uomo di individuare in qualche modo la
Verità. Specialmente Platone ha insistito con enorme forza sul concetto che ciò
che vi è di più spirituale nell’uomo non può mischiarsi facilmente agli appetiti
inerenti la sfera sensoriale e che pertanto in noi devono di necessità
distinguersi due aspetti costituzionali chiaramente divergenti e antagonisti:
uno rivolto alla Materia della Creazione per la quale siamo stati posti in
essere e l’altro allo Spirito che da questa cerca in tutti i modi di liberarci.
Ritengo peraltro assiomatico che la Natura dell’Universo non ha e non può avere
alcuna ‘spinta’ spirituale, altrimenti avrebbe da tempo cessato la sua
esistenza. L’unica ‘ragione’ che la tiene in piedi credo vada rintracciata in
una sorta di suicidio creativo-distruttivo permanentemente ed eternamente sempre
in azione.
Anche Aristotele, quando teorizzava una Forma per questa Materia, non si era di
molto distaccato dal suo grande precursore, come vogliono invece far credere
diversi ambienti accademici, soltanto aveva cercato di riportare l’idea
platonica entro limiti più accettabili dalla razionalità, quantunque va
sottolineato che lo Spirito non può mai farsi Forma della Materia, pena la sua
squalificazione e degradazione.
Vengono poi i cosiddetti filosofi neoplatonici, i quali si arrampicarono
letteralmente sugli specchi per vedere se era possibile conciliare le due
apparenti diverse visioni della realtà, ma purtroppo debbo dire fallirono
miseramente il loro obiettivo perseguito con una certa dose di velleità
intellettuale, specie allorquando, ammantandosi di un’aura di misticismo
pseudo-gnostico, si lanciarono in congetture speculative assai ambiziose e
temerarie, ritenendo che il Mondo della Materia, pur non creato direttamente da
Dio, da Questi era stato in qualche modo preconizzato attraverso una sorta di
diverse ipostasi discensive e degradative, che costringerebbero in seconda
battuta le creature così formatesi (e specialmente l’uomo dotato di intelletto)
a ripercorrere all’inverso il percorso per un ricongiungimento finale con la
Fonte Prima di tutte le cose.
Ciò è palesemente Falso e Vergognoso. Dio non crea la Materia, ma ne diventa il
Responsabile seppure Involontario. Come ben si vede, siamo di fronte ad una
marchiana assurdità. La mia convinzione fondamentale è che l’idea che noi
abbiamo e ci siamo fatta di Dio è del tutto errata. Essa è legata alla Necessità
della Creazione, ma Dio, se lo intendiamo come ce lo presenta Gesù chiamandolo ‘Padre’,
credo avrebbe fatto volentieri a meno di porre in essere un mondo come quello in
cui stiamo tutti per annegare.
Un Padre che vuole davvero bene alle sue creature non inventa un mondo per
distruggerle nella sofferenza e nella morte. Ciò si evince tra l’altro
facilmente se ci mettiamo diligentemente a studiare a fondo la famosa parabola
del Figliol Prodigo, dove appunto ci viene palesata in maniera inequivocabile la
Qualità Primaria che deve possedere un Padre Vero: l’Amore Profondo e Senza
limiti. Mi sembra superfluo precisare che l’Amore Profondo e Senza Limiti non fa
assolutamente parte di questa Creazione.
Gesù Cristo, in sostanza, non ha nulla a che vedere con questa Creazione e men
che meno con questa Natura.
Egli non è il Figlio di un Dio Creatore; egli è stato l’uomo che si è costituito
alle menti di tutti i tempi quale Annunciatore delle Qualità Sconosciute del
Padre.
S’impone pertanto all’attenzione la teorizzazione di un nuovo modo d’intendere
Dio, da pregarsi e credersi solo in quanto Bene Assoluto e avulso dal contesto
creazionistico in cui per forza si è voluto incapsularlo. Da questo punto di
vista, lo studio della figura di Cristo può esserci di grande aiuto. Lungi da me
il proposito di voler disquisire sul dogma della sua divinità (è una questione
che lascio volentieri ai teologi), quel che intendo infatti sottolineare è che
quest’uomo è venuto a porci il dilemma che stiamo dibattendo sotto una luce del
tutto originale e inusitata. Egli non è interessato al mondo, a Lui preme
soltanto marcare il carattere spirituale dell’uomo, farlo fiorire dentro di noi
per mettere costantemente alle corde il principio materiale della creazione. Non
si comprenderebbe altrimenti come mai si scaglia di continuo violentemente
contro tutto ciò che non è Spirito e Verità. La sua Passione e Morte deve
suonare allora quale severo ammonimento a quanti lo hanno frainteso e
annacquato, in primis la Chiesa di Roma che si favoleggia sia fondata sulla sua
dottrina, che spudoratamente lo ha usato e ne ha abusato alterando completamente
il suo pensiero, magari per non urtare troppo i governanti (vedasi il caso
eclatante di Costantino, le cui enormi pressioni dissacranti al Concilio di
Nicea sono ormai un fatto acquisito e ineccepibile) e per impedire alle masse
derelitte di scrollarsi di dosso tutte le ingiustizie alle quali sono
condannate.
Potrà apparirle un pò forzato, ma sono dell’idea che quanto detto ci aiuti a
comprendere meglio la filosofia ‘gnostica’ dei Catari e specialmente dei
Templari.
A proposito di questi ultimi, lei sa perfettamente che questi cosiddetti
monaci-cavalieri erano pervenuti a delle conoscenze esoteriche proprio in
rapporto al Mistero di Cristo, quanto meno i loro rappresentanti più in vista.
La gran massa dei semplici ‘affiliati’ cominciò comunque anch’essa ad annusare
qualche losca trama all’interno dell’Ordine, non a caso è dimostrato che a poco
a poco il valore combattivo dei Templari nel suo insieme dette segnali di
regredire sempre di più, fino al rovescio di Acri del 1291 che segnò
definitivamente il loro destino, costringendoli a guardarsi dentro e a rendersi
conto che forse avevano versato il proprio e l’altrui sangue per una causa di
falsità assoluta che non valeva più la pena di essere perseguita. E la falsità
di cui parlo era appunto che le summenzionate conoscenze alle quali erano
pervenuti era che Gesù era in tutto e per tutto una persona intrinsecamente
umana che era vissuto ed era morto nel modo in cui muoiono tutte le creature che
per un attimo si affacciano su questo sventurato pianeta.
Il rinnegamento di Cristo (è risaputo comunque che anche i Catari non credevano
nell’incarnazione di Dio in Gesù e ritenessero quest’ultimo solo un uomo
fortemente ispirato dallo Spirito in opposizione a Colui da loro definito Rex
Mundi), il rifiuto di Cristo, dunque, di cui si accusavano i Templari, da questo
punto di vista era un’accusa abbastanza credibile e forse storicamente
rispondente a fatti documentati, soltanto che i feroci persecutori dell’Ordine
(manovrati dagli altrettanto empi mandanti della Chiesa di Roma) nascosero alla
Storia un particolare non di poco conto e cioè il fatto che questa Funzione
apparentemente sacrilega mirava segretamente a far comprendere ai loro affiliati
che non era affatto decisivo per la salvezza credere se Gesù fosse o meno il
Figlio di Dio, il problema vero da loro dibattuto dopo la scoperta della piena
umanità del Salvatore era diventato adesso un altro: se Gesù non è Dio (e di
questo ritenevano di avere prove schiaccianti che secondo alcuni si troverebbero
proprio nel territorio di Rennes Le Chateau), se dunque Cristo non è
consustanziale al Padre, perché mai dichiarava di esserlo?
Affermava ciò perché lo era davvero? Oppure, umanamente, si era lasciato
trasportare dalle imperscrutabili pulsioni della sua psiche fino a credere ad
una sua qualche origine divina? Ma che tipo di origine? Che tipo di divinità era
venuto a propugnare? Si trattava del solito Jahvè, un dio alquanto regionale in
quanto adorato unicamente dagli ebrei? Non credo. Gesù aveva del divino un’idea
assai immensa per potersi accontentare di così poco. Egli riteneva che Dio fosse
il Bene Assoluto e che quindi l’Universo Creato non potesse affatto rispecchiare
la sua Maestà del tutto inattingibile dalla Materia. Un Dio impantanato nella
Materia non avrebbe mai potuto entrare nel raggio dei suoi interessi e allo
stesso tempo non avrebbe mai trovato spazio nella sua predicazione, sarebbe
stato come annunciare al mondo che il male esiste perché tutto ciò che esiste
proviene da Dio. Del resto, anche a voler esaminare attentamente tutti i valori
positivi di questo mondo, come ad esempio quelli della giustizia, del bene,
dell’amore e della bellezza, ci accorgeremmo ben presto che essi risultano
alquanto aleatori e inconsistenti, dappoiché svolgono una funzione di
controbilanciamento e valgono infatti solo se rapportati all’ingiustizia, al
male, all’odio e alla bruttezza e quindi assumono caratteristiche alquanto
fuorvianti, intrise come sono fortemente di bassa materialità e di basso
tornaconto. Di fronte allo Spirito di Dio, queste idee umane, pur desiderabili
quanto mai, non hanno alcun senso, poiché l’unico Bene da considerare dal punto
di vista trascendentale è in pratica l’adorazione, la vicinanza e il godimento
della visione dell’Eterno, dinanzi alla quale Beatitudine tutte le nostre
vanaglorie razionalistiche vengono a perdere qualsiasi seppur minima importanza.
Ecco perché Gesù coglieva ogni occasione per marcare la Sua Radicale Differenza
dal Mondo e dal suo Inventore, appunto perché intendeva staccarsi da una visione
di Dio imperniata sulla giustificazione e salvaguardia dei suoi attributi quali
si riflettono nell’Universo da lui voluto. Ma, in questo caso, chi era, davvero,
il Padre che annunciava alle folle? Poteva questo Padre confondersi con ‘simile’
Facitore Materiale? Non credo. Egli era talmente compenetrato nell’Anima del
Padre Spirituale da respingere in toto l’idea che fosse coinvolto e compromesso
in un’esistenza così radicalmente funesta, un convincimento tanto profondo fino
al punto da condurlo alla persuasione di avere un qualche rapporto d’intimità
con Lui, un atteggiamento quanto mai umano che chiunque può mettere in opera se
solo si sappia evadere dal carcere spietato di questa vita e si riesca a
spiccare il volo verso il Bene Ultramondano, un’illuminazione certo bisognosa di
approfondimenti antropologico-psico-filosofici inerenti la Sfera Occulta del Suo
Essere, ma non bastevole comunque per legittimarne una qualche in ogni caso
dubbia provenienza divina (sia che la si voglia riferire al Creatore o di
converso al Padreterno), del resto chiunque sia ‘preso’ dallo Spirito può
dichiararsene Figlio, senza con ciò pretendere di farsi Dio.
Questo in sostanza era Gesù, un uomo a tutti gli effetti che credeva di essere
il Figlio di un Dio Straniero mai conosciuto e fatto conoscere agli uomini, un
Dio che non si deve adorare né pregare per non offendere l’Artefice di questa
Esistenza, un Dio Spirituale completamente al di là di questo mondo e Sommamente
Buono e quindi non implicato nel Male Radicale della Creazione.
Perché la Chiesa ha paura che si dimostri con prove inconfutabili che Gesù era
un mortale come tutti gli altri? Appunto perché ne temette e ne teme la vera
dottrina. Innalzandolo sul piedistallo divino e facendolo coincidere con il
Responsabile Misterioso della Natura, questa ne veniva in un certo senso
Sacralizzata e Inviolabilizzata, scaricando su Gesù le contraddizioni divine e
con ciò risolvendo con un colpo di spugna e a buon mercato l’Irrisolvibile
Tenebroso problema del Male, un Problema altrimenti destinato a corrodere nei
secoli la fede in un Dio che si è voluto per forza individuare quale Creatore
dell’Universo Materiale. Ma, come si evince da quanto detto, la nozione di
Creatore non ha nulla a che fare con la definizione ‘filosofica’ di Dio. Questi,
assiomaticamente e apoditticamente, è stato da sempre additato quale Essere
Supremo Perfetto, Autosufficiente e Sommamente Buono, di contro ad un Mondo
palesemente imperfetto, bisognoso di aiuto e chiaramente Mortifero perché
appunto incorniciato nella nascita e distruzione continua delle sue creature.
Creatore e Dio sono dunque due nozioni assolutamente contrastanti e
vicendevolmente incompatibili. Noi preghiamo Dio perché ci salvi dalle grinfie
del mondo delle tenebre, non certo perché ce ne faccia assaggiare la tremenda
velenosità. Appare quindi logico sostenere che l’Universo non è stato fatto da
Dio, sebbene da un Essere divino con capacità creative, un Essere in cui il
problema del male troverebbe non a caso finalmente la sua giusta collocazione e
spiegazione, in quanto (insieme ad un bene caduco, apparente e transitorio) Sua
Principale Promanazione, col risultato di un’eterno bilanciamento, a sua volta
specchio inconfondibile dei suoi attributi sostanziali. Cercare di comprendere
che tipo di rapporti questo Creatore intrattiene con Dio è un argomento
altamente filosofico sul quale si sono arrovellati invano i più grandi geni del
pensiero umano, senza comunque pervenire ad alcuna conclusione accettabile dalla
ragione.
Non voglio approfondire oltre questa diatriba filosofica perché ci porterebbe
assai lontani e non credo sia il caso di passare notti e notti ad inseguire le
possibili vie di uscita da questo ‘impasse’ eterno dell’intelletto. Dovremmo
porci infatti a questo punto il tremendo quesito del perché dell’esistenza della
Natura in contrapposizione al Dio-Padre annunciato con possente autorità da Gesù
Cristo. Poiché l’Umanità di Questi dovrebbe essere ormai un fatto assimilato,
l’unica vera risoluzione del caso in questione potrebbe risiedere nella
misteriosa profondissima psiche del Nazareno, che potrebbe avere avuto
l’intuizione, in quanto figlio dello Spirito divino, di capire l’abisso
sussistente tra la vita materiale e la dimensione soprannaturale, la qual cosa,
in un animo come quello di Gesù fortemente intriso di messianismo apocalittico,
lo avrebbe spinto allo scontro frontale con le potestà visibili ed invisibili di
questo sistema di cose, scontro che come sappiamo dai Vangeli si conclude con la
sua morte ‘effettiva’ e ‘definitiva’, sebbene poi alleviata da una Resurrezione
simbolica e in ogni caso di carattere spirituale e assolutamente non carnale; in
caso contrario, ovviamente, dovremmo sostenere l’assurdità di avere attualmente
in cielo un uomo che camminerebbe tra le nuvole in compagnia di chissà quale Dio
o Creatore che dir si voglia.
La morte di Cristo, tuttavia, non cancella definitivamente la sua memoria e il
suo esempio, per questo sono convinto che la Chiesa abbia fatto un torto enorme
all’umanità affermando dogmaticamente la sua divinità e negandone l’ormai
acclarata mortalità, poiché, in questa maniera, si è sottratto a Gesù il suo
vero volto e si è stravolta la sua vera missione, che consisteva, come ci fa
comprendere anche Mel Gibson nel film La Passione di Cristo, nel farsi
martirizzare e macellare allo scopo di dimostrare con l’effusione del proprio
sangue l’estraneità radicale dello Spirito rispetto ad un mondo che non a caso
lo calpesta ogni giorno perché appunto inconciliabile con le Leggi e le
Direttive del Padrone della Natura Universale.»
Qui Vilagio bloccò di colpo il suo eloquio, forse perché incapace di procedere
ulteriormente in questo tipo di ostiche argomentazioni.
Era stato comunque un discorso assai complesso e articolato, un intervento che
stranamente sviluppava alcuni dei capisaldi del mio pensiero esposto in quegli
articoli che qualche tempo prima avevo pubblicato sul giornale dell’Università.
La cosa in verità mi parve un pò strana. Si erano forse appropriati delle mie
idee divulgate a suo tempo e che tante polemiche avevano suscitate? Rivolsi la
domanda all’interessato ma questi rispose candidamente che non c’era nulla di
cui meravigliarsi, che quando uno Spirito evoluto trova la via stretta della
Verità, un altro Spirito parimenti elevato non può che giungere agli stessi
risultati, in quanto tutti figli di quell’Ente Superiore venerato dai Catari e
quindi dai Templari nell’effige del fantomatico ‘Baphomet’, che secondo alcuni
iniziati indicherebbe in termini cifrati l’Inviato della Sapienza.
«E chi sarebbe» riprese infine un pò stanco Vilagio «questo Inviato se non Gesù?
Come vede, il cerchio si chiude sempre su questa figura mastodontica della
Storia.»
«Andiamo dunque al sodo» dissi a questo punto «mi spieghi nei dettagli quel che
lei vuole che faccia per lei e per il suo Circolo Esoterico.»
«Da lei non pretendo nulla che non possa fare. Pretendo solo che lei visiti
Rennes Le Chateau e ci faccia avere le sue impressioni intellettuali. Non
desidero e non voglio che lei vada in questa cittadina per portare alla luce
quel segreto proibito che peraltro è ben protetto e nessuno potrebbe scovare
senza mettere a repentaglio la sua vita. Del resto, anche se il mio primo
desiderio era che lei facesse un’escursione a tutto campo per magari pervenire
ad uno scoop sensazionale, adesso la cosa non è più realizzabile. Sono successi
ultimamente a Rennes Le Chateau fatti di rilievo che non mi permettono di darle
un certo mandato; alcuni archeologi, senza alcuna autorizzazione da parte delle
autorità comunali, hanno scavato a più non posso scoprendo infine una rete di
tunnel in partenza dal locale cimitero con varie lunghe diramazioni. In seguito
a ciò, a Rennes Le Chateau si respira un clima non proprio favorevole e pertanto
sono costretto a dover cambiare programma. Dapprima avevo in animo che lei si
recasse in incognito in questo paese, avevo pensato di metterla in contatto con
una personalità di Carcassona che sta collaborando segretamente col nostro
Circolo perché entrambi vi aiutaste a portare più speditamente in porto il
compito che mi ero proposto di affidarle, ma ora per quanto detto il progetto
non è più in cantiere, siamo venuti infatti a conoscenza che adesso chiunque
vuole visitare Rennes Le Chateau, fosse anche un semplice viaggiatore di
passaggio, deve stilare un documento di responsabilità in cui venga dichiarato
lo scopo preciso della visita e il tempo di permanenza. Non posso neppure
inviarla sotto false generalità, scoprirebbero ben presto l’inganno e tutto
sarebbe compromesso. È necessario pertanto che lei si rechi nella cittadina in
oggetto del tutto ufficialmente e nella veste di turista. Partirà domani stesso
in aereo per Tolosa e lì troverà ad attenderla un autista che la condurrà in
breve a Rennes Le Chateau, dove alloggerà nell’albergo principale. Lo stesso
autista, allo scadere delle tre giornale nelle quali si svolgerà la sua
missione, lo riporterà a Tolosa per il viaggio di ritorno. È stato tutto
organizzato. Ho qui in mano tutti i documenti e persino alcune credenziali che
le potrebbero servire al momento opportuno, ma non credo ne avrà di bisogno,
perché a Rennes Le Chateau potrà appoggiarsi ad un nostro collaboratore segreto
che al momento giusto potrebbe garantire per lei. Le consiglio di andarlo a
trovare. Si chiama François Lauret.»
Mi rivolse quindi la domanda di rito se accettavo la proposta e alla mia
risposta affermativa mi porse sorridente un biglietto aereo di andata e ritorno
per Tolosa, con i documenti e le credenziali di cui mi aveva parlato.
Quando mi alzai per salutarlo, il dottor Vilagio fece le stesso di scatto e mi
strinse un pò forte la mano, un particolare che non passò inosservato alla mia
mente e che mi fece capire quanto delicata fosse la mia missione.
Ci vuole poca fantasia ad immaginare che mia moglie mi sconsigliò vivamente dal
mettere in pratica simile viaggio, mi disse che mi stavo incamminando per una
china pericolosa e che alla fine coloro che avrebbero veramente pagato la
parcella della mia insensataggine sarebbero stati i nostri figli. Ma io ero
troppo deciso nei miei propositi per tentennare. Il gioco valeva la candela.
Sarebbe stata la mia vendetta per quella assurda e vigliacca estromissione
dall’Università. Tra l’altro, dissi a mia moglie, questa poteva essere la mia
occasione per uscire dall’inattività e guadagnare qualcosa per l’avvenire dei
nostri figli. Ricordo che a queste mie parole mia moglie dette una risposta
quanto mai tagliente: «I nostri figli non hanno bisogno di soldi macchiati dalla
tentazione del Maligno.» Non ritenni opportuno rispondere, ma quella frase mi
restò per sempre scolpita nel cervello.
L’indomani pomeriggio, dopo aver salutato affettuosamente i miei familiari, mi
recai in autobus a Fiumicino e m’imbarcai col primo aereo previsto per Tolosa.
Quando, dopo circa un’ora di volo, scesi dalla scaletta, trovai ad attendermi
l’autista di cui mi aveva parlato il mio datore di lavoro, un uomo
dall’apparenza giovanile con occhiali scuri che per tutto il tempo del tragitto
parlò solo una o due volte. Ogni tanto mi guardava assiduo dallo specchietto
retrovisore interno quasi a sincerarsi che fossi sempre al mio posto. Ricordo
che a un certo punto fece una fermata improvvisa; scese dall’automobile e si
mise a parlare al cellulare. Il tenore della telefonata divenne ad un tratto
assai concitato. Con chi stesse parlando non mi è dato sapere, tra l’altro si
trattava di un francese con forti accenti dialettali e quindi non mi riuscì di
carpirne fino in fondo il significato. Ad ogni modo, quando rientrò nella
macchina, mi parve un poco contrariato, mi pregò di allacciare le cinture e
quindi fece sgommare rumorosamente le ruote, un particolare che non mi piacque.
Il primo impatto con l’albergo non fu dei migliori. L’impiegata al
banco-accettazioni volle vedere tutti i documenti di cui ero in possesso, li
analizzò perfino al computer, comunicò stranamente il mio arrivo alle autorità
comunali e alla locale Gendarmeria e solo dopo circa quaranta minuti fui ammesso
ad entrare nella stanza che mi era stata destinata.
Siccome era già sera inoltrata, decisi di restare in albergo; mi feci portare la
cena nella stanza e subito dopo, mentre stavo redigendo alcuni appunti che mi
potevano tornare utili per la visita che avrei iniziato l’indomani mattina,
sentii bussare sommessamente alla porta. Io andai tranquillamente ad aprire e
subito inquadrai il volto del signore del quale mi aveva parlato il Direttore
Vilagio.
«Sono François Lauret» disse elargendomi un inchino che mai mi sarei aspettato
«posso entrare?» «Perché no?!» fu la mia risposta quasi automatica e continuai
allorché la porta venne chiusa dietro di lui: «Mi hanno parlato di lei, mi hanno
detto che potrebbe darmi una mano se ce ne fosse di bisogno.» «Sono venuto
proprio per questo. Lei non potrebbe far nulla in questo paese senza la mia
amicizia. Stia tranquillo che il suo arrivo qui a Rennes Le Chateau non è
passato per nulla inosservato. Ma io vivo in questa cittadina da più di trent’anni,
mi sono fatto delle conoscenze molto influenti e potenti e da stamattina, prima
ancora che lei partisse da Roma, mi sono adoperato in prima persona affinché lei
riceva a Rennes Le Chateau l’ospitalità che merita la sua personalità. Tra
l’altro, conosco i suoi interventi sui Templari e li ho apprezzati perché vanno
nella direzione giusta. Non si preoccupi, lei svolgerà qui una funzione solo
intellettuale. Ho già contattato il Sindaco e il Parroco e queste saranno le due
persone che lei vedrà domani mattina. Ho riferito loro che lei è un semplice
studioso e che non ha altra intenzione se non quella di redigere un articolo di
carattere squisitamente culturale su Rennes Le Chateau, cosa che peraltro,
almeno in parte, corrisponde al vero. Mi sembra che per questa sera possa
bastare. Mi piacerebbe comunque che domani più o meno a quest’ora venisse a
cenare con me. Dobbiamo discutere di un’appèndice che forse il dottor Vilagio le
ha taciuto per non allarmarla più del necessario. Buona notte!» e così dicendo
uscì dalla stanza non senza lanciarmi uno sguardo la cui rigidità mi tolse per
sempre la serenità.
A cosa alludeva quell’appèndice? Perché il Direttore del Circolo Esoterico non
me ne aveva parlato? Mi stavano forse usando per ‘qualcosa’ a mia totale
insaputa? E se fosse così, la mia vita non era forse in pericolo? Tremai dalla
paura. Forse, mi dissi, non dovevo accettare così a cuor leggero la proposta di
visitare questo oscuro luogo dell’ignoto. Forse stavano abusando della mia
ingenuità. Forse ero entrato in un gioco più grande di quanto già iniziassi a
temere. Ma ormai ero lì e non potevo tirarmi indietro. Tra l’altro, per mia
natura ero un amante del mistero e ad un tratto divenni molto curioso di
conoscere la reale portata di quell’allusione sibillina.
Mi avvicinai alla finestra e stetti fino a notte inoltrata ad osservare il cielo
scuro di tenebra. Pensieri foschi mi trafiggevano la mente, ricordo che il più
ricorrente e insopportabile era quello di essere atterrato come in un altro
pianeta dove vigessero leggi sconosciute al genere umano terrestre. Pensai
istintivamente alla Croce di Gesù e mi parve di sentirla pesante sulle spalle.
Il primo sintomatico impatto con la piccola cittadina francese ebbi a sostenerlo
allorché la mattina susseguente, come consigliatomi dal signor Lauret, andai ad
incontrare il Sindaco di Rennes Le Chateau, tale Jean Plarous, che mi accolse
nel suo studio con un’aria si sarebbe detto sbigottita. Mi chiese immediatamente
cosa cercavo di scoprire a Rennes Le Chateau e fino a quando mi sarei fermato.
Io risposi, sforzandomi di apparire il più bonario possibile, che ero venuto
soltanto per una questione diciamo di curiosità turistica e che in ogni caso la
mia permanenza sarebbe durata non più di due-tre giorni, il tempo in sostanza
necessario per stilare un resoconto culturale della mia visita. Il Sindaco a
queste parole rassicuranti parve rabbonirsi ma mi comunicò improvvisamente scuro
in volto che era proibito a chiunque fare indagini di natura archeologica su
tutto il territorio comunale, al ché lo rassicurai che non avevo alcuna
intenzione di scavare una tomba.
Avevo appena pronunciato queste ultime parole, allorché vidi il mio
interlocutore porsi una mano sugli occhi e sbuffare. Subito dopo si accasciò
letteralmente sulla sedia e battè le mani imprecando a qualcosa che non seppi
comprendere.
«A quale tomba si riferisce?» mi chiese il Sindaco con sguardo indagatore.
Logicamente, risposi, la mia era stata solo una battuta, non volevo
assolutamente alludere a nulla.
Osservando il Gonfalone sopra la sua scrivania, che riproduceva il tristemente
famoso e controverso Sigillo di Salomone (o Stella di Davide), gli chiesi
ingenuamente come mai era stato scelto per Rennes Le Chateau un simile seppur
bellissimo Stemma, al ché il mio interlocutore si lasciò prendere da una
considerazione che non fece altro che aumentare i miei crescenti turbamenti:
«Non faccia domande di questo genere, mai e poi mai le avrei risposto, ma la sua
onestà mi è stata garantita da un mio carissimo amico, al quale sono peraltro
legato da parentela. Posso pertanto dirle qualcosa, ma non si attenda chissà
quali rivelazioni. Penso in sostanza che questo Simbolo sia stato scelto ad
indicare la Salvaguardia di un Equilibrio che a nessuno deve essere permesso di
mettere in discussione. Ma adesso, se non le dispiace, ho un appuntamento
importante al Consiglio Comunale, se vuole può anche tornare domani.» e così
dicendo ci salutammo per la verità un pò freddamente.
Lasciato il Sindaco, m’incamminai a passo svelto verso la non lontana Chiesa di
Maria Maddalena.
Non appena vi giunsi nei pressi, forse avvertito dal Sindaco, trovai ad
attendermi il parroco in persona, un certo Gerard Poyod, un tipo alquanto
sveglio e colloquiale che mi ricevette letteralmente a braccia aperte, dandomi
un caloroso benvenuto.
Sul portale d’ingresso campeggiava la celebre scritta: Terribilis est locus iste.
Chiesi subito a Poyod il significato profondo di questa intestazione e l’altro
rispose allusivo che ci sono cose terribili a questo mondo che è meglio lasciare
stare.
Subito dopo ci accolse il Diavolo Asmodeo che sorregge l’acquasantiera, con
sopra quattro angeli intenti a pregare, il tutto sormontato da una grande croce
nuda senza l’effige di Gesù.
Restai per lunghi minuti ad osservare questo strano gruppo scultoreo, allorché
udii il parroco invitarmi a visitare il resto della Chiesa. Era come un
consiglio a sorvolare, o almeno così lo intesi. Feci quindi finta di non capire
la sua richiesta e restai a fissare Asmodeo e il suo ghigno satanico.
«Lei mi sembra oltremodo preso da questa scultura; ritiene forse di scorgervi
qualche messaggio cifrato?» «No» risposi apparentemente disincantato «vi scorgo
soltanto una contraddizione in termini; ritengo infatti che in una Chiesa
cristiana non si dovrebbe trovare, accanto ad un simbolo sacro come
l’acquasantiera, la personificazione seppure scultorea del Male.»
La mia risposta dovette sembrare al prelato alquanto sorprendente, poiché, dopo
un’espressione di meraviglia, affermò che la mia considerazione era andata forse
fuori tema. Ad ogni modo, intrecciando le dita sul petto, continuò: «Lei vuole
che le risponda francamente, non è vero? Ebbene, esaudirò la sua richiesta,
quantunque non la conosca di persona e pertanto potrei benissimo esimermi dal
farlo. Sappia allora che questo gruppo scultoreo, come del resto altri
particolari simbolici di questa Chiesa che lei sta volutamente trascurando,
quest’opera, dunque, vuole sottolineare che tra il Bene e il Male rappresentato
appunto da Asmodeo deve sussistere un Bilanciamento Perfetto che tale deve
restare, pena lo sconvolgimento del destino del Creato.» «Quale destino?»
domandai stavolta vivamente interessato da quella risposta, che non a caso
sembrava copiata da quella che qualche tempo prima mi aveva data il Sindaco. Il
parroco non si scompose più di tanto e precisò con una certa baldanza: «Mi sto
riferendo precisamente all’impianto della vita umana così come è sempre stato e
sempre sarà. Alterare l’Equilibrio di cui stiamo discutendo si viene a
configurare come il più grande sacrilegio che un uomo possa fare. Ciò,
beninteso, può anche non piacere, per carità, ma la questione sta purtroppo in
questi termini. O lei abbraccia in tutto e per tutto questo mondo e allora la
sua vita fila liscia, oppure lo rifiuta in blocco, consegnandosi però in questo
caso alla disperazione e all’ateismo. Non c’è via di scampo. O accetta dunque
Asmodeo accanto all’acquasantiera, oppure si aprono le porte dell’abisso
intellettuale e di conseguenza della pazzia definitiva. È più o meno ciò che
vuole simboleggiare il Sigillo di Salomone, peraltro non a caso Stemma del
nostro paese, un dettaglio che forse lei già conosce, con i due triangoli
intrecciati dai vertici opposti, ad indicare appunto la Radicale Inscindibilità
che deve regnare tra le istanze benefiche e quelle malefiche.»
Quanto mi stava dicendo questo strano prete era palesemente inconsueto, forse si
riteneva al riparo da sorprese oppure la pensava davvero in questa maniera. In
un caso o nell’altro, comunque, le sue considerazioni non apparivano per nulla
‘cristiane’ e così glielo feci notare seppure con molta finezza per non urtare
la sua sensibilità: «E la Chiesa della Città Eterna dalla quale provengo, è
d’accordo secondo lei con queste sue interpretazioni?» «Quel che la Chiesa di
Roma pensa a questo proposito m’interessa fino ad un certo punto, ad ogni modo
sappia che anche Gesù, insieme a ciò che noi riteniamo sia Dio, rappresenta
molto bene tale connubio.»
Qui ebbi la netta impressione che il parroco si fosse un pò lasciato andare e
pertanto approfittai di questa sua diciamo distrazione per chiedergli di
spiegarmi meglio questo supposto rapporto tra Gesù e Dio e quali relazioni ciò
poteva comportare alla luce di quanto prima aveva dichiarato a proposito del
Bilanciamento o Equilibrio che dir si voglia.
Chiaramente, il prelato notò questa mia insistenza sulla simbologia del gruppo
scultoreo di Asmodeo, poiché improvvisamente si fece più guardingo e diffidente:
«All’apparenza, non vi è e non vi può essere alcuna relazione. Asmodeo,
ovviamente, non può essere confuso col Creatore, sarebbe una bestemmia il solo
pensarlo, ma l’acquasantiera sì; del resto, se lei si sposta un pò da questa sua
fissazione, troverà più avanti Giovanni Battista mentre, con un oggetto a forma
di conchiglia che richiama nella simbologia conformativa l’acquasantiera
sorretta da Asmodeo, troverà dunque il Battista nell’atto di battezzare il
Cristo. Questo, credo, dovrebbe bastarle per capire dove voglio arrivare con le
mie argomentazioni.» «Ma perché Cristo dovrebbe essere battezzato con qualcosa
che viene a palesarsi quale ente simbolico in evidente attinenza con il Male? Se
Gesù è il fondatore della Chiesa, perché alludere a qualcosa d’altro?»
La domanda era volutamente dissacrante e in un certo senso anche offensiva per
un prete, forse mi stavo spingendo oltre il mandato assegnatomi, abusando
parimenti della protezione occulta di Lauret. Il prete me lo fece notare
scuotendo la testa e quindi disse quanto segue: «Questa è una domanda che non
riesco bene a recepire. Forse è addirittura irricevibile in questi termini. Lei
vuol forse alludere all’idea che Gesù non può entrare nel Discorso della
Simmetria?» «Proprio così» risposi «Gesù è venuto ad annunciarci un Vangelo di
Pace e Amore che ben poco ha a che vedere con l’Equilibrio presunto di questa
creazione. Sono convinto anzi che è venuto sulla Terra proprio per contrastare
tale visione deleteria della vita.» «Questa è solo una sua convinzione» disse
Poyod abbozzando un mezzo sorriso «dovrebbe chiederlo al suo Papa. Dirgli perché
si adora l’Amore in Cristo mentre allo stesso tempo s’inneggia al Creatore di un
siffatto mondo!» «Quale Creatore?» chiesi a bruciapelo. «Ap-punto il
Responsabile Supremo di questo Contrappeso.»
Finalmente mi spostai e osservando il pavimento a scacchi bianchi e neri
domandai al parroco se anche ciò simboleggiava l’eterna dicotomia tra il Bene e
il Male.
«Non c’è alcun dubbio, ciò che le ho detto a proposito del gruppo scultoreo di
Asmodeo vale anche per questo pavimento. In questa Chiesa tutto allude
all’Equilibrio, per questo è stata scelta la frase scolpita all’ingresso,
appunto per mettere in guardia il visitatore che stravolgere questo perfetto
Bilanciamento equivale ad un atto ‘terribile’ e quindi foriero di gravi
conseguenze per chi avesse l’ardire di farlo.»
Ci spostammo dirigendoci verso l’altare e proprio in basso scorsi un
bassorilievo raffigurante Maria Maddalena, con un libro in mano e un teschio
accanto alle ginocchia.
«Chi è davvero Maria Maddalena?» chiesi all’improvvisamente sbigottito parroco,
forse la domanda era espressa in maniera troppo diretta. Ad ogni modo Poyod, pur
con un repentino tic nervoso alle sopracciglia, disse in tono alquanto sommesso:
«Per noi la Maddalena è la più grande Santa della Chiesa. È sempre vicina a Gesù
ed è la prima ad entrare nel sepolcro e ad annunciare ai discepoli l’avvenuta
resurrezione del Salvatore. Tutte le altre ipotesi più o meno eretiche non
possono e non debbono interessarmi, sono un prete cattolico e devo badare al
sodo, per questo sono pagato e per questo sono tenuto in qualche caso al
silenzio.» «Un’ultima cosa» chiesi infine veloce vedendo che il prete dava
segnali evidenti di stanchezza «perché la via crucis è disposta in questa
insolita maniera e cioè in senso antiorario? Quale messaggio si vuol far passare
con questa apparentemente assurda disposizione?» «Non lo so» disse Poyod sempre
più preso alla sprovvista «forse si vuole invogliare lo studioso a guardare al
mistero di Gesù con una sorta di specchio retrovisore, affinché lo si possa
meglio penetrare.»
Per terminare questa specie di fitto interrogatorio che certamente cominciava a
dare fastidio, chiesi infine qualcosa sulla storia di Sauniere, poiché era da
tutti ritenuto pacifico che era stato lui ad orchestrare tutta questa congerie
simbologica apparentemente sacra, ma il parroco si dimostrò assai irremovibile
su questo punto: «Su Berenger Sauniere non accetto domande e peraltro le faccio
presente che in questa Chiesa vige una Legge a cui tutti sono obbligati, quella
appunto di non pronunciare ad alta voce il suo nome.»
Ma io non arretrai e fui più insistente di quanto non avessi in animo di
apparire e perciò chiesi spavaldamente, nonostante mi accorgessi dell’ormai
insopportabile fatica alla quale stavo sottoponendo il povero prelato: «Mi dica
almeno in due parole che fine ha fatto il discusso ex libris di questo prete del
mistero. Sembra che rappresentasse una Stella di Davide con un cerchio nella
parte bassa sormontato da una croce. Ho letto da qualche parte che è stato tolto
dalla vetrina del museo annesso a questa Chiesa. A proposito» continuai
imperterrito «si può visitare questo museo?»
Poyod rispose questa volta un pò indignato: «Lei stesso si è data la risposta;
non so che cos’è questo ‘ex libris’ poiché appunto è stato sottratto alla vista
del pubblico. Per quanto riguarda il suo desiderio di visitare il nostro museo
debbo purtroppo dirle a malincuore che l’impiegato addetto si è preso qualche
giorno di malattia e pertanto lo abbiamo momentaneamente chiuso, come chiuso
rimane per lo stesso motivo il qui accanto cimitero. Ma adesso ritengo che tutto
quanto ha visto e sentito le possa davvero bastare; del resto ci sono orari da
rispettare ed io debbo andare a pranzare. Onorato della visita e arrivederci!»
Uscii dalla Chiesa mestamente senza aver conseguito alcun apparente risultato,
se non il fatto che forse il parroco si era fatto scappare delle affermazioni
che mi potevano tornare utili nelle mie indagini, poiché, se l’idea del
Bilanciamento da lui adombrato era una considerazione razionalmente impeccabile,
non si capiva ad ogni modo perché dovesse ad ogni costo essere preservata.
Cominciavo a capire che forse qui stava tutto il mistero di Rennes Le Chateau,
nel senso che qualcuno di molto in alto aveva deciso di fare una specie di
proclama per evitare che s’indagasse a fondo sui reali reconditi significati di
questo Equilibrio. Era chiaro: Gesù doveva per forza entrare in tale concezione
della vita, pena la distruzione della Chiesa.
Ritornai dunque nell’albergo e mi disposi a stilare un resoconto dei colloqui
sostenuti quella mattina con le due massime ‘apparenti’ autorità ufficiali di
Rennes Le Chateau, ritenendo per certo che quanto avevo appreso poteva quasi
bastare per redigere l’articolo per il quale ero stato inviato colà.
Verso sera, accondiscendendo all’invito di Lauret, mi recai a casa sua per la
cena. Notai trasalendo che qualcuno mi stava pedinando. Accelerai pertanto il
passo ed in breve giunsi dinanzi al portone della casa verso cui ero diretto.
L’uomo che mi seguiva si arrestò di colpo attendendo forse l’esito del mio
bussare.
Siccome il portone tardava ad aprirsi, lo sconosciuto credette forse di poter
approfittare dell’inconveniente e si avvicinò di corsa, e stava quasi per
raggiungermi allorché l’ingresso venne aperto appena in tempo per evitarmi di
conoscere le oscure intenzioni dell’intruso.
Fui accompagnato da Lauret nella stanza da pranzo e qui ne conobbi la consorte,
una bella signora filiforme dall’età apparente di trenta-trentacinque anni, che
mi rivolse enigmaticamente un sorriso di una certa intensità.
Fu una cena un pò imbarazzante, si parlò del più e del meno senza entrare
minimamente negli argomenti per i quali mi trovavo colà, forse, pensai, il mio
ospite non vuole che se ne parli in presenza della moglie, quantunque questa
dimostrasse un’educazione e un’intelligenza sicuramente al di sopra del normale.
Finalmente terminammo di cenare e letteralmente a braccetto fui accompagnato in
una stanza interna. Mi accorsi che Lauret chiudeva la porta a chiave. Mi disse
di non preoccuparmi, faceva sempre così. Mi invitò quindi a prendere posto in
una comoda poltrona, mentre egli si avvicinava meditabondo alla sua biblioteca
privata e da un grosso tomo estraeva qualcosa come una sorta di fotocopia di un
codice miniato insieme ad una mappa, documenti che mi porse con un sorriso un pò
beffardo.
«Ecco a lei l’appèndice di cui le ho parlato; è una fotocopia in latino di un
documento originale (di cui non posso purtroppo rivelarle l’ubicazione) che
riporta un brano che la Chiesa non riconosce e quindi giudica apocrifo, un brano
che insigni studiosi ritengono per certo sia stato scritto da uno dei più grandi
e celebri Padri della Chiesa, qualcuno che forse era al corrente del ‘segreto
proibito’ del quale anche lei va alla ricerca. Porterà questo documento al
dottor Vilagio insieme a questa mappa dei Comuni di Rennes Le Chateau, Rennes
Les Bains e Arques.
Questa è la missione che le viene affidata. Dovrà stare però molto attento,
all’apparenza è un compito innocuo, ma potrebbe rivelarsi assai pericoloso.»
Lessi dalla copia quanto segue: “Gesù è stato l’uomo più grande della Terra.
Sebbene sia morto come muoiono tutti in questo mondo, è stato l’unico ad avere
scoperto e ad avere proclamato l’esistenza del Dio dell’Amore e della Bontà, un
Dio Estraneo che deve rimanere nell’ombra per evitare di mettere a repentaglio
l’Opera dell’Artefice di questa Mortifera Esistenza. La Chiesa non vuole che
questo Dio sia adorato, per questo ha confuso le menti ai fedeli elevando Gesù
al rango di figlio divino, appunto per tutelare l’Inviolabilità della Materia.
Se Gesù fosse rimasto uomo, il suo messaggio sarebbe risultato devastante,
perché in questo caso la Chiesa (oltre ad ammettere che la sua morte era da
ascriversi al Reggitore Supremo della Vita e della Morte), avrebbe dovuto
rivelare in toto il vero contenuto filosofico del suo messaggio profondamente
gnostico. Rendendolo Figlio del Creatore, questo pericolo si è pensato di
stornarlo facilmente, col risultato però di consegnarci una Persona del tutto
imbelle e ininfluente. Per questo è bene che si sappia e si scopra la prova
indiscutibile della sua umanità e mortalità. Molti ritengono che è stata
trovata, ma viene tenuta nascosta dalla Chiesa per le ragioni di cui sopra.»
Mentre Lauret mi guardava assiduamente per scoprire anche il più piccolo
mutamento della mia espressione, posai lentamente il foglio su un piccolo tavolo
lì vicino e passai ad inquadrare la mappa.
Era cosparsa di linee, cerchi e stelle ottenute mediante squadra e compasso, con
una freccia rossa vistosa nel centro, corrispondente ad un punto ben preciso
all’interno del triangolo di terra formato dalle cittadine di Rennes Le Chateau,
Rennes Les Bains e Arques.
Notando il mio sgomento, Lauret riprese in questo modo a parlare: «La frase che
ha letta e questa mappa indicano una stessa Verità. Non mi chieda come mi sono
procurato questi documenti, non sarebbe intelligente da parte sua, posso dirle
soltanto che quanto le sta sotto gli occhi è strettamente in relazione ai Catari
e specialmente ai Templari, un argomento che lei ha studiato ampiamente. Veda,
forse lei non lo crederà, ma tutto questo territorio intorno a Rennes Le Chateau
è cosparso di indizi e simboli che assumono tutte le caratteristiche di un
enorme puzzle a cielo aperto. Se lei fosse pratico della zona, saprebbe che qui
intorno vi sono tutta una serie di segnali che aspettano solo di essere
interpretati nella maniera giusta, una sorta di esercizio cifrato che può
condurre alla scoperta di qualcosa di talmente grande e sconvolgente da far
tremare le fondamenta della Terra. Conosco questa zona come le mie tasche; ad
ogni piè sospinto si trovano croci templari, Castelli catari diroccati che
emanano ancora oggi uno strano profumo di ricordi ancestrali indimenticabili,
calvari con incisi acronimi enigmatici, rocce scolpite di misteriose lettere,
numeri e addirittura di animali allegorici, menhir e quant’altro si possa
immaginare, tutti collocati in punti strategici come ad indicare una Via. Vi è
perfino una statua di Cristo alla quale sono state tranciate di netto le mani,
poiché, verosimilmente, le sue posture direzionali potevano aiutare a
individuare in qualche modo il segreto, per non parlare della tomba disegnata da
Poussin che si ritiene sia stata ricalcata da una realmente esistita, ma che
purtroppo non è più rintracciabile perché fatta demolire in fretta e furia da
chissà quale autorità innominabile. Vi sono poi le pergamene scoperte da
Sauniere, con quell’allusione ad un ‘tesoro’ che giace, ad un Re oscuro quale fu
Dagoberto II. Vi è poi la lapide quanto mai inquietante di una certa Marie de
Negre d’Ables d’Hautpoul, marchesa di Blanchefort, la quale sarebbe stata incisa
dell’antica e sinistra scritta Et in Arcadia ego che compare nel succitato
quadro del pittore seicentesco, con quattro parole in codice apparentemente
latine che alludono ad un qualche personaggio defunto da scoprire e la cui
memoria storico-teologica deve essere rivalutata e riabilitata e quindi ripulita
dalla menzogna.
E vi sono infine tutta una serie di omicidi inspiegabili di personalità in
qualche maniera implicati in questa vicenda. Se mi fermo qui è solo per non
affaticarla, potremmo infatti continuare all’infinito.»
Più il mio interlocutore parlava e più comprendevo di essermi infilato in un
tunnel senza via di uscita. Mi venne in mente che non potevo lottare da solo
contro un mostro dalle mille teste in grado di maciullare centimetro per
centimetro ogni più piccola porzione delle mie carni. Arrendersi era la cosa più
logica e umana che potessi fare, nessuno avrebbe potuto sopportare l’immensa
angoscia che mi prese allorché le parole del misterioso Lauret mi entravano una
ad una nel cervello come la famosa goccia perpetua che buca la roccia.
Ma poi una voce indefinibile che sentii salire dal più profondo di me stesso mi
disse di provarci, di non abbandonare l’impresa perché si trattava di qualcosa
che avrebbe potuto cambiare le sorti dell’umanità. Era la voce di Gesù: Non
abbiate paura di coloro che uccidono il corpo, temete piuttosto Colui che può
far perdere la vostra anima. Capii allora di non potermi ritirare, sarebbe stato
come svendere all’Indifferenza la mia anima e l’anima di quanti, innocenti,
soffrono perché abbandonati all’ignoranza e all’inettitudine intellettuale.
Lauret mi diede i due documenti piegandoli talmente bene che riuscii a farli
entrare nella tasca interna della giacca.
«Grazie« disse «sapevo che avrebbe capito l’estrema importanza dell’impresa, una
persona come lei tutta dedita alla ricerca della Verità mai e poi mai avrebbe
potuto dubitarne.»
Ci salutammo affettuosamente come fratelli e ci abbracciammo, ambedue con una
lacrima negli occhi; poteva essere l’ultima volta che ci vedevamo.
Giunsi in albergo che erano già le undici di sera.
Appena dentro la stanza, la curiosità fu più forte di qualunque altro
sentimento, aprii la mappa e la stesi sul tavolo; ad occhio e croce, mi dissi,
il sito indicato dalla freccia non doveva essere lontano dall’albergo di più di
quattro-cinque chilometri, una distanza percorribile a piedi che mi portò a
riandare indietro nei ricordi, allorquando, appena quindicenne, ritornai
camminando, accompagnato da un mio paesano, dalla scuola di una vicina cittadina
distante una decina di chilometri presso la quale frequentavo il Liceo
Scientifico. L’idea che mi balenò nel cervello era certo alquanto folle e
temeraria, in questo modo tradivo in sostanza le direttive di Lauret e andavo
nettamente oltre il mandato assegnatomi dal dottor Vilagio, che come sappiamo
consisteva solo nella stesura di un articolo di carattere storico-filosofico sui
tanti misteri di Rennes Le Chateau. Ma non c’era più tempo da perdere; dopo
avere studiato approfonditamente la direzione da prendere per giungere nel più
breve tempo possibile nel sito indicato dalla mappa, mi avvicinai alla finestra
che dava nel retro e senza far rumore mi calai all’esterno scivolando lentamente
lungo i corposi e resistenti condotti pluviali. Mi ero premunito di una
lampadina e di un piccolo attrezzo di ferro a forma di punteruolo. Nelle tasche
non dimenticai d’infilare il telefonino e un piccolo binocolo da viaggio.
Mi misi a camminare speditamente, guardandomi a destra e a sinistra, guardingo,
nel timore che qualcuno presenziasse alle mie iniziali mosse. In breve, uscii
dall’abitato e fui in aperta campagna.
La luna quasi semisferica spandeva una luce fioca. Il cielo era terso e cosparso
di un infinito numero di stelle. Da ciò derivava un lucore di una certa
percettibilità in opposizione alla tenebra strisciante. Faceva un freddo
pungente che mi entrava nelle carni provocando un tremore sia fisico che
psichico, la natura tutt’intorno sembrava pietrificata, neppure l’ombra di un
alito di vento, pareva che l’ambiente stesso partecipasse in questa maniera alla
mia ardimentosa drastica deliberazione, in attesa silente e smasmodica
dell’evento risolutore del Segreto dei Segreti.
Ogni tanto cinguettii di piccoli uccelli e suoni ben più sinistri di rapaci
notturni si udivano e si spandevano nell’aria come in una dicotomia eterna di
forze contrastanti, ad un certo punto un grosso e spaventoso volatile nero mi
passò sul capo costringendomi a piegare le ginocchia per evitarne l’impatto.
Giunsi infine ad un piccolo ruscello con accanto una croce templare rosa e
bucherellata dal tempo, con nel piedistallo un acronimo appena visibile che
riportava quattro lettere maiuscole (SVPI) e la famosa iscrizione (INRI) con la
N rovesciata, ad indicare forse che Gesù non rappresentava e non rappresenta ciò
che ci è stato da sempre insegnato dai nostri sempliciotti catechisti, sebbene
l’Araldo del Puro Regno dello Spirito di là da venire.
Era uno dei punti di riferimento principali segnati nella mappa, ancora due
chilometri, mi dissi, e scopriremo la Verità.
Ma da quel punto la vegetazione si fece più fitta, mi sembrava di stare
recitando la parte di un personaggio di un racconto per bambini che si perde nel
bosco inseguito dai lupi. Mi voltai inavvertitamente; in effetti, dietro di me
avevo sentito come un frusciare di foglie; mi nascosi speditamente dietro un
grosso tronco e poco dopo un orribile cavaliere avvolto da un mantello nero mi
passò accanto rumorosamente, emettendo come un grido di collera diabolica; non
vi era dubbio, qualcuno era venuto a conoscenza dei miei propositi notturni e si
stava adoperando in tutti i modi per trovarmi. Quando vidi che si era
allontanato abbastanza per consentirmi un piano di depistaggio, scattai dal
tronco e presi una direzione ad angolo retto, verso nord, rispetto al suo
tragitto. Così però ritardavo di molto il raggiungimento dell’obiettivo, ma non
c’era altra scelta e così mi inerpicai per una scoscesa landa di terra deserta e
poco dopo individuai una congrua cavità entro cui decisi di far passare almeno
un’ora per inquadrare meglio la situazione e verificare se il cavaliere era solo
oppure accompagnato da altre sinistre inconcepibili figure.
Alla fine, quando ritenni che non vi era più pericolo perché tutt’intorno
ritornò a dominare incontrastato il deserto e il silenzio più profondi, uscii
piano dal mio nascondiglio e aggiustai al massimo la mira delle mie audaci
intenzioni. Ritornai dunque sui miei passi e cominciai letteralmente a trottare,
saltuariamente comunque fermandomi per evitare imprevisti.
Giunsi finalmente a poche centinaia di metri dal tenebroso sito verso cui ero
diretto e feci volteggiare la testa in tutte le direzioni. Inquadrai su un’alta
collina le vestigia di un Castello templare ridotto ormai ad un rudere e proprio
a due passi un pauroso menhir che s’inarcava nel cielo per qualche metro a
formare nelle tenebre come una sorta di croce dalle braccia oblique, dalle cui
estremità sembravano dipartirsi delle esilissimi stalattiti, forse a
simboleggiare il sangue delle mani trafitte di Cristo.
Col binocolo tascabile riuscii infine a scovare il sito tanto desiderato: una
grotta di ampie dimensioni scavata forse artificialmente, la quale, dalle mie
informazioni, avrebbe dovuto introdurre in un lungo tunnel. Si trattava in
sostanza dell’Ingresso. Non sapevo a questo punto come continuare la ricerca,
avvicinarmi oltre mi poteva costare molto caro; pensando alla storia romana, mi
sembrò di essere sul punto di attraversare il Rubicone, pertanto stetti alcuni
lunghi minuti a meditare sul da farsi. La mia mente fu presa immediatamente dal
ricordo della mia cara moglie e dei miei amatissimi figli, l’unico vero tesoro
che possedevo in questo fosco pianeta e l’unico che avrei dovuto preservare.
Istintivamente, senza pensarci un secondo, estrassi il piccolo cellulare ed
inviai un messaggio alla mia famiglia: “Sto bene, sono in aperta campagna, sono
ad un passo dal scoprire l’ineffabile.”
Non l’avessi mai fatto! L’apparentemente insensibile battito del telefonino a
quanto sembra fu percepito subito dai Guardiani. Col binocolo ne inquadrai
almeno cinque che uscivano dalla grotta con le loro possenti cavalcature e
furiosamente si slanciavano a ventaglio in tutte le direzioni. Mi accucciai come
un bambino accanto al menhir e stavo approfittando del loro apparente confuso
disorientamento allorché fui individuato da uno di loro, che puntò decisamente
su di me con terribile fragore, sguainando una lunga spada nera e lanciandomi
contro un tremendo grido di ammonimento. Ma siccome era ancora relativamente
distante, ebbi modo di controllare il terreno e osservando che a una quindicina
di metri s’innalzava una roccia ripida, mi diressi correndo in quella direzione
e trasformandomi in un provetto alpinista riuscii a farla franca. Il Cavaliere
Misterioso si fermò alla base e mi fissò con sguardi fulminanti, non parlava
nessuna lingua di questo mondo, emetteva suoni rauchi e gutturali di collera
irrefrenabile, come una tigre cui fosse sfuggita la preda.
Cercare d’immaginare chi fossero e cosa rappresentassero queste oscure presenze
a cavallo nel contesto di questa sinistra vicenda sarebbe un compito che ci
porterebbe assai lontano, facendoci deragliare nel campo della Stregoneria e
della Demonologia, poiché non vi può essere dubbio che avevano tutte le
caratteristiche di Emissari ed Esecutori di qualche Oscura Potenza dal Nome
Proibito. Non so fino a che punto c’entrino i Templari. Si sa per certo che
alcuni di loro erano assai versati nell’arte stregonica delle evocazioni
spiritiche, che qualcuno nell’Ordine era stato accusato persino di Commercio col
Principe delle Tenebre, ma forse si trattava di casi sporadici se non proprio
isolati, dovuti verosimilmente alla disperazione conseguente alla Perdita della
Fede nel Gesù-Dio, che avrebbe portato qualche affiliato a credere che il Male
fosse dominante nell’Universo e quindi che sarebbe stata assai vantaggiosa
un’alleanza con il suo Ispiratore Supremo per magari riceverne ricompenze
materiali e finanche di sopravvivenza post-mortem.
Si tratterebbe ad ogni modo di una digressione certo affascinante, ma che
comunque dobbiamo tralasciare per evidenti ragioni d’impostazione e d’indirizzo
dell’Opera.
Ritornando quindi al nostro racconto, il cavaliere nero brandì verso di me
l’inquietante spada nera e allora capii che quella era una minaccia da prendere
in seria considerazione. Dovevo andarmene, pena la mia uccisione. E così feci.
Salii ancor più e arrivato alla sommità del Picco corsi in direzione
dell’albergo. Ma non vi potei più rientrare, col binocolo mi accertai angosciato
che era letteralmente circondato dalle forze dell’ordine. Vidi il Sindaco
parlottare con Poyod e con il Capo della Gendarmeria locale. Con una fitta al
cuore inquadrai Lauret posto in catene in attesa di essere caricato su un camion
militare che sostava lì vicino.
Non ci pensai neppure l’ombra di un attimo e ricordando più o meno mentalmente
la direzione da prendere per giungere nel minor tempo possibile sulla strada che
da Rennes Le Chateau scende fino a Carcassona e quindi prosegue per Tolosa,
m’involai letteralmente correndo a più non posso.
Raggiunsi alfine la strada tanto agognata e fortuna volle che una pia
automobilista con nel sedile posteriore un bambino di una dolcezza
indescrivibile si fermasse e mi offrisse miracolosamente un passaggio. Non
conoscerò mai l’esatta identità di questa donna e di questo bambino. Ebbi
l’impressione di essermi fortunatamente imbattuto in due Angeli mandati in mio
Soccorso da quel Dio dell’Amore al quale anelavo con tutte le mie forze
intellettuali. Non sembravano neppure avere un corpo come lo abbiamo noi
mortali; di ciò feci un’esperienza indelebile allorché salutai con la mano la
donna e subito mi parve di avere toccato qualcosa come una sostanza
smaterializzata seppure ripiena di calore familiare. La donna mi sorrise ed io
mi rincuorai. Era l’Immagine Personificata della Bellezza e della Perfezione.
Anche il bambino mi sorrise sfregandosi contento le esili mani, sembrava il
Bambin Gesù. La donna comunque non perse tempo e subito innestò la prima marcia
della sua avveniristica autovettura giallo-oro. Incrociammo alcune pattuglie ma
la nostra macchina pareva invisibile all’occhio umano. Chiesi alla donna fin
dove aveva in animo di condurmi. Mi disse di stare tranquillo, lasciassi fare
alla sua Bontà.
«Non posso lasciarla qui né a Carcassona, tantomeno posso condurla all’aeroporto
di Tolosa. Sarebbe arrestato di colpo, poiché a quanto sembra lei rappresenta un
pericolo mortale e deve essere fermato ad ogni costo.» «Come sa tutto questo?»
le chiesi meravigliato. «L’ho sentito questa notte alla radio, dicevano che
tutta la popolazione era tenuta alla collaborazione, cosa che come vede sto
facendo.» «Ma dove intende veramente condurmi?» domandai non ancora sicuro
dell’identità dei due Angeli Custodi. «La condurrò a Ventimiglia, subito dopo la
frontiera italo-francese. Lì prenderà il treno per Roma e domani sarà presto a
casa.»
La ringraziai di cuore per questo aiuto insperato e ormai sicuro di essere
scampato ad un terribile destino mi appoggiai allo schienale e mi persi in un
godevole dormiveglia.
Quando arrivammo a Ventimiglia erano circa le sette del mattino. Feci come
consigliatomi e comprato il biglietto poco dopo salii sul treno Parigi-Roma, che
sopraggiunse appena cinque minuti dopo che mi ero salutato con le due
enigmatiche apparizioni, un tempismo veramente incredibile.
Arrivato nella capitale, dopo avere abbracciato mia moglie e i miei figli ed
avere pianto insieme (ricordavano ancora il messaggio della notte precedente che
avevano giudicato assai pregiudizievole per la mia sopravvivenza), verso le
cinque di pomeriggio mi diressi verso la sede del Circolo Esoterico e consegnai
nelle mani del dottor Vilagio quanto inviatogli dallo sfortunato Lauret.
Gli raccontai per sommi capi quanto era successo e qui il Direttore si disse
molto allarmato. Potevano accadere ora cose terribili, mi disse, era meglio che
per almeno un mese non mi facessi più vedere in giro.
L’indomani mattina, sulla pagina degli Esteri, lessi sul giornale un breve
trafiletto che raccontava allusivamente ed erroneamente della mia impresa
notturna nelle campagne di Rennes Le Chateau. Si parlava vagamente di un
fuggitivo che aveva ingaggiato un conflitto a fuoco con alcuni poliziotti della
gendarmeria del piccolo paese del sud della Francia.
Dopo qualche giorno fui convocato dalla locale Questura per rispondere delle
imputazioni mossemi di fuga illegale e non autorizzata dall’albergo di Rennes Le
Chateau. Il Ministro degli Esteri francese, mi disse il Commissario, aveva
presentato una dura protesta all’omologo italiano ed esigeva notizie dettagliate
in merito allo scopo vero della mia missione. Io logicamente tacqui il
particolare dei documenti segreti consegnatimi da Lauret e fatti recapitare al
dottor Vilagio e mi difesi dicendo che non avevo commesso alcunché di male, mi
ero allontanato dall’albergo perché avevo sentito un bisogno insopprimibile di
abbracciare i miei familiari e pertanto avevo deciso di abbreviare il soggiorno
per soddisfarlo immediatamente seppure in una maniera cosi sciocca e poco
ortodossa.
Ad ogni modo, l’articolo che avevo preparato fu pubblicato nei tempi e con le
modalità concordate e seppure siglato con uno pseudonimo scatenò contro
l’estensore sottoscritto (del quale si chiedeva l’immediata individuazione) una
diatriba furiosa che si trascinò per almeno una ventina di giorni, finché
qualcuno non decise che era giunto il momento propizio di presentare il conto al
Giornale presso cui era stato stampato. Il Giornale in sostanza venne chiuso e
l’editore arrestato. Questi rivelò a quanto pare il nome di Vilagio quale
mallevadore occulto della pubblicazione ed anch’egli venne fermato e
verosimilmente sottoposto a tortura, poiché, nel giro di pochi giorni, ricevetti
la visita di due agenti del Commissariato che mi condussero senza spiegazioni in
una specie di carcere segreto. Lì fui sottoposto ad interrogatori snervanti che
si trascinavano a volte fino a notte inoltrata, e siccome usarono le maniere
forti alla fine fu giocoforza piegarmi alla loro volontà raccontando la Verità,
dopodiché, seppure a malincuore, mi lasciarono andare dietro comunque promessa
scritta e giuridicamente vincolante di non pubblicare più alcunché vita natural
durante.
Quando uscii da quella specie di gattabuia, venni a sapere del rapimento di mia
figlia. Fu una |