



Ritorno a
Baucina
Proveniente
dal rinomato Centro di Recupero “Albert Einstein” nel
quale era dovuto rimanere per qualche tempo e dal quale
proprio quel giorno era stato dimesso perché giudicato
del tutto guarito da una gravissima ma tuttora
controversa forma di allucinazione mista ad amnesia
spazio-temporale, Vincenzo Poma, il nostro fantastico
protagonista, chiese gentilmente all’autista dell’AST di
farlo scendere molto prima della fermata programmata. Il
conducente dell’autobus, un tipo tarchiato con folti
baffi, acconsentì non senza esprimere qualche mugugno a
bassa voce.
Era un pomeriggio soleggiato di Giugno e la via Palermo,
all’inizio della quale gli era stato concesso di
scendere, sembrò a Vincenzo Poma un deserto in piena
re-gola, causa forse l’anticipata e imprevista canicola
estiva.
Ovviamente, il primo pensiero che gli passò per la
mente, dopo le strabilianti e mirabolanti avventure
reali o immaginarie che fossero (ciò è ancora ben lungi
dal ricevere una conferma inequivocabile), fu quello di
recarsi immediatamente a casa, nella via XXIV Maggio
numero 93, per riabbracciare la cara moglie, Caterina
Scimeca, e i due bellissimi bambini, Lorenzo e
Raffaella, ancora in tenera età.
Ma mentre stancamente procedeva lungo la predetta strada
inoltrandosi sempre più all’interno del piccolo abitato
di Baucina (un paesino sperduto dell’interno palermitano
collocato più o meno a cinquecento metri sul livello del
mare) gli sovvenne che forse sarebbe stato opportuno
rimandare seppure di poco il tanto desiderato abbraccio
con i familiari, dal momento che gli parve fosse quasi
obbligatorio cercare un primo abboccamento
chiarificatore con i suoi concittadini acquisiti
(Vincenzo Poma non era infatti nativo di Baucina, bensì
di Castellammare del Golfo), con i quali il cieco
destino si era divertito a metterlo in rapporto (tramite
la moglie che era del posto) e verso cui aveva senza
dubbio notevoli responsabilità morali, sociali e
culturali.
Spinto da questi e consimili pensieri, decise pertanto
di mettere piede all’interno del Bar del Commercio,
situato all’incrocio tra la via Palermo e la via Cavour,
con a fianco, dall’altra parte sinistra della strada,
una grande piazza dedicata ad un celebre condottiero del
passato, Giuseppe Garibaldi.
Non appena fu dentro il locale, tutti gli sguardi dei
presenti si puntarono verso di lui. Vincenzo Poma, che
pure aveva non più di trentasette anni e mostrava un
aspetto ancora piacente e vagamente giovanile, non era
però lo stesso che tutti a Baucina conoscevano o
s’illudevano di conoscere: era come invecchiato di vent’anni
e difatti rughe profondissime solcavano da parte a parte
il suo volto ormai irrigidito dalle tremende esperienze
della vita, tant’è che la decina circa di avventori che
si trovavano casualmente nel Bar fecero non poca fatica
a riconoscerlo. Quando infine ci riuscirono (anche
perché la sua storia fantascientifica era stata di molto
gonfiata dai quotidiani e da svariate riviste
scandalistiche), nel locale calò come una cappa di
silenzio panico di tomba e poco dopo, senza neppure
osare di rivolgergli la parola, ad uno ad uno i presenti
uscirono a testa bassa dal Bar.
Vincenzo Poma non fece gran caso ad un simile
comportamento peraltro umanamente scusabile e dopo aver
preso posto in un piccolo tavolo rotondo ricoperto di
una tovaglia bianca ordinò al barista (un signore di
media altezza con occhiali sulla sessantina) un caffè
caldo ed un biscotto preconfezionato farcito di
marmellata.
Mentre era impegnato ad ingollare lentamente quanto
appena richiesto ed ottenuto, sotto lo sguardo
corrucciato del barista, dopo appena due minuti, quando
ormai aveva quasi terminato di consumare la sua frugale
merenda, l’entrata esterna del locale cominciò a poco a
poco a popolarsi di decine e decine di curiosi, tanto
che alla fine il proprietario del Bar, prevedendo chissà
quali disturbi al suo lavoro ma subito garbatamente
rabbonito dal nostro attore principale che gli palesò le
sue innocenti intenzioni narrative, permise soltanto che
un numero ristretto di persone (le più sensibili e
interessate alla vicenda straordinaria di Vincenzo Poma)
entrassero nel locale. Subito dopo, in ciò consigliato
dal nostro personaggio, il barista abbassò nervosamente
la saracinesca ed accese la luce blanda di un piccolo
lampadario. I sette uomini prescelti avvicinarono a
questo punto le loro sedie al tavolo del protagonista e
lo invogliarono un pò timidamente a raccontare la sua
versione dei fatti. Vincenzo Poma non se lo fece
ripetere due volte e guardando fissamente negli occhi
dei suoi occasionali interlocutori incominciò in tono
calmo e solenne:
«Signori di Baucina, come ritengo sappiate dai
quotidiani e dalle labbra pettegole e poco veritiere dei
nostri o meglio vostri concittadini (come sapete, sono
infatti originario di un altro paese), or non so più
quanto tempo fa (da quel che vedo penso comunque si
tratti solo di qualche mese), per cause misteriosissime
che ancora oggi esulano totalmente dalla mia capacità di
comprensione, mi sono dovuto mio malgrado assentare da
questo paesino e dalla mia amata famiglia che se Dio
vuole rivedrò tra qualche ora, non prima però di
rendervi edotti di quanto credo di aver visto con questi
stessi occhi con i quali vi sto osservando. So per certo
che per voi sarà quanto mai difficile dar credito alla
verità di quanto mi accingo a narrarvi, in realtà lo è
centomila volte di più per il sottoscritto che, ripeto,
non è ancora minimamente convinto se quel che gli è
capitato rientri o meno nella casistica delle
allucinazioni più sfrenate. Ad ogni modo, per il vostro
come per il mio bene, mi sembra quanto mai auspicabile
che mi prestiate la massima attenzione; del resto, vere
o false che siano le vicende avventurose che tra poco
ascolterete dalla mia viva voce, resta comunque il fatto
incontestabile che si tratta pur sempre di una storia
capace di far riflettere seriamente l’uomo sul senso più
profondo della sua esistenza, una riflessione che negli
ultimi tempi la società sempre più meccanizzata e
robotizzata (anche mentalmente) ha vigliaccamente
dimostrato di volere ad ogni costo ripudiare. Lo ripeto
per l’ennesima volta, sono il primo a dubitare degli
avvenimenti sconcertanti e paurosi nei quali sono stato
calato mio malgrado, ma tale dubbio, per quanto fondato
su certe teorie che hanno a che fare con i fenomeni
paranormali della psiche, non può e non deve affatto
impedirmi di raccontare fino in fondo ciò che allo stato
rimane appunto discutibile e incerto, un dilemma che
come si può evincere da quanto precede non sembra
parimenti in grado di precludere l’altra variante
mostruosa, che cioè la mia esperienza sia quanto mai
reale e degna della massima attendibilità. Peraltro, il
fatto tangibile e documentato della mia per fortuna non
lunga degenza all’interno dell’Istituto Centrale di
Recupero “Albert Einstein” testimonia quanto meno di un
delirio parossistico addebitabile di sicuro a cause le
più oscure e indecifrabili, uno stato patologico che
solo a malapena, ritengo, sono riuscito a superare, in
ciò per la verità aiutato da eminenti specialisti che le
hanno tentate tutte pur di ricondurmi alla luce del
sole, seppure purtroppo a loro parziale demerito bisogna
rammentare che le scene del mio presunto viaggio nelle
plaghe remotissime e sterminate dell’universo (con
infine l’atterraggio e la conoscenza diretta di una
civiltà vivente su di un altro pianeta) sembrano essere
rimaste talmente indelebili nella mia memoria da
risultare refrattarie ad ogni forma di eradicazione, in
una maniera comunque non mentalmente dannosa e lontana
da qualsiasi ossessione, tant’è che riesco ormai
facilmente a padroneggiarle e a svuotarle fin dove è
possibile della loro carica dirompente e devastatrice di
ogni sentimento di pace e di felicità.
Se ciò che sto per riferirvi fosse comunque
scientificamente provato e dimostrato (ed io mi guardo
bene dall’auspicare una simile terrificante
eventualità), l’uomo moderno, purtroppo, dovrebbe molto
presto prepararsi ad accettare una concezione
dell’universo e del proprio insignificante ruolo nel
vortice infernale dello Spazio-Tempo la cui sola
menzione porterebbe l’umanità sul baratro di una
disperazione collettiva, costringendola ad azzerare in
una sola volta tutta la sua storia improntata ad una
ignoranza madornale del significato vero della propria
esistenza su questo pietoso puntolino galleggiante nel
cosmo che tutti noi, con termine non appropriato,
chiamiamo “Terra”.
Carissimi baucinesi, so di stancarvi molto con questi
concetti forse per voi un pò troppo astrusi, ma debbo
purtroppo aggiungere a quanto detto un’altra breve e
penetrante riflessione sull’essere umano, una
riflessione che nel contesto generale della storia verso
la quale ci stiamo avviando assume un’importanza
capitale e di conseguenza imprescindibile.
Vedete, c’è davvero qualcosa di demoniaco in certi
individui cosiddetti “uomini”, l’invidia, l’odio, la
maldicenza e la superbia sataniche che sanno far
sgorgare dal loro cuore di pietra appaiono a volte così
intense e fuori da ogni limite stabilito dalla decenza e
da una sana e corretta convivenza civile che spesse
volte mi sono soffermato a riflettere quasi con le
lacrime agli occhi sul come e perché tutto ciò possa
ancora succedere alle soglie ormai del terzo millennio,
in un’epoca nella quale la ricerca cosmologica e
spaziale, che si avvale già di modernissimi telescopi
orbitali e di potentissimi radiotelescopi multipli, ci
ha mostrato in maniera quanto mai inequivocabile la
nostra estrema nullità al cospetto della spaventosa e
terrificante vastità dell’universo infinito, nel quale
noi uomini non rappresentiamo null’altro che uno
squallido granellino di polvere vagante, per giunta
soggetto ad una morte sicura e annichilente. Per
rendervi conto veramente di cosa vogliano significare
queste mie apparentemente banali affermazioni, provate
voi stessi a recarvi di notte in un luogo isolato di
campagna e lì giunti aguzzate al massimo lo sguardo dei
vostri occhi e della vostra mente in direzione del cielo
scuro costellato di stelle e galassie lontanissime
milioni e centinaia di milioni di miliardi di
chilometri: immediatamente, ne sono convinto, sareste
pervasi da una paura agghiacciante e un nugolo di
angoscianti interrogativi comincerebbe a trafiggervi il
cervello: chi siamo?; da dove veniamo?; che ci stiamo a
fare in questo sperduto planetucolo sospeso nel vuoto?;
cosa rappresentano davvero questi punti luminosi?;
esistono altri mondi abitati?; cosa siamo noi poveri
uomini di fronte a questa dissacrante e umiliante
immensità?
Signori, a quest’ultima domanda rispondo io per voi: non
siamo niente, meno che niente, vermi e parassiti
striscianti per una frazione brevissima di tempo sul
corpo celeste della “Terra”, entità miserabili che solo
per pietà classificherò per un fuggevole momento tra gli
“esseri pensanti”. Bisogna infatti che si provi pietà
per quanti in questo globo terraqueo pavoneggiano la
loro spregevole vacuità ambulante, tronfi fino al
midollo della loro obbrobriosa ignoranza e quindi
schiavi di avvilenti e ignobili comportamenti più o meno
coscienti improntati all’egoismo più abietto e di
conseguenza succubi della superbia, dell’invidia,
dell’ipocrisia, della maldicenza e infine di vuoti e
sconclusionati tradizionalismi folcloristici e di falsa
quando non addirittura sconsacrante religiosità
masochistica. Tutti questi individui che si atteggiano a
tali aberranti comportamenti non sono altro insomma che
creature di una pochezza davvero degna della massima
commiserazione, poiché costituzionalmente
impossibilitati a riflettere che la loro vita, così come
l’hanno malamente impostata, non vale proprio un fico
secco, ragion per cui ritengo in conseguenza che per
questo tipo di individui sarebbe molto meglio suicidarsi
piuttosto che continuare a vivere con questi paraocchi e
con questa cecità incurabile.
Ma lasciamo stare adesso queste considerazioni in ogni
caso ineludibili, è giunto infatti il momento di
accedere al nocciolo duro del racconto per il quale mi
trovo qui in questo locale.»
Viaggio nell’Universo
Il tutto, se non erro, ebbe inizio durante un insolito
tramonto dominato da un cielo stranamente ed estesamente
rosato intorno alla posizione ottica del Sole e con il
resto della volta celeste nitida come non mai e senza
neppure l’ombra di una nuvola. Erano all’incirca le sei
di pomeriggio del 12 Febbraio del 1998 ed io mi trovavo
casualmente al secondo piano ad ammirare l’etere in
tutte le direzioni. All’improvviso, mentre fissavo
casualmente il mio sguardo al di sopra del picco più
alto della cosiddetta “Rocca Busambra”, una montagna a
forma di triangolo situata a circa sei chilometri in
linea d’aria da Baucina, la mia attenzione fu attratta
da una fine nebbiolina oblunga che pareva compiere
alcune insolite giravolte sul proprio baricentro, se di
baricentro si può parlare a proposito di un qualcosa
all’apparenza quanto mai aleatorio ed evanescente. Come
potrebbe accadere soltanto nei sogni (ma io ero sveglio
come non mai), a un certo punto quella specie di
apparizione celeste bloccò il suo incomprensibile
movimento rotatorio sopra il predetto picco, assunse
quindi una posizione diciamo orizzontale e cominciò a
spostarsi lentamente, molto lentamente, in direzione
sud-est.
Immediatamente, per avere conferma che la mia visione
non fosse il frutto di un miraggio passeggero,
interpellai anche mia moglie intenta in quel momento nei
lavori di cucina e le chiesi concitatamente se fosse in
grado di scorgere nel cielo quanto in esso a mio parere
veniva verificandosi: mia moglie fu molto categorica e
asserì che la presenza della misteriosa “sagoma” volante
era quanto mai reale e ineccepibile. Anche alcuni vicini
di casa che fortunatamente si trovavano sui balconi
prospicienti il mio, richiesti di una loro opinione in
proposito, convalidarono senza tentennamenti
l’inconsueto fenomeno, ragion per cui aguzzai ancor più
lo sguardo e per almeno una ventina di minuti potei
seguire come in un film di fantascienza il movimento
lumacoso della fantasmagorica “sostanza” aerea, finché
non la persi di vista quando questa oltrepassò
visualmente il muro della mia abitazione che
sfortunatamente chiudeva la vista della parte del cielo
verso la quale l’oggetto sembrava indirizzare il suo
moto.
Colpito oltre ogni dire da quella manifestazione del
tutto inattesa che in potenza appariva capace di
schiudermi importanti verità sino ad allora solo
congetturate in ordine ai tremendi enigmi degli
avvistamenti celesti non identificati, dissi pertanto a
mia moglie che avevo la ferma intenzione di seguire da
vicino l’evolversi della situazione e che pertanto mi
sarei tra poco allontanato con la mia vecchia Renault
Super-cinque verde scuro per poi far ritorno il prima
possibile, il tempo in sostanza necessario per una
valutazione particolareggiata del caso che spazzasse
dalla mia mente ogni dubbio in proposito. Mia moglie mi
sconsigliò vivamente dall’attuare quanto ormai avevo
deciso di compiere, espresse una certa preoccupazione
sull’imponderabilità della vicenda ribadendola con
l’ammonimento che in essa potevano annidarsi persino
rischi indefinibili per la mia stessa incolumità fisica,
ma io fui testardo come mai mi era capitato nei rapporti
con la mia amatissima consorte, scesi di corsa le scale,
accesi il motore della Renault e partii a spron battuto
in direzione della statale Palermo-Agrigento, seguendo
la quale, pensai, sarebbe stato più agevole
l’identificazione della rotta e della consistenza reale
dell’oggetto sconosciuto. In effetti la mia ipotesi
trovò subito positivo riscontro: non appena infatti
sfociai nella Superveloce la sagoma dell’inquietante
“volatile” mi si stagliò subito chiara alla vista, più o
meno a duemila metri d’altezza e da quel che supposi
approssimativamente a circa tre chilometri dalla sua
verticale aria-terra. Siccome mi parve che
l’incomparabile mezzo volante accelerasse a poco a poco
la sua velocità (quasi che eventuali piloti al suo
interno si fossero accorti della mia intrusione), a mia
volta mi adeguai aumentando progressivamente la mia,
ormai pienamente convinto che fosse mio dovere
inalienabile venire a tutti i costi a capo dei
significati e delle allettanti implicazioni scientifiche
e filosofiche di quella presenza conturbante; ma più
cresceva la mia e la sua velocità e più sembrava che
quella sorta di astronave anomala mi precedesse sempre
di alcuni cospicui chilometri, constatazione per la
quale tanto mi accanii in quell’inseguimento da un certo
punto di vista anche insensato che alla fine, senza
neppure accorgermene, fui colto dall’oscurità più
completa.
Ovviamente, un timor panico molto accentuato s’impadronì
a quel punto del mio animo e mentalmente mi rimproverai
di essermi andato consapevolmente ad impigliare in
quella faccenda carica e foriera di pericoli alquanto
minacciosi, specie allorché mi accertai con un tuffo al
cuore che la Statale 189 sulla quale transitavo adesso
molto più lentamente di prima in prossimità dello
svincolo per Lercara Friddi (un paese di circa
sette-ottomila abitanti situato a poche miglia dalla
provincia agrigentina e a ben quaranta chilometri da
Baucina), sempre con gli occhi spiritati fissi al cielo
nel quale la “cosa” era diventata adesso persino più
luminosa delle più luminose e potenti lampade a
incandescenza in dotazione ai più moderni fari
marittimi, allorché dunque constatai che lo stradale
sembrava essere stato all’improvviso privato di ogni
altra seppure minima luminescenza e di qualsiasi
caratteristica umana e terrestre. La vicenda si andava
tingendo sempre più di un lugubre significato
sovrannaturale, quasi fosse in azione a mia totale
insaputa e contro ogni mia speranza di farla franca una
Potenza dalle prerogative quanto mai oscure che stesse
oculatamente adoperandosi per spingermi all’interno di
una trappola ben congegnata.
Per circa mezz’ora, confuso e impaurito in ogni minima
porzione di me stesso (tempo nel quale mi parve che
l’oggetto della malora si abbassasse flemmaticamente di
proposito sulla mia verticale), restai praticamente col
fiato sospeso e col cuore in gola che batteva ad un
ritmo incredibilmente tambureggiante, nell’attesa vana e
fanciullesca che qualche improbabile autovettura si
avvicinasse dalle mie parti: avevo in animo infatti di
chiedere aiuto e soccorso, stante il fatto che un
dietrofront e una fuga precipitosa in quell’oscurità di
pece a quaranta chilometri di distanza dalla mia
abitazione qui a Baucina sarebbero equivalsi ad una resa
incondizionata nelle mani degli eventuali occupanti il
velivolo maledetto, poiché un comportamento pavido del
genere avrebbe palesato loro il mio scarso coraggio e
quindi la mia incapacità di reazione nel caso avessero
voluto mettermi le mani addosso.
Ma fu un’attesa del tutto improduttiva, oltre a me e
alla losca macchina spaziale pareva non esistesse più
nulla in natura, il buio compatto e impenetrabile
spandeva il suo velo funereo in ogni direzione e persino
le stelle a poco a poco si spensero ad una ad una, una
circostanza, quest’ultima, che non aveva davvero
precedenti neppure nelle mie visioni oniriche notturne e
che poteva spiegarsi solo alla luce di qualche
ineguagliabile avveniristica diavoleria supertecnologica
in dotazione al mezzo volante. Ad ogni buon conto, con
la mente a mia moglie e ai miei bambini a cui pensavo
ormai come a persone del tutto irraggiungibili, volli
provare lo stesso a scappare, feci sgommare
fragorosamente le ruote rischiando quasi di rompere lo
sterzo per il nervosismo incontrollato e cambiando senso
di marcia accelerai a tutto gas verso Baucina. A dire il
vero, la fuga, per un lungo tratto della S.S. 189 -121,
sembrò poter sortire un certo successo, in effetti
l’arcana presenza sembrava essersi dileguata nel nulla
ed io quindi mi rallegrai prematuramente di essermi
defilato da un incontro di sicuro poco gradevole. Ma
quando ormai mancavano pochissimi chilometri al
sospirato svincolo di Baucina, la mia macchina, per la
prima volta da quando l’avevo comprata, mi tradì
improvvisamente e si spense senza alcun motivo meccanico
ipotizzabile in vicinanza dello svincolo per Villafrati,
un piccolo agglomerato di case popolato da circa tremila
anime in cui mi recavo spesso per evadere dai confini
opprimenti del nostro piccolo borgo di campagna. Fu
allora che mi si parò dinanzi lo spettacolo più
spaventoso cui avessi mai assistito: uscito fuori
dall’abitacolo della mia autovettura, notai infatti con
gli occhi sbarrati dal terrore che a pochissimi metri
d\\\'altezza sulla mia Renault sostava fermo e
apparentemente silenzioso nell’aria una sorta di
gigantesco doppio cono lattescente, dalla cui estremità
inferiore fuoriusciva un getto fine e perfettamente
lineare di colore azzurrognolo, suppongo il risultato di
una qualche forma di propulsione tecnologicamente
inarrivabile. Nella parte centrale dell’astronave
extraterrestre (perché proprio di un veicolo del genere
si trattava), dove le basi dei coni combaciavano, vi
erano una ventina di placche di un materiale ovviamente
al buio indistinguibile da cui però si dipartivano in
ogni direzione fasci mobili di luce multicolore.
Inoltre, il velivolo cosmico presentava nella parte
mediana inferiore e superiore una serie imprecisabile di
grandi oblò circolari e fu proprio attraverso uno di
essi che ebbi la netta impressione di stare inquadrando
il volto o la sagoma di qualcosa o di qualcuno che mi
parve stesse scientemente concentrando su di me un
flusso visivo quanto mai lontano da qualsiasi normalità
e in grado difatti di bloccare inopinatamente persino le
mie facoltà di reazione mentale e motoria. In pratica,
signori, ero stato trasformato come in una statua di
ghiaccio.
Il seguito accadde in pochi attimi e prima di poter
comprendere quanto mi stava realmente succedendo mi
ritrovai in un baleno all’interno di una cameretta
metallica linda e pulita su di un lettino quasi da
ospedale, tenuto fermo su di esso con delle cinghie di
un materiale molto simile al cuoio, una sul collo, due
ai polsi, una alla vita e due, infine, alle caviglie. In
breve, signori di Baucina, ero stato letteralmente
inchiodato al lettino quasi senza alcuna possibilità di
movimento, potevo spostare leggermente solo la testa dal
momento che la cinghia sul collo era l’unica a non
essere stata serrata sulla pelle, particolare, questo,
di cui approfittai subito per il fatto che nella parete
di destra (a toccare la quale il letto era collocato),
situato un pò sopra l’altezza di un cuscino in cui la
mia testa quasi affondava, vi era infatti un grande oblò
di circa mezzo metro di diametro, al di là del quale
osservai annichilito il cielo scuro di tenebra assoluta.
Dall’incalcolabile spinta ascensionale che sperimentai
subito dopo sul mio corpo pervaso improvvisamente da una
serie infinita di brividi, compresi in uno stato di
massima confusione mentale di essere stato trasportato
all’interno dell’enigmatico velivolo cui avevo dato
imprudentemente e temerariamente la caccia, velivolo che
logicamente stava decollando ad una velocità
semplicemente mostruosa, tant’è che quando mossi di lato
la testa per la seconda volta avvicinandola al solito
oblò vidi enormemente atterrito che la Terra sulla quale
ero nato diveniva sempre più piccola, finché nel giro di
pochissimi attimi scomparve completamente nel buio
opprimente dello spazio circostante.
Un nugolo di insopportabili angoscianti interrogativi
prese a quel punto a martellare la mia sostanza
cerebrale già violentata dai quei primi prodromi che non
promettevano nulla di buono: perché ero stato catturato
e condotto contro la mia volontà all’interno
dell’astronave?; chi la comandava?; cosa intendevano
ricavare, dal mio delittuoso rapimento?; dove mi
avrebbero condotto?; che ne sarebbe stato di me e della
mia povera famiglia abbandonata laggiù sulla Terra forse
per sempre?
Ma l’astronave, o meglio i suoi misteriosi occupanti,
apparentemente incapaci di qualsivoglia sentimento di
partecipazione al mio terribile dramma, sembravano ancor
più voler accelerare la sua per la verità già folle
velocità, seppure tale sfrecciare furioso e sibilante
nello spazio siderale fosse assai poco percettibile
dall’interno della piccola camera in cui ero stato
inspiegabilmente rinchiuso e attaccato. Ma la decina
circa di pianeti e satelliti del nostro sistema solare e
diversi grossi asteroidi e luminose comete nei cui spazi
vuoti delle loro traiettorie orbitali il veicolo
extraterrestre s’inoltrava con grande perizia e
precisione di volo e che ci lasciavamo dietro in un
batter d’occhio erano lì a testimoniare che non stavo
affatto sognando e che quella corsa forsennata nel vuoto
inesplorato era quanto di più reale ci si possa
attendere in uno stato di massima veglia consapevole.
Mentre sempre più scombussolato e abbattuto riflettevo
sull’inconcepibile truce destino cui volente o nolente
andavo incontro, all’improvviso nella cameretta spaziale
furono spente le luci, l’oblò venne oscurato
inspiegabilmente come da una pellicola invisibile e di
fronte a me, come in un cinema, si accesero le immagini
vere di quanto avveniva fuori nel cosmo: in sostanza,
una specie di documentario alla Piero Angela.
Si trattava di immagini mirabolanti ma per certi aspetti
anche molto ma molto rabbrividenti, stelle e agglomerati
galattici in quantità insospettabile pullulavano in ogni
minima porzione di spazio visibile; non si trattava
comunque di oggetti per così dire inerti, quegli astri
sembravano infatti possedere come un’energia spasmodica,
aumentavano e diminuivano la loro luminosità come
pulsassero di vita propria e si allontanavano o peggio
ancora si avvicinavano l’un l’altro fin quasi a
collidere e difatti a questo proposito due stelle a un
certo punto entrarono pericolosamente nel rispettivo
campo di attrazione gravitazionale, girarono
vicendevolmente e vorticosamente per qualche tempo su
delle orbite sempre più corte e quindi all’improvviso
ebbi modo di osservare con mio enorme incommensurabile
spavento un evento che fortunatamente non è frequente
nel contesto dinamico della nostra Galassia; in pratica
fui spettatore involontario di un impatto astrale
cataclismico sproporzionato alla più fervida capacità
umana di congetturazione in materia. Lo scontro titanico
si consumò in una zona galattica opposta e lontanissima
dalla Terra quantomeno un’ottantina di migliaia di
anni-luce, per la precisione tra due stelle di
dimensioni supersolari, un urto terrificante che fece
scaturire nella neritudine cosmica eccezionali bagliori
accecanti e lingue di fuoco di lunghezza inimmaginabile
che arrivarono a lambire persino lo scafo della nostra
casa spaziale, il tutto ovviamente accompagnato da
fragorosi e assordanti boati da tregenda che
fortunatamente per il mio udito dall’interno del mio
abitacolo vagante percepivo alquanto attutiti: insomma
uno schianto spettacoloso di così mastodontica potenza
dimostrativa che al paragone tutte le più catastrofiche
sventure terrene (epidemie, guerre, terremoti, uragani,
alluvioni e così via di seguito) appaiono al mio
intelletto simili a dei giochetti puerili e innocenti di
una natura ancora neonata.
Prima che le immagini dal vivo cambiassero campo visivo,
per un momento mi parve (grazie ad un ravvicinamento
istantaneo delle stesse ad opera evidentemente delle
avveniristiche magiche supertecnologie ottiche di cui
disponeva l’astronave) di scorgere la fine tremenda di
alcuni sparuti pianeti orbitanti attorno alle due stelle
frantumatesi una sull’altra: da quel poco che riuscii ad
osservare (data l’enorme lontananza dell’evento seppure
accorciata dalle suindicate supertecnologie ottiche)
dedussi che almeno quattro corpi celesti planetari erano
stati semplicemente vaporizzati dall’incalcolabile
calore sprigionatosi dall’urto sconquassante, un destino
atroce che secondo un’opinione diffusa tra gli
scienziati di casa nostra penderebbe anche sulla nostra
cara Terra, allorquando il Sole, terminato il suo ciclo
vitale di irraggiamento apparentemente infinito,
imploderà in se stesso e quindi esploderà violentemente
nello spazio, coinvolgendo in questo modo in maniera
esiziale il nostro globo e causandone la fine
inappellabile e definitiva per semplice evaporazione. In
due parole, la Terra, secondo questa teoria scientifica
che comunque colloca tale eventualità in un tempo futuro
molto remoto dell’ordine di alcune decine di milioni di
secoli a venire, la Terra, dunque, verrà il momento che
sarà per sempre cancellata dalla faccia dello Spazio,
senza lasciare proprio alcuna traccia della sua
esistenza, un destino certo assai deprimente specie per
coloro che in questo mondo vorrebbero mettere per sempre
le radici, sconoscendo del tutto che noi sventurati
uomini siamo qui solo di passaggio e per una frazione
infinitesimale di tempo.
Vi erano creature intelligenti, su quei pianeti andati
tremendamente in fumo? Questo obiettivamente non posso
dirlo, ma se disgraziatamente la risposta fosse
affermativa allora si dovrebbe purtroppo concludere che
le decine e centinaia di migliaia di morti provocati
dallo scoppio in Giappone delle prime due bombe atomiche
americane siano stati ben poca cosa se ipoteticamente
raffrontate a quanto avrebbe potuto causare quell’impatto
devastante: la fine cioè non di un paese, di una città,
di un popolo, di una nazione, di un continente, bensì di
decine e decine di intere civiltà, in pochissimi attimi.
Mentre ero immerso in questi tristissimi pensieri e come
ad avvalorare la tesi che si andava insinuando sempre di
più nel mio cervello, che cioè l’Universo non è poi
affatto quell’isola di pace silenziosa cui noi uomini
siamo abituati a dar credito, a un tratto dovetti
assistere ad un altro imprevisto, questa volta molto più
diretto e insidioso: un’altra astronave (presumibilmente
proveniente da qualche altro pianeta abitato della Via
Lattea) che forse da qualche tempo ci aveva avvistati e
inseguiti, cominciò senza tanti complimenti a scaricare
contro di noi una valanga di colpi che ci fecero vibrare
sensibilmente. Il nostro vascello spaziale cercò in ogni
maniera di evitare la disintegrazione e pertanto aumentò
ancor più la sua per la verità già illimitata velocità,
cambiando rapidamente e continuamente l’assetto di volo,
con brutali cabrate e picchiate che mi fecero venire il
voltastomaco. L’altra astronave, comunque, riusciva a
starci dietro con relativa facilità, aggiustando sempre
più pericolosamente la mira delle sue possenti raffiche,
finché si parò dinanzi ai miei occhi una specie di
grande nuvola grigiastra che ruotava vorticosamente con
al centro una piccola fessura molto rassomigliante
all’occhio di un ciclone, all’interno della quale
piombammo improvvisamente perdendo subito dopo di vista
il minaccioso segugio spaziale. Qui le immagini si
fecero via via sempre più scure e disturbate e infine si
spensero del tutto.
Quando infine il cosmo sullo schermo riprese la sua
consueta nitidezza, il mio sguardo fu colpito da uno
spettacolo che m’indusse in uno stato di indicibile
scoramento: eravamo in sostanza del tutto fuoriusciti
dalla nostra Galassia che pure misura in lunghezza
almeno centomila anni-luce (sullo schermo comunque la
vidi simile ad un luccichio evanescente nella tenebra
universale, nonostante si sappia costituita di almeno
duecento miliardi di stelle di varia grandezza e
luminosità) e incontro a noi si profilava già abbastanza
delineata nei contorni una seconda grandiosa isola
spaziale, la famosa Galassia di Andromeda, collocata in
una zona del firmamento valutabile secondo calcoli
astronomici attendibili in almeno due milioni di anni
luce di distanza dal nostro globo terrestre, qualcosa
come centinaia e centinaia di milioni di bilioni di
miliardi di chilometri, una lontananza che difficilmente
la nostra mente potrebbe comprendere nelle sue
sconcertanti implicazioni scientifiche e filosofiche.
Arrivati in prossimità della nuova galassia che insieme
alla nostra Via Lattea fa parte del cosiddetto “Ammasso
Locale” (nel quale sono da annoverare altri Sistemi
stellari autonomi come la Piccola e Grande Nube di
Magellano, il Sistema del Leone primo e secondo, quello
del Dragone e del Fornello Chimico ed altri che per il
momento non ricordo), l’astronave o per meglio dire i
suoi piloti si concessero a questo punto
incomprensibilmente un’escursione esplorativa
all’interno dell’agglomerato galattico di Andromeda,
rallentando pertanto la marcia spaziale quando ci
trovammo in vicinanza di un minuscolo corpo planetario
(piccolo più o meno quanto Mercurio) che girava attorno
ad una stella di medie dimensioni di colore arancione
seguendo un’orbita astronomicamente inusuale e quanto
mai anomala, quasi paragonabile a quella del satellite
marziano che porta il nome di Phobos, sulla cui orbita
stranissima esistono difatti incredibili dicerie
scientifiche, una delle quali, la più fantasiosa ma non
per questo da scartare a priori, sostiene trattarsi
addirittura di un copro celeste artificiale, costruito
da probabili civiltà intelligenti che si starebbero
sviluppando dentro il nostro stesso Sistema Solare.
L’astronave circumnavigò il planetucolo da polo a polo
per una quindicina di volte ad una distanza
ragguardevole (all’incirca cinquantamila metri
d’altezza) e quindi abbassò di volta in volta con
circospezione la sua quota di volo quasi nel timore di
impelagarsi nelle sabbiemobili di qualche insidiosa
trappola, andandosi infine a bloccare nell’aria ad
appena trecento metri approssimativi dal suolo brullo e
bruciacchiato cosparso qua e là di qualche rara e
sconosciuta forma di vegetazione dai colori
inauditamente sgargianti, una manovra inattesa (anche se
già collaudata al momento del mio rapimento in
prossimità di Villafrati) che mi permise di scorgere
sulla superficie alcune specie viventi ancora in uno
stadio evolutivo vergognosamente animalesco.
Si trattava di una sorta di grossi serpi dalla mandibola
spropositata, dall’epidermide ispida e squamosa e dalla
corporatura complessiva assai rimarchevole per lunghezza
e altezza (mentalmente li paragonai subito ai famosi
dinosauri dell’epoca preumana) e di un genere alquanto
schifoso e nauseante di ciclopici ragni neri come la
pece, animali che proprio sotto di noi sembravano si
fossero dati appuntamento per battersi sanguinosamente
in quel momento supponevo per l’accaparramento delle
sparute presenze vegetali di cui abbiamo accennato.
I due eserciti (se mi è consentito l’uso di un termine
non poi comunque del tutto inappropriato) erano infatti
schierati in un modo tale da far ricordare la tattiche
di guerra in voga durante l’epoca greco-romana antica.
Quando, non so da chi né come, fu dato l’ordine
dell’inizio delle ostilità, in un baleno i due folti
gruppi allineati e coperti secondo una propria strategia
guerresca si slanciarono tumultuosamente contro i
rispettivi reparti nemici urlando grida vagamente umane
come quelle che solitamente si odono negli stadi di
calcio, con una foga e con una ferocia effettivamente
del tutto sproporzionate all’istintualità inconsapevole
che si sprigiona normalmente in una competizione
animalesca per la sopravvivenza (il dubbio atroce che si
potesse trattare di entità semiumane fece capolino per
un breve istante nel mio cervello), sbranandosi
praticamente a vicenda e inondando il suolo del copioso
sangue delle loro immonde carcasse martoriate da morsi
orribili e letteralmente squartate e mutilate (la
tonalità di quel sangue era di un giallo puro mai visto
in vita mia), una panoramica da film dell’orrore che
sembrava parimenti presa a prestito dagli sconcertanti e
poco educativi documentari naturalistici nei quali si
vedono infatti leonesse inferocite che affondano le loro
zanne nelle carni molli delle antilopi e iene dal grugno
lordato del sangue delle loro prede preferite,
ovviamente le più deboli e indifese; documentari che in
verità per la loro vistosa macabra qualità ho sempre
sinceramente sconsigliato ai miei familiari, in quanto
mettono i nostri occhi e la nostra mente dinanzi a scene
di una sanguinosità totalmente gratuita, insensata e
tutt’altro che edificante.
Che razza di pianeta era, quello? E perché, mi chiedevo
ansioso, l’astronave pareva quasi di proposito sostare
divertita in quei paraggi così poco raccomandabili?
C’era forse di mezzo qualche recondito motivo per un
simile apparentemente inqualificabile atteggiamento dei
piloti certamente stigmatizzabile stante la loro
presunta evoluzione tecnologica e intellettuale?
Più ci pensavo e più non riuscivo a farmene una ragione
valida e tuttavia tale comportamento, credo, na-scondeva
alla radice (come ebbi poi a scoprire) un qualcosa, come
dire?, di ironico e di larvatamente allusivo.
Ad ogni modo, allorché il nostro velivolo calò ancor più
marcatamente sul pianeta fermandosi di nuovo ad appena
una manciata di metri d’altezza sul teatro di quella
battaglia truculentissima, mi accorsi inorridito che
alcune di quelle creature degenerate (specialmente i
colossali ragni neri che sbavavano una sostanza
grigio-verdastra ed erano forniti di imprevisti artigli
allungabili) tentavano verso di noi dei salti nel chiaro
intento di ghermirci, la qual cosa ci obbligò a togliere
il disturbo e ad allontanarci repentinamente dalla zona
infestata.
Ma non abbandonammo affatto la partita e difatti (forse
qui stava la ragione della sosta enigmatica poc’anzi
riferita) non molto lontano dal sito insanguinato appena
lasciato l’astronave bloccò di nuovo il suo movimento
aereo sopra un piccolo agglomerato di minuscole case,
agglomerato stupefacentemente e misteriosamente molto
somigliante al nostro borgo di Baucina; l’unica
differenza era che le circa trecento casette del
villaggio extraterrestre erano completamente circondate
da alte e possenti mura di protezione.
Il paesino brulicava di piccoli omiciattoli della
statura di non più di sessanta centimetri, alcune
centinaia dei quali se ne stavano appostati sulla
sommità pedonabile di quei bastioni poderosi muniti di
armi simili a balestre e da quel che vedevo quanto mai
ansiosi nell’attesa spasmodica di qualche terribile
evento incombente da loro ritenuto evidentemente letale
e pregiudizievole per la loro stessa sopravvivenza.
Ora finalmente capivo: erano lì schierati perché da un
momento all’altro si aspettavano un attacco massiccio
delle forze animalesche poc’anzi guerreggianti, una
delle quali era uscita infatti vittoriosa dalla pugna e
si apprestava a sferrare l’urto decisivo contro il
paesino alieno.
Ovviamente, come mi pare logico attendersi da un
cittadino di Baucina come me seppure oriundo di
Castellammare del Golfo in provincia di Trapani, io
tifavo anima e corpo per i pietosi e compassionevoli
omiciattoli e tuttavia la guerra, pur cruentissima e
combattuta con estremo coraggio e ammirevole abnegazione
dai difensori di quel villaggio vagamente baucinese, si
risolse dopo non più di mezz’ora con la distruzione
totale delle casette e di tutti gli abitantucoli del
misero paesotto che vennero letteralmente sbranati e
inghiottiti in maniera spietata senza che la nostra
astronave facesse proprio nulla per evitare un esito
così violento e sanguinoso.
Dopo avere assistito al suddetto orripilante scontro ed
esserci allontanati dal quel triste planetucolo
infestato da forme viventi ancora come detto in una fase
evolutiva quanto mai arretrata e degradata,
attraversammo a velocità pazzesca l’intera Galassia di
Andromeda (stracolma di stelle come la nostra e come
abbiamo visto abitata da creature certo non molto
sviluppate mentalmente, anche se era tuttavia credibile
che in essa vi fossero civiltà molto più progredite, ma
ovviamente l’astronave non poteva ritengo perdere molto
tempo nella ricerca di altri pianeti abitati dacché vi
era da portare a compimento al più presto possibile una
missione mirata al raggiungimento di un preciso
obiettivo) e quindi ci catapultammo furiosamente nello
spazio sempre più profondo, cosicché assistetti
esterrefatto al mirabile spettacolo di altre centinaia e
centinaia di Sistemi Solari di altrettante Galassie, un
panorama così grandioso e allo stesso tempo deprimente e
umiliante che non basterebbe nessuna biblioteca a
contenerne l’inesplicabile varietà e complessità
infinita.
A quella vista, non ve lo posso nascondere, scoppiai a
piangere amaramente, specie quando il mio pensiero si
arrestò al ricordo dei miei bambini e della mia amata
moglie che ritenevo appartenessero ormai ad un passato
irrevocabile. Ma poi cercai come al solito di
rincuorarmi, ripetendo mentalmente a me stesso che
dopotutto c’erano ancora buone possibilità di uscire
vivo da quella prova apparentemente esiziale, specie in
rapporto all’improbabile ma comunque supponibile senso
di pietà dei miei rapitori che in effetti non mi avevano
ancora sfiorato neppure con un dito.
Tuttavia non c’era poi da stare tanto allegri: allorché
ormai ci trovavamo sull’orlo estremo dell’ultima
Galassia dell’universo a noi noto, fummo difatti
letteralmente ac-cerchiati da una miriade di capsule
spaziali di piccole dimensioni che naturalmente non
dovevano coltivare nei nostri confronti sentimenti
particolarmente amichevoli. Lo dimostrarono subito
allorquando, con una manovra fulminea e sincronizzata,
si serrarono tutte attorno alla nostra astronave
obbligandola in questo modo a rallentare leggermente il
suo moto furioso nello spazio. Non avevano però fatto i
conti con le nostre ineguagliabili supertecnologie che
difatti ci permisero ancora una volta di salvare la
pelle e di evadere dalla trappola tesaci molto
verosimilmente dai rappresentanti di una civiltà non
proprio pacifica proveniente da qualche zona siderale
ovviamente imprecisabile della sunnominata ultima
Galassia. Questa volta, però, la fuga, pur se riuscita,
si rivelò assai più perigliosa e drammatica della prima:
riuscimmo infatti a dileguarci dalla stretta degli
inseguitori spaziali immergendoci come palombari
addirittura dentro la massa ardentissima di una stella
gigantesca grande e luminosa almeno cento volte più del
nostro Sole, astro che transitava lungo la sua orbita
galattica alla distanza da noi, ritengo, di almeno
quattrocento milioni di chilometri, una distanza che
data la nostra velocità suprema seppure necessariamente
ridotta dalle manovre avverse delle capsule ostili
coprimmo in appena una manciata di secondi.
Giunti in vicinanza della stella gigante (naturalmente,
la struttura del nostro fantascientifico veicolo
spaziale doveva essere costituita di speciali materiali
isolanti antifusione), la scena che si presentò davanti
ai miei occhi smarriti risultò frastornante più di
quanto non si possa neppure lontanamente supporre, fino
ad obbligarmi a chiedere a me stesso se davvero valesse
più la pena di esistere dopo quanto venivo inquadrando
dal vivo: sulla superficie dell’astro ribolliva
apocalitticamente (centomiliardi di volte più di quanto
ribolla la mistura nauseante contenuta nel paiolo di una
strega storpia e malvagia) una specie di magma
plasmatico rosso-sangue che eruttava in continuazione a
grande distanza le sue lingue incandescenti di fuoco
liquido, oscurando praticamente l’intero vastissimo
orizzonte violentemente elettrizzato dalla sua attività
spasmodica spaventosissima; lungi dall’essere seppure
ipoteticamente paragonabile ad un vulcano in piena
eruzione, quella fonte di luce, che da lontano dava
soltanto l’idea di una normalissima stella come quelle
che si vedono di notte nel cielo limpido, da vicino
invece poteva reggere il confronto solamente con un
inferno vero e proprio di morte, giacché proprio di
inferno si trattava, un inferno terrificante nel quale
parlare di speranza sarebbe equivalso solo a
bestemmiare. E fu proprio all’interno di questo immenso
forno crematorio che la nostra astronave, come già
accennato, si andò volontariamente ad inabissare,
impedendo praticamente ai nostri testardi inseguitori di
inquadrarci nel loro mirino e spalancando al mio sguardo
raggelatissimo panorami diabolici la cui visione nessuna
mente potrebbe sopportare senza impazzire per sempre.
Non esistono, credo, parole per descrivere
puntigliosamente le scene cui dovetti mio malgrado
assistere, so di sicuro però che se fosse possibile
ipotizzare di trovarsi e restare vivi all’interno dei
meccanismi chimici sconvolgenti scaturenti
dall’esplosione di una bomba atomica per sincerarci
visivamente delle conseguenze, le risultanze non
dovrebbero essere poi granché diverse da quanto veniva
susseguendosi in quell’inferno più che dantesco, nel
quale in ogni istante si verificavano nelle sue cavità
più abissali perturbazioni e scuotimenti sconquassanti
che trituravano la materia scagliandola in lontananza e
provocandone persino un mutamento di colore (dal bianco
al nero avvistai tutte le possibili e immaginabili
sfumature), il tutto ovviamente accompagnato da
fragorosi devastanti terremoti vibratori che
scomponevano violentemente le fondamenta della stella
col risultato di causare nelle nostre immediate
vicinanze tempeste e uragani di plasma multicolore
impazzito, con saette sibilanti dalle traiettorie
zigzaganti che si perdevano in lontananza a velocità
folle, una delle quali per poco non ci investì in pieno.
Quando infine uscimmo fortunosamente dalla stella
infernale e ci scagliammo vertiginosamente nello spazio
rimanente notai con una fitta al cuore che in quella
parte remotissima del firmamento nella quale stavamo
sprofondando disperatamente (lontana chissà quanti
miliardi e miliardi di anni-luce) sembrava spegnersi per
sempre qualsiasi traccia di presenza di altri corpi e
agglomerati celesti, un vuoto nullificante stava dinanzi
al mio sguardo pietrificato come una voragine di una
profondità semplicemente orrida, una voragine in cui ci
dirigemmo e dalla quale emergemmo dopo non so quanto
tempo, addirittura, credo, in un’altra dimensione o per
meglio dire in un altro Universo; una luce fioca
stagliata nella notte imperitura dell’infinito mi fece
comprendere infatti che quella era proprio la traccia
apparentemente insignificante lasciata nella tenebra
cosmica dal nostro universo che pure secondo calcoli
approssimativi ma tuttavia degni della massima
considerazione sarebbe esteso nello spazio per almeno
una ventina di miliardi di anni-luce, un’immensità che
sicuramente nessuno può leggere e pronunciare in cifre
numeriche.
Finalmente, dopo un sonno ristoratore che per mia
fortuna mi colse strappandomi dalle grinfie di quell’incubo
ad occhi aperti, constatai rincuorato che l’astronave
stava progressivamente riducendo la sua velocità in
vista evidentemente dell’atterraggio sul pianeta nel
quale eravamo diretti, il mondo degli alieni i cui
rappresentanti pilotavano ovviamente l’ordigno volante
che dalla minuscola Terra mi aveva trasportato in chissà
quali lidi sconosciuti del Cosmo.
Alzandomi dal lettino (mentre dormivo una mano ignota
aveva certamente provveduto a slegare le cinghie
permettendomi adesso di muovermi liberamente
nell’abitacolo) e guardando dal solito oblò reso di
nuovo trasparente, ebbi la nuova di scoprire un pianeta
naturalmente assai diverso dal nostro e quanto mai
anomalo nella sua eccentrica morfologia. Era grande
almeno quattro volte la massa di Giove e veniva
illuminato perennemente da quattro stelle azzurrognole
di piccole dimensioni che formavano un perfetto quadrato
siderale, con al centro, appunto, il grosso corpo
planetario che girava quasi prigioniero seguendo
un’orbita pressoché circolare, una sorta in sostanza di
disegno geometrico cosmico.
L’astronave compì alcuni giri attorno al nuovo mondo ed
io mi accertai con un misto di meraviglia e stupore che
dabbasso si stagliava alla mia vista un panorama
apparentemente privo di qualsiasi forma di natura così
come noi siamo avvezzi a concepirla qui sulla Terra.
Intanto il colore del cielo non era per niente azzurro
(come si sarebbe potuto desumere dalla tonalità di luce
già ricordata delle quattro stelle all’interno del cui
perimetro siderale il pianeta era inscritto), bensì di
un giallo molto intenso e compatto da sembrare solido:
in esso poi non vi era assolutamente presenza di alcuna
perturbazione atmosferica, tutto era immoto e calmo come
l’acqua all’interno di un bicchiere. Non vi erano poi né
fiumi, né laghi, né mari, né montagne, né boschi e
neppure infine terre coltivabili, la qual cosa mi portò
logicamente a chiedermi di che cosa vivessero e di che
si nutrissero gli enigmatici abitatori di quel corpo
celeste ai confini di chissà quale Universo Sconosciuto.
Ciò che precede, comunque, sarebbe stato ancora nulla se
non mi fossi accorto di una peculiarità che mi fece
letteralmente accapponare la pelle: il suolo (se di
suolo si può parlare in un caso del genere) presentava
un aspetto completamente pianeggiante ed era
presumibilmente rivestito, non so se artificialmente o
naturalmente, da un materiale scuro molto somigliante
all’asfalto che si usa solitamente per la pavimentazione
delle strade qui sulla nostra Terra, una caratteristica
che il mio cervello terrestre stentava ovviamente a
comprendere nelle sue certo reconditissime significanze.
Siccome l’astronave rallentava adesso sensibilmente il
suo moto, a un certo punto cominciai ad inquadrare sulla
superficie del singolare corpo celeste (isolate una
dall’altra a distanza di molte migliaia di chilometri)
alcune decine di ciclopiche costruzioni dal disegno
vagamente cilindrico e dal diametro spropositato di
addirittura due-tre chilometri e alte più o meno
altrettanto, vere e proprie cattedrali-grattaceli nel
deserto asfaltato dominante. Ne contai almeno una
settantina e allorquando l’astronave abbassò di molto
anche la sua quota di volo scendendo ad un’altezza
approssimativa di circa tre-quattromila metri mi avvidi
che tali mastodontici casamenti erano in un certo senso
tra di loro correlati mediante un sistema di
collegamento aereo modernissimo imperniato su
velocissime piccole navette volanti che sfrecciavano e
incrociavano le loro traiettorie quasi radenti il suolo,
in un via-vai frenetico da formicaio nel quale comunque,
grazie certamente ad apparati tecnologici futuribili in
loro dotazione, era esclusa ogni sia pur minima
possibilità di impatto aviatorio.
Poi, in un crescendo di percezioni visive sempre più
incomprensibili, mentre dall\\\'oblò mi stavo godendo
improvvisamente felicissimo quello spettacolo talmente
fantastico da sembrare magico, udii per la prima volta
cigolare la porta metallica della cameretta e
immediatamente dopo ricevetti sulle spalle la puntura di
quella che credo fosse l’iniezione di una sostanza
narcotizzante particolarmente efficace, giacché a quanto
sembra persi conoscenza quasi subito senza avere avuto
neanche il tempo di voltarmi a guardare l’artefice di
quell’azione furtiva rapidissima oltre ogni immaginabile
supposizione.
Quando ripresi i sensi fu come essere catapultato dalla
fornace nella brace: mi ritrovai difatti mezzo intontito
all’interno di un piccolo cubo di vetro collocato al
centro di quello che aveva tutta l’aria di essere una
specie di anfiteatro universitario con una copertura
dalla forma indefinitamente piramidale, le cui gradinate
(circostanza che mi riempì di un senso di orrore
pernicioso che ancora oggi provo allorché ripenso a
quella scena calata chissà da quale sinistro mistero
della Natura) erano parzialmente occupate da almeno una
quarantina di esseri vagamente umanoidi, le cui fattezze
corporali mi vieterò di descrivere in quanto non potrei
tollerarne l’impatto mentale ancora dolente.
Erano silenziosi e pietrificati nella loro postura e
puntavano su di me, simultaneamente, vitrei e
apparentemente privi di calore e simpatia, i loro grandi
occhi di nero-pece paragonabili a fessure che si aprano
sull’abisso degli enigmi più irriferibili dell’Universo.
Un sentimento di profonda e dolorosa estraniazione colpì
a quel punto la mia coscienza di semplice terrestre: in
mezzo a quegli esseri alieni, verosimilmente custodi di
una scienza e sapienza sconfinate e rispetto a noi umani
tecnologicamente milioni e milioni di secoli più
progrediti di quanto non si possa neppure oniricamente
fantasticare, mi sentivo addosso palpitante e
irrefrenabile la consapevolezza di una colossale
vergogna inesprimibile a parole, era come fossi nudo e
indifeso di notte dentro i più reconditi anfratti di una
foresta intricata e labirintica abitata da animali
straordinariamente schifosi e velenosi.
Un turbinio di pressanti interrogativi investirono a
quella vista mostruosa la mia mente già di per sé
squassata e violentata dagli antefatti che conoscete:
perché ero stato condotto in quella specie di
padiglione?; chi erano e cosa si attendevano da me
quelle creature ibride?; si aspettavano forse che li
arringassi con un’allocuzione comiziale?; pretendevano
che mi discolpassi dalla grave accusa di essere vivo e
di stare in mezzo a loro?
Questi ed altri interrogativi divennero ancor più
lancinanti allorché all’unisono e perfettamente
inquadrati in fila indiana, a un tratto gli alieni si
alzarono dai loro posti con un movimento goffo ed
esitante, scesero pian piano le gradinate e si
approssimarono al cubo di vetro entro il quale ero stato
depositato com’è uso fare con le bestie feroci per
impedire loro di recare danno con le loro possenti
mandibole.
Arrivati a pochi centimetri dal vetro trasparente spesso
e resistente a prova di bomba entro la cui area potevo
stranamente respirare (nonostante il cubo paresse
completamente ermetico), le creature vi girarono intorno
per lunghi interminabili minuti, osservandomi e
trapassandomi con i loro sguardi indicibilmente torvi e
inquisitori, quasi volessero ad ogni costo sincerarsi
della mia per loro inconcepibile identità e
dell’eventuale civiltà che rappresentavo nel complesso e
variegato universo vivente-intelligente.
Non vi nascondo, pazienti ascoltatori, che l’impatto con
quegli sguardi inimmaginabilmente difformi da qualsiasi
ammissibile accostamento fantastico fu quanto mai
distruggente di ogni mia ormai preclusa serenità
mentale.
Nonostante mi radiografassero con una concentrazione
meticolosa e ossessiva, ebbi a un tratto la sconfortante
sensazione che non riuscissero affatto ad entrare in
comunicazione con il sottoscritto, la qual cosa era
naturalmente prevedibile da un punto di vista
strettamente biologico ma non da quello più attendibile
della loro già sottolineata probabile superscienza
onnicomprensiva, che ovviamente nel caso specifico
denotava una lacuna che la inficiava clamorosamente.
Era come se la mia presenza rimandasse a parametri
esistenziali a loro incredibilmente preclusi. Altro che
Straniero, altro che forestiero, a poco a poco divenni
infatti sempre più consapevole che tra me e loro vi era
un tale abisso di differenze incolmabili a tutti i
livelli da annullare in partenza qualsiasi velleitaria
possibilità di interconnessione mentale.
I loro cervelli erano dunque chimicamente e
intellettualmente diversi dal mio? Proprio così: lo
arguii dal fatto che dopo frenetici conciliaboli in una
lingua completamente fuori da qualunque catalogazione
verbale, tra di loro si scambiarono infine come dei
segnali mimici allusivi, suppongo per concludere che non
vi era alcuna, proprio alcuna possibilità che si potesse
intavolare con me una certa seppure esigua reciproca
comprensione, impressione che nel mio animo si fece
talmente ineluttabile da costringermi a chiedere a me
stesso in che razza di pianeta ero piombato e con chi
avevo realmente a che fare. Con dei mostri? No, non era
questa la mia deduzione nell’osservare quegli esseri
indefinibili certamente scientificamente e
filosoficamente molto al di sopra della nostra
limitatissima ragione, ero persuaso invece come
d’altronde già ricordato si trattasse di rappresentanti
scelti di una civiltà posta sul gradino più alto della
più alta forma di intelligenza, seppure per intenderci
non nel senso cui siamo soliti ancorare il nostro
concetto usuale di intelligenza, bensì per la non troppo
ormai difficile intuizione che la loro percezione della
realtà sembrava costituita di potenzialità inaudite che
difatti ritengo esulassero totalmente dalla nostra
impostazione culturale e dalla nostra storia
pseudo-razionale frutto di secoli e millenni di studi e
ricerche accanite in tutti i campi dello scibile umano.
Resisi conto che non era praticabile nessuna forma di
intercomunicazione secondo i consueti canoni in vigore
sul nostro pianeta basati sull’uso di una lingua in
qualche modo decifrabile e sulla conseguente esposizione
di concetti e ragionamenti logici, preso atto in
sostanza di un marchiano fallimento su tutti i fronti di
una manifestamente improponibile simbiosi mentale, mi
avvidi alfine certo un pò deluso che tutti o quasi gli
esseri rimasero a un tratto silenziosamente interdetti,
ripresero per qualche altro minuto a guardarmi questa
volta con una malcelata curiosità (debbo dirvi a questo
proposito, per alleggerire la pesantezza di questa
scena, che un atteggiamento del genere lo assunsi
anch’io in una villa di Trapani, allorquando con la
stessa permalosa curiosità fissai per qualche istante i
miei occhi in quelli assonnati e negletti di una
scimmietta posta dietro le sbarre, come per sperimentare
l’evidente forsennata fattibilità di una reciproca
compenetrazione dei nostri cervelli ovviamente
costituzionalmente difformi), si scambiarono poi
attoniti l’un l’altro qualche occhiata furtiva e quindi,
alla chetichella, ad uno ad uno uscirono mestamente
dalla sala, non prima però di dare mandato ad un loro
rappresentante, di sicuro investito di un’autorità
morale superiore e in possesso di poteri speciali, di
rimanere da solo con me allo scopo di tastare l’unica
via di uscita da quell’impasse di gelida e improduttiva
incomunicabilità, un mandato che contemplava
l’utilizzazione e la messa in funzione di irresistibili
procedimenti telepatici.
La creatura prescelta, non appena fummo soli in quell’ambiente
ora leggermente e stranamente in penombra, incominciò
difatti a fissarmi intensamente negli occhi, inondandomi
di lì a poco di un flusso energetico singolarissimo per
qualità e potenza, qualcosa di molto accostabile ad
un’invasione massiccia di carattere
ipnotico-concettuale, un evento inatteso che ebbe il
potere di scardinare parzialmente le mie difese logiche
fino a produrre nel mio animo uno stato di quasi trance,
una dimensione psichica che sperimentavo per la prima
volta in vita mia comunque non in grado di impedire alla
mia coscienza di approntare una vigilanza consapevole
accettabile delle mie funzioni intellettuali senza le
quali, naturalmente, non avrei potuto affatto
interpretare e quindi adesso svelarvi (certo nei limiti
imposti dalla nostra struttura mentale terrestre) tutto
quanto venni assorbendo da quella delittuosa fissazione
fortemente concentrata sulle mie pupille, nozioni e
rivelazioni perlopiù di carattere scientifico ed etico
che ancora in questo momento, mentre vi parlo, fanno
scattare dentro di me l’allarme generale a causa del
loro apparentemente estraniante messaggio soteriologico.
Riuscire a riportare in parole intellegibili quanto
riuscii a percepire da quella magia visiva è comunque un
compito certo assai disagevole, si tratta infatti di
trasferire razionalmente alla nostra mentalità umana e
specificatamente alla nostra madre lingua italiana una
sapienza cosmica che fa perno appunto su tutt’altra
mentalità e su tutt’altra razionalità.
Ad ogni modo, pur nelle difficoltà evidenti, mi ci
proverò lo stesso, ben sapendo che se il mio sforzo sarà
coronato dal successo avrò fatto fare alla nostra
civiltà terrestre un grande passo in avanti sulla via di
una più vasta apertura mentale nei riguardi di certe
problematiche qui sulla Terra appena appena sfiorate ma
totalmente tralasciate perché ovviamente molto lontane
dal raggio d’azione delle nostre facoltà
scientifico-intellettuali.
Ciò che segue, pertanto, non può che essere un sunto
molto scarno di una serie di insegnamenti ai limiti
dell’esoterismo, dai quali necessariamente deve essere
stracciato ogni riferimento alle loro peculiarità più
astruse e irrazionali, pena lo scadimento in uno
sproloquio del tutto indecrittabile.
Cominciamo allora col dire che la prima rivelazione
telepatica che si stampò nel mio cervello mentre venivo
radiografato da quegli occhi mostruosamente puntati sui
miei fu che nel Cosmo Sterminato esisterebbero non solo
miliardi e miliardi di Galassie riconducibili ad un
singolo Universo, bensì altrettanti miliardi e miliardi
di Altri Universi sparsi ovunque nel Vuoto Eterno dello
Spazio. Ognuno di questi universi, poi, sarebbe a sua
volta costituito di Leggi naturali proprie non
raffrontabili vicendevolmente. Ad esempio, tutte le
Leggi astronomiche scoperte e verificate qui sulla Terra
da illustri scienziati di fama mondiale non avrebbero
alcuna possibilità di trovare il benché minimo riscontro
in altri Mondi Extrauniversali, governati appunto da
meccanismi criptonaturali per noi umani ignoti e
totalmente al di fuori dal raggio d’azione della nostra
estremamente angusta ragione terrestre. Così come
esisterebbero questi Universi Infiniti (peraltro al di
là per adesso della portata percettiva dei nostri pur
potentissimi radiotelescopi che riescono a spingersi
soltanto, si fa per dire, ad una distanza di circa
duecento milioni di secoli-luce), parimenti vi sarebbero
nel Cosmo dei Cosmi Multipli miliardi e miliardi di
altre civiltà evolute e supremamente intelligenti,
ognuna delle quali fondata su codici morali e sociali
del tutto impossibilitati a ricevere una qualunque
seppure simbolica collocazione nell’ambito di un’etica
umana. Nel caso di un nostro ipotetico quanto
improbabile contatto con queste civiltà situate in
dimensioni spaziali e temporali assolutamente
irraggiungibili quand’anche col pensiero, vi sarebbero
difatti da superare tali e tante differenze a tutti i
livelli che le due supposte civiltà entrate casualmente
in relazione non ricaverebbero alcunché di positivo da
un simile pur auspicabile incontro, semplicemente non
sarebbe percorribile né tanto meno attuabile alcun tipo
di dialogo, in quanto le due diverse umanità sarebbero
poggiate su Leggi Proprie ognuna delle quali
risulterebbe la diretta negazione dell’altra. Per non
parlare poi di un altro problema praticamente
irrisolvibile le cui conseguenze sono implicite in
quanto sopra riportato: in sostanza, ognuno di questi
Universi (che poi, in ultima analisi, rappresenterebbero
la Molteplicità Infinita attraverso cui si esprime la
Potenza Illimitata della Natura Multipla), ognuno di
questi Universi, dunque, non solo si sosterrebbe su
Leggi proprie, ma dispiegherebbe la sua inalienabile
unicità materiale in un ambito esistenziale del tutto
sganciato dallo Spazio e dal Tempo di un Altro Universo
e se ad esempio si potesse per assurdo confrontare il
tempo attuale della Terra con quello del pianeta in cui
ero atterrato (lontanissimo milioni di bilioni di
trilioni di miliardi di anni-luce), mi accorgerei
enormemente agghiacciato di una differenza addirittura
capace di far impazzire persino le pietre: in pratica,
scoprirei che ora stesso, in questo preciso istante, la
Terra e tutto quanto esiste nel nostro universo hanno da
tempo cessato per sempre di esistere, dal momento che
l’incommensurabile distanza attraversata dall’astronave
ad una velocità media di alcune decine di milioni di
chilometri al secondo (il limite massimo di velocità
raggiungibile nell’etere, ritenuto insuperabile dai
nostri scienziati terrestri, fissa ad esempio tale moto
in trecentomila chilometri al secondo e ciò è abbastanza
sintomatico di quanto arretrata sia ancora la nostra
presunzione cosmologica delle Leggi che regolano i
meccanismi della dinamica spaziale), dal momento dunque
che tale spaventosa velocità e l’altrettanto paurosa
distanza che ne consegue corrisponderebbero
perfettamente e proporzionalmente allo svolgersi
temporalmente sulla Terra di centinaia e centinaia di
miliardi di anni, essendo appunto lo Spazio il Metro del
Tempo e viceversa. Quanto precede basta e avanza per
rendersi conto che la civiltà umana dovrebbe compiere
uno sforzo intellettuale titanico che sia tale da
inquadrare con la necessaria modestia la giusta
dimensione che le compete, una dimensione in effetti
molto ma molto periferica e trascurabile nel contesto
della Vastità Infinita dell’Universo Multiplo. Illudersi
pertanto che la nostra civiltà umana sia l’unica
abilitata nei campi del sapere scientifico e della
morale filosofica sarebbe di conseguenza una sciocchezza
di quelle davvero madornali e imperdonabili, poiché,
come già ricordato, altre popolazioni cosmiche di gran
lunga più progredite delle nostre potrebbero accampare
ben più poderose credenziali di equità esistenziale,
valutazione, questa, che dovrebbe condurci all’umile
ammissione che nell’Universo Pluralistico nessuno deve
pretendere di tenere in mano lo scettro d’oro di una
verità assoluta e valida ovunque e comunque. Se dunque
la dura realtà fosse ed è questa, ne seguirebbe che
l’umanità terrestre dovrebbe per prima cosa
autoconvincersi della propria assoluta e vergognosa
nullità cosmica (già di per sé colossale se si pensa che
la Terra è solo l’ultimo e il più insignificante
granellino di sabbia sperduto nel Deserto Eterno
dell’Infinito) e avviarsi a prendere sempre più
coscienza del fatto che tutte le invidie, le superbie e
le vuote vanaglorie sulle quali si reggono le sue
fondamenta sono atteggiamenti semplicemente obbrobriosi
e vermiciosi che rendono la sua presenza nell’ambito
cosmico se possibile ancora più inutile e insensata. Ad
ogni buon conto, quand’anche non sussistesse alcuna
strada per una comunicazione tra due civiltà
appartenenti a due distinti universi, sarebbe comunque
augurabile che essa si materializzasse quanto meno a
partire dalla Galassia di cui seppure marginalmente
facciamo parte, la Via Lattea, nella quale le Leggi
astronomiche che la regolano e la conseguente
presumibile conformazione mentale delle varie umanità
che la popolano manifestano chiaramente peculiarità
pressoché unitarie. Se ciò non si è ancora verificato,
ciò sarebbe da ascrivere principalmente al fatto che i
progressi spaziali delle varie popolazioni galattiche
sono sfortunatamente ad oggi in uno stato di neonato
rodaggio e ad esempio l\\\'uomo si trova ancora
impantanato a vagabondare nel piccolo stagno del Sistema
Solare, uno dei più sperduti e introvabili sistemi della
Via Lattea, tanto sperduto che un’eventuale missione
astronautica extraterrestre che si proponesse senza una
mappa celeste di rintracciarne la precisa posizione
siderale avrebbe soltanto una probabilità su un numero
pressoché infinito di indovinarne la rotta. Comunque,
ammesso e non concesso che ciò possa un giorno
verificarsi, emergerebbe a questo punto un ben più grave
e insormontabile ostacolo: il Cosmo cui apparteniamo
sarebbe infatti nient’altro che un concentrato infernale
e maledetto di opposti: attrazione-repulsione,
caldo-freddo, giorno-notte, odio-amore, pace-guerra,
verità-menzogna, salute-sofferenza ed infine vita-morte:
tutte caratteristiche intrinseche e praticamente
ineliminabili dal nostro Universo Ambivalente e ciò ad
esempio spiegherebbe tutte le rovinose disgrazie della
storia umana, nella quale mai vi è stato un attimo di
stasi pacificatoria, dominando sempre e ovunque la
guerra e la discordia sociale e interpersonale. Stando
così le cose, sarebbe quindi assai facile desumere che
l’eventuale contatto con una civiltà facente parte del
nostro stesso sistema galattico (a meno che tale civiltà
non abbia raggiunto uno stadio evolutivo non solo di
carattere tecnologico bensì e soprattutto di ordine
spirituale, cosa che per fortuna in qualche caso si deve
pur ammettere perché non si può fare di tutta l\\\'erba
un fascio), l’eventuale contatto dunque, per riprendere
il filo del discorso, si rivelerebbe assai complicato e
foriero di sfociare in un vero conflitto spaziale, una
guerra spietata che ovviamente sarebbe combattuta per la
supremazia delle rispettive idee e convinzioni, come
d’altronde è dimostrato dalla constatazione lapalissiana
che persino tra di noi stessi poveri umani ci odiamo e
ci scanniamo senza proprio alcun motivo valido,
arrivando persino vigliaccamente e animalescamente a
calpestare qualsiasi forma di dialogo con i nostri
simili che pur sono i nostri fratelli e il risultato
delle nostre stesse medesime Leggi naturali che ci
tengono in piedi. Ora, se questo accade già all’interno
del nostro universo, della nostra galassia e persino
dentro i confini microscopici della Terra, come si potrà
mai sperare di addivenire ad un qualsivoglia rapporto
con una civiltà facente parte di Tutt’altro Universo e
quindi fondata su regole e norme di vita per le quali la
nostra equivarrebbe addirittura ad una follia
manicomiale aberrante e schifosa? Cominciamo allora ad
intavolare un clima di pace e di vicendevole
comprensione e amore qui, sulla Terra, tra di noi
sventurati esseri umani, il resto ci sarà dato in
sovrabbondanza. D’altronde, proprio per questo ero stato
scelto da loro, appunto per divenire portatore nei
confronti dell’umanità terrestre di un messaggio di
capitale importanza, centrato appunto sull’estrema
necessità della cancellazione dal nostro pianeta di ogni
forma di cannibalismo sociale che prima o poi minerebbe
le nostre capacità di sopravvivenza, poiché sarebbe
inutile ricordare che i nostri comportamenti egoistici e
di sopraffazione nei riguardi dei nostri fratelli
terrestri avrebbero come conseguenza deleteria e letale
un aumento incontrollabile dei più sinistri tumori della
nostra esistenza. Cerchiamo allora di prendere esempio
da loro. Essi avevano infatti da tempo immemorabile
provveduto a spazzare via dalla loro mente e dalla loro
società qualsiasi ostacolo maligno: le guerre, le
malattie, la morte, i conflitti sociali e
interindividuali e così pure la fame non ricordavano più
cosa fossero e cosa rappresentassero, appunto perché
fondavano la loro esistenza soltanto sull’accrescimento
della Cultura e della Scienza, due Leggi ritenute
Sovrane alle quali avevano affidato l’avvenire della
loro popolazione. Si dedicavano pertanto anima e corpo
allo studio e al potenziamento di queste due semplici
Leggi e quelle costruzioni ciclopiche che avevo
avvistato dall’astronave in fase di atterraggio altro
non erano se non laboratori di ricerca ognuno del quale
incaricato di approfondire le varie branche del sapere,
del loro Sapere, la cui caratteristica principale era lo
sviluppo fino alle estreme conseguenze delle
potenzialità spirituali della loro stirpe. A tale scopo
rivolgevano un accorato appello all’umanità terrestre
affinché si adoperasse al più presto possibile e con
tutte le forze disponibili al fine di guadagnare la
liberazione definitiva da ogni forma di consumismo
masochistico che ci allontanerebbe dal raggiungimento
degli obiettivi da loro prefissatici, immergendoci fin
sopra i capelli nella melma della materia bruta e
degradata. Se ciò non dovessimo attuare, il nostro
destino si appaleserebbe quanto mai atroce: in breve,
aumenterebbero vertiginosamente le malattie perniciose
di carattere epidemico e la fame farebbe scomparire
intere nazioni, l’odio e le guerre decuplicherebbero la
loro tracotante devastazione, l’inquinamento atmosferico
già a livelli di guardia si farebbe sempre più
intollerabile fino all’asfissia, inondazioni, maremoti,
terremoti ed eruzioni vulcaniche apocalittiche
squasserebbero dalle fondamenta la Terra e in ultimo il
nostro pianeta con tutti i suoi depravati abitanti
verrebbero inghiottiti nel gorgo dell’estinzione più
sanguinosa di qualsiasi forma di esistenza animata e
inanimata. Dobbiamo quindi far presto, molto presto, non
bisogna lasciare tempo al tempo, ne va del nostro stesso
avvenire. Ottenere una vittoria di questo tipo che eviti
una fine così catastrofica è comunque allo stato delle
cose un’impresa disperata, causa ripeto tutte le
piccinerie del nostro carattere e del nostro
autolesionistico comportamento che stritolano da tutti i
lati il nostro cervello impedendoci di accedere ad una
vera cristiana simbiosi con i nostri simili e con i
nostri vicini di casa. Da questo punto di vista, allora,
tutta la storia umana sin dai suoi primi albori dovrebbe
però essere passata al setaccio allo scopo di
rintracciare e correggere in essa gli innumerevoli
errori di percorso commessi durante le varie fasi del
nostro sviluppo mentale. A questo proposito, sarebbe di
un’importanza decisiva la comprensione che gli opposti
nei quali annega la nostra umana esistenza non
rappresentano affatto una condanna stabilita
inappellabilmente “ab aeterno” da un destino truce e
imperscrutabile, sebbene una sfida allettante,
positivamente allettante, la cui enorme posta in palio è
appunto la definitiva sconfitta di questa rovinosa
impalcatura sulla quale si fonda il nostro cieco vivere
o meglio vegetare. Se dovessimo fortunosamente riuscire
a vincere questa delicatissima partita e a scrollarci di
dosso questa diciamo “patina funerea” impressa a tutto
il nostro universo, altre civiltà progredite
spiritualmente (che come detto, anche se in scarsa
rappresentanza, esistono anche nella nostra stessa
galassia e difatti alcune di loro sorvolano con le loro
astronavi la nostra Terra per monitorare il nostro grado
di sviluppo ed evitando nel contempo che altre civiltà
meno evolute ci distruggano senza pietà), altre civiltà
dunque potrebbero prendere in seria considerazione
l’ipotesi di un nostro ingresso nel ristretto club delle
popolazioni cosmiche progredite intellettualmente e
spiritualmente, nel quadro ovviamente di un avanzamento
complessivo di tutte le intelligenze positive alberganti
nel nostro Sistema Cosmico. Ad ogni Universo, o meglio
alle varie popolazioni che lo rappresentano, è stato
difatti assegnato da una Legge Assoluta l’alto compito
di dirimere tutte le svariate immonde complicazioni
intrinseche che lo pervadono fin dalla sua prima
manifestazione, una risoluzione quanto mai augurabile in
cui è implicita la “conditio sine qua non” della sua
applicazione fattuale, con la quale sarebbe poi
realizzabile la presentazione ad altre civiltà del tutto
sganciate dai nostri parametri esistenziali delle nostre
a questo punto lodevoli e rimarchevoli credenziali di
superamento degli opposti. Tutto ciò è assolutamente
necessario, perché solo quando parleremo la stessa
lingua in tutto il nostro stesso universo potremo
aspettarci di essere intesi e presi sul serio da altre
umanità viventi su piani universali completamente
difformi dal nostro. A dire il vero, però, tale
obiettivo è ancora ben lungi dal potersi persino
congetturare, rappresenta in sostanza soltanto un
anelito allo stato brado della nostra stirpe e
sicuramente prima di poterlo vedere concretizzato
passeranno sicuramente secoli e milioni di secoli, il
programma di autosalvazione universale non è infatti una
cosa che s’improvvisa dall’oggi al domani. Questa
considerazione, tuttavia, non dovrebbe mai condurre alla
disperazione. È vero infatti che la Natura è
infinitamente molteplice e varia, ma è altrettanto vero
che Essa, pur nelle diversità apparentemente
inconciliabili, è la manifestazione più lampante
dell’Uno, la Somma Unitaria di tutti gli universi
possibili e immaginabili, rappresentanti le
numerosissime forme mediante cui il Creato dei Creati
effonde nell’eternità spazio-temporale la sua
incommensurabile complessità. Ma per giungere all’Uno
bisognerebbe che ogni intelligenza degna di questo nome
abbandonasse per sempre il novantanove virgola
novantanove per cento delle proprie insipide convinzioni
e comprendesse fin nel più profondo di ogni sua
recondita fibra che se rimane da sola con le proprie
scellerate pochezze è destinata prima o poi ad essere
cancellata per sempre dal registro della vita. Soltanto
attraverso questa compenetrazione e contrizione è
possibile guadagnare la Pace e la Salvezza. Quando
questo avverrà (ciò comunque potrebbe richiedere un
tempo mostruosamente eterno), avrà termine ogni
molteplicità universale e la Natura-Una, appagata,
ritornerà allora per sempre nell’alveo da cui era
straripata, l’alveo della Nullificazione Eterna di ogni
Illusione creazionale. Per concludere, ci sarebbe
purtroppo da aggiungere ancora un fatto quanto mai
tragico (per non dire macabro) che inficierebbe e di
molto i nostri disperati tentativi di pervenire ad una
comprensione la più larga possibile della nostra
esistenza. In pratica, secondo i loro servizi segreti
cosmici, risulterebbe che alcuni miliardi di anni orsono,
quando la Terra era soltanto un pianeta-laboratorio nel
quale atomi ionizzati galleggiavano nel cosiddetto
“brodo primordiale” (in sostanza una sorta di liquido
primitivo che ricopriva la quasi totalità della
superficie terrestre), risulterebbe dunque che alcune
civiltà appartenenti ad altri sistemi solari (dei quali
però non era stata possibile l’identificazione) abbiano
fatto visita con le loro astronavi (con a bordo
scienziati biologi extraterrestri) al nostro globo
ancora in una fase di assestamento geologico-orbitale
dopo la non lontana costituzione nella volta celeste
della nostra stella, il Sole. Avendo giudicato il nostro
mondo adatto a ricevere una forma di vita intelligente,
questi presunti scienziati sarebbero pesantemente
intervenuti sui mattoni chimici preesistenti
naturalmente sul già ricordato brodo primordiale, nel
contesto di un’operazione ovviamente illegittima tesa a
favorire artificialmente l’aggregazione atomica e la
formazione delle prime cellule viventi. Data la loro
supersviluppata tecnologia bio-genetica, dopo avere
raggiunto questo primo eclatante risultato scientifico
in aperta violazione delle Leggi etiche universali,
avrebbero proseguito i loro esperimenti fino a produrre
i primi organismi viventi pluricellulari, veri e propri
progenitori “alieni” di tutto ciò che esiste di vivente
sul nostro pianeta, compreso l’uomo. Se dunque l’uomo si
sarebbe formato non naturalmente, bensì artificialmente
secondo procedimenti chimici di natura extraterreste, le
conseguenze, logicamente, sarebbero quanto mai
terribili, sia perché non sarebbe più rintracciabile la
nostra vera origine e sia perché in ultima analisi noi
uomini non saremmo altro in questa quanto mai verosimile
ipotesi che dei robot costruiti in laboratorio
obbedienti a delle leggi non nostre perché
conseguentemente inoculateci da razze extraterrestri il
cui tipo d’intervento genetico non riusciremo mai a
portare alla luce. L’unica speranza a questo proposito
che si sentivano di darci era che avrebbero indagato a
fondo in questa tristissima vicenda e che ci avrebbero
comunicato a tempo debito l’esito delle loro ricerche
che comunque era molto probabile sarebbero durate per
secoli e millenni, sia perché individuare i responsabili
era come cercare un ago in un pagliaio sterminato data
la vastità incommensurabile dell’Universo Multiplo e sia
specialmente perché l’operazione in questione era da
ritenersi ormai un fatto acquisito irrevocabile e
presumibilmente era stato del tutto dimenticato dagli
stessi interessati la cui civiltà magari si era da tempo
estinta e pertanto in questa eventualità non ci sarebbe
ovviamente più niente da cercare. In ogni caso non ci
avrebbero abbandonati al nostro destino e avrebbero
fatto di tutto per sdoganare la nostra mente dalla
prigionia robotica nella quale era stato chiuso
apparentemente per sempre il nostro terrificante
destino.
Come già detto, quello che precede è un sunto molto
scarno ma ugualmente significativo di quanto appresi
durante quella sorta di immersione nel lago chimerico di
quegli occhi dai poteri sicuramente più che paranormali.
Dico scarno a ragion veduta, poiché sono persuaso che a
quanto sopra riferito ci sarebbe da aggiungere ancora
una gran mole di messaggi ben più ponderosi e
portentosi, messaggi che purtroppo non posso allegare a
causa ripeto della palese limitatezza della mia e nostra
ragione terrestre. Penso ad ogni modo che questo poco
che avete udito dalla mia viva voce sia quanto meno
sufficiente per avvicinarvi alla conclusione che la
nostra civiltà terrestre è ben poca cosa se rapportata a
realtà cosmiche di consistenza avulsa che la sovrastano
e sommergono da tutti i lati. Del resto, a mia discolpa,
va sottolineato che nel mentre venivo incamerando quel
messaggio così illuminante della nostra estrema vacuità
esistenziale la mia sopportazione mentale andava
scemando in maniera proporzionale al suo grado di
intensità intellettuale e allorché infatti venne toccato
l’acme oltre il quale il mio cervello non avrebbe potuto
reggere, verosimilmente caddi riverso sul piano basale
del cubo e mi addormentai stremato dallo sforzo cui
avevo dovuto soggiacere.
Quando, non so dopo quante ore o giorni, aprii gli
occhi, con grande gioia mi accorsi che la stessa
astronave di sempre stava facendo ritorno ed era ormai
in vista del nostro Sistema Solare. Non posso
naturalmente quantificare nella giusta misurazione il
tempo impiegato dal veicolo spaziale per ricondurmi
nella nostra consueta dimensione, del resto quello che
l’alieno dai poteri telepatici mi aveva comunicato a
proposito appunto del concetto di “tempo” era quanto mai
sintomatico e significativo: le lancette dell’orologio
terrestre, in sostanza, non avevano alcun valore nel
contesto di quanto avviene nelle plaghe remotissime del
firmamento multiplo.
Il sistema solare, dal di fuori, appariva completamente
circondato da un involucro popolato da un numero
incalcolabile di asteroidi e vario materiale orbitante e
forzando la mia mente alla ricerca di un’immagine
metaforica che potesse renderne l’idea conclusi alfine
che era molto ma molto somigliante, quanto meno
all’esterno, all’epidermide ricoperta di aculei di un
riccio.
Quale altro equipaggio in missione nel cosmo, mi chiesi
ironicamente, a quella vista, avrebbe potuto mai pensare
che all’interno di quella palla di asteroidi ci fosse il
nostro piccolissimo mondo brulicante di tante testoline
superbe, invidiose, maldicenti e ignoranti? Nessun
equipaggio, risposi mentalmente a me stesso, avrebbero
giudicato il tutto indegno di essere esplorato e
avrebbero pertanto cambiato rotta per altre destinazioni
siderali più appetibili.
L’astronave superò in breve la fascia esterna degli
asteroidi, si lasciò dietro come nulla fosse Plutone,
Nettuno, Urano, Saturno, Giove, Marte e rallentò
subitaneamente la sua marcia spaziale quando finalmente
fummo in vicinanza della nostra sospirata Terra, che per
quanto piccola e insignificante è pur sempre la nostra
casa e la sede dell’unica civiltà intelligente
nell’ambito del sistema planetario che fa perno sulla
stella chiamata Sole.
Alla vista del nostro mondo, però, un dubbio atroce fece
subito capolino nel mio cervello, un dubbio fondato
sulla constatazione visiva e inequivocabile che sul
nostro pianeta sembrava gravare inquietante e lugubre
come una cappa fuligginosa molto densa e compatta di un
colore molto prossimo al nero. L’astronave la penetrò a
bassissima velocità, diminuì ancor più drasticamente il
suo già lento moto e compì un centinaio di giri attorno
al globo terrestre o a ciò che di esso rimaneva, come
per darmi modo di fotografare quel che era avvenuto
durante la mia breve o... incommensurabile assenza.
Signori di Baucina, vi parrà di sicuro una bestemmia
dissacrante frutto di qualche pazzia esotica, ma i miei
occhi non potevano certo ingannarmi: l’umanità si era
definitivamente estinta, i mari e gli oceani si erano
totalmente prosciugati e al loro posto si aprivano le
profonde depressioni che una volta li contenevano; le
città più grandi ma anche le più piccole si erano
trasformate in un ché di tristemente arcaico e
archeologico, vestigia spappolate e sbriciolate di una
civiltà che sembrava destinata a non dover mai
scomparire ma che purtroppo era stata disintegrata
magari in seguito ad una catastrofe cosmica
ipoteticamente addebitabile all’impatto esiziale di
qualche gigantesco meteorite, come qualche scienziato
crede sia avvenuto in relazione alla cancellazione
massiccia dalla faccia della Terra dei famosi ciclopici
dinosauri, in un’epoca che si fa risalire a circa
settanta milioni di anni or sono, un’epoca nella quale
dell’uomo non c’era ancora la minima traccia.
Un panorama così desolante e deprimente che quasi mi
fece venire voglia di suicidarmi, specialmente quando
pensai ai miei familiari che ovviamente era una follia
ritenerli ancora in vita.
La dannata macchina spaziale atterrò infine nel posto
dove adesso vi è il campo di calcio della squadra locale
di Baucina e due piloti mi spinsero cordialmente a
scendere, dopodiché, senza neppure un qualsivoglia cenno
di saluto, s’involarono istantaneamente nel cielo
grigiastro lasciandomi solo e distrutto da una qualità
di orrore che non temeva confronti: Baucina, così com’è
adesso, non esisteva più, era soltanto un ammasso
confuso e disordinato di vecchie mura imputridite e
bucherellate dal tempo spietato che tutto consuma e
riduce in polvere, con poche case scheletriche e
pericolanti senza copertura invase da una rigogliosa
umida vegetazione che si estendeva a perdita d’occhio e
che non aveva nulla da invidiare ad una foresta vera e
propria.
Com’era stato possibile, mi domandai in preda ad un
improvviso tremore, un cotanto repentino mutamento?
Quale ne era, la causa? Quanti anni e secoli si erano
susseguiti realmente dal giorno della mia sventurata
partenza per l’Universo?
Non volevo proprio credere ai miei occhi e per alcuni
minuti feci un calcolo mentale, concludendo subito dopo
che al massimo, secondo il mio metro terrestre, dal
giorno del mio deprecabile ma ovviamente forzato decollo
sarebbero dovuti essere passati non più di sei-sette
ore, un lasso di tempo brevissimo che secondo ragione
mai e poi mai avrebbe potuto giustificare un simile
radicale scombussolamento ambientale.
Come per fare un sopralluogo su ciò che rimaneva di
Baucina, mi armai alfine di coraggio e imboccai
l’attuale via Luigi Rizzo e poco dopo, facendomi largo a
fatica tra enormi cespugli e alberi putrescenti e malati
di un genere sconosciuto, svoltai a sinistra per la via
Vittorio Veneto, poi a destra per la strada dedicata al
martire Nicolò Azoti e quindi, dopo avere incrociate e
superate le vie Francesco Crispi, Vittorio Emanuele
Orlando e IV Novembre, in ultimo imboccai la via XXIV
Maggio, la strada della mia abitazione, la risalii a
sinistra sudando le famose sette camicie (graffiandomi
il volto, le braccia e le gambe nel frenetico tentativo
di allargare davanti a me uno spazio tra gli intricati
anfratti di una flora particolarmente inselvatichita) e
infine giunsi mezzo stordito dal sudore profuso al
numero civico novantatrè, all’incrocio con la via
Vittorio Emanuele III, la casa della mia famiglia.
Inutile ripetere che anche la mia modesta abitazione a
tre piani aveva subìto lo stesso identico trattamento
delle poche altre rimaste fantasmagoricamente come
ammonimento alla perfidia scellerata della superbia e
dell’invidia, tumori esiziali di ogni sana convivenza
civile che venivano ovviamente ripagati dalla Legge
Spietata del Tempo contro il quale niente e nessuno può
sperare di farla franca.
Qui fui assalito da un pianto dirotto che si protrasse
per ore e ore. Piansi come mai avevo pianto nella mia
vita, maledicendo ad alta voce il destino disgraziato e
invocando tutti i Santi del Paradiso affinché mi
tirassero celermente da quel pozzo di incubi e orrori a
non finire, finché, sopraffatto da una disperazione che
non ammette alcuna scappatoia, caddi a terra in una
specie di dormiveglia delirante, rinvenendo non so
quando né perché e neppure come su di un letto del già
citato Centro di Recupero del nostro capoluogo
siciliano, circondato amorevolmente da una miriade di
specialisti che con vari attrezzi ospedalieri stavano
giusto in quel momento auscultando in ogni minima parte
il mio corpo e il mio cervello in attesa del mio
risveglio nel mondo normale e uggioso della vita
moderna, risveglio che difatti mi riportò fortunatamente
e incomprensibilmente in una data del tempo adesso
razionalmente accettabile: da un calendario appeso sopra
il mio cuscino fui assai felice di leggere che la
sospirata sveglia ricadeva nel giorno del 28 Marzo del
medesimo anno 1998 nel quale, come detto, in data 12
Febbraio mi ero verosimilmente involato per l’Universo,
verosimilmente perché gli specialisti che mi ebbero in
cura dopo il mio risveglio fecero di tutto pur di
cancellare dalla mia mente quanto adesso conoscete,
cercando in tutti i modi di imprimere nella mia mente il
concetto che si era trattato solamente di un sogno o di
qualcosa di molto simile, una tesi che, come detto
all’inizio del racconto, ha buone possibilità di essere
dimostrata come vera, quantunque un alone di mistero
impenetrabile non è stato concretizzabile dissolverlo
nel mio cervello, ancora oggi propenso a dar credito
alla tesi contraria, che cioè la mia vicenda
fantascientifica nasconda alla radice enigmi
difficilmente scalfibili dall’odierna scienza empirica
ancorata a fatti e circostanze meramente terrestri.
L’abbraccio con i familiari
Quando il nostro presunto esploratore spaziale ebbe
finito di raccontare quanto precede, gli ascoltatori e
persino il barista erano in uno stato di stupore
confusionale intensissimo e si sarebbero detti del tutto
inconsapevoli della realtà circostante, tant’è che non
si accorsero neppure che il signor Vincenzo Poma si era
alzato, li aveva salutati ed era uscito sollevando
personalmente la saracinesca.
Fuori, si era fatto pomeriggio inoltrato, il Sole stava
infatti per tramontare e il paesino di Baucina,
stranamente, presentava un aspetto di grande e
inconcepibile silenzio desertico, tanto da indurre il
nostro protagonista a chiedersi se per caso questo
panorama di gelida ospitalità non fosse imputabile al
suo ritorno inquietante carico della storia che
sappiamo, una storia che ovviamente era destinata a far
riflettere profondamente una cittadina dedita quasi
esclusivamente a passare le sue giornate con problemucci
di scarso valore creati forse ad arte per esorcizzare la
tragedia umana nella quale si dibatteva quotidianamente.
Vincenzo Poma non se la prese poi tanto, era abituato
come pochi al silenzio e alla solitudine degl’immensi
spazi siderali, in effetti quel viaggio reale o
immaginario che fosse lo aveva condotto ben al di là di
qualsiasi isolamento fantasticabile, figurarsi dunque se
gli poteva nuocere un atteggiamento che tra l’altro
neppure lo sfiorava e mentalmente si sorprese a
sorridere al pensiero di quanto nulla contasse Baucina
nell’ambito dello Sterminato Agghiacciante Firmamento
Cosmico.
Avanzò pertanto risoluto con passo svelto e atletico,
incrociò la via Roma e il Corso Umberto, svoltò a
sinistra e poi subito a destra per la via A. De Gasperi
e quindi, dopo aver superate le vie Di Salvo, Rudinì e
Dottor Greco, infilò a destra la via XXIV Maggio,
completamente deserta e priva di vita.
Arrivato al numero civico novantatrè, suonò il
campanello canticchiando una vecchia canzone da lui
molto amata fin dall’adolescenza e subito gli parve di
non essere mai mancato di casa: la moglie, Caterina
Scimeca, lo abbracciò calorosamente senza neppure
richiedergli un minimo di chiarimenti, i due bambini,
Lorenzo e Raffaella, gli saltarono letteralmente sulle
spalle baciandolo e ribaciandolo sulla testa e sulle
guance e a Vincenzo Poma passò improvvisamente per la
mente il pensiero estremamente positivo e gioioso che la
sua famiglia era l’unica speranza che gli rimaneva,
l’unica realtà, in tutto l’universo, degna di essere
amata sopra ogni altra cosa.
Vincenzo Poma

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