VIAGGIO NELL\\\'UNIVERSO

Viaggio nell//'universo

  

 

Ritorno a Baucina

Proveniente dal rinomato Centro di Recupero “Albert Einstein” nel quale era dovuto rimanere per qualche tempo e dal quale proprio quel giorno era stato dimesso perché giudicato del tutto guarito da una gravissima ma tuttora controversa forma di allucinazione mista ad amnesia spazio-temporale, Vincenzo Poma, il nostro fantastico protagonista, chiese gentilmente all’autista dell’AST di farlo scendere molto prima della fermata programmata. Il conducente dell’autobus, un tipo tarchiato con folti baffi, acconsentì non senza esprimere qualche mugugno a bassa voce.

Era un pomeriggio soleggiato di Giugno e la via Palermo, all’inizio della quale gli era stato concesso di scendere, sembrò a Vincenzo Poma un deserto in piena re-gola, causa forse l’anticipata e imprevista canicola estiva.

Ovviamente, il primo pensiero che gli passò per la mente, dopo le strabilianti e mirabolanti avventure reali o immaginarie che fossero (ciò è ancora ben lungi dal ricevere una conferma inequivocabile), fu quello di recarsi immediatamente a casa, nella via XXIV Maggio numero 93, per riabbracciare la cara moglie, Caterina Scimeca, e i due bellissimi bambini, Lorenzo e Raffaella, ancora in tenera età.

Ma mentre stancamente procedeva lungo la predetta strada inoltrandosi sempre più all’interno del piccolo abitato di Baucina (un paesino sperduto dell’interno palermitano collocato più o meno a cinquecento metri sul livello del mare) gli sovvenne che forse sarebbe stato opportuno rimandare seppure di poco il tanto desiderato abbraccio con i familiari, dal momento che gli parve fosse quasi obbligatorio cercare un primo abboccamento chiarificatore con i suoi concittadini acquisiti (Vincenzo Poma non era infatti nativo di Baucina, bensì di Castellammare del Golfo), con i quali il cieco destino si era divertito a metterlo in rapporto (tramite la moglie che era del posto) e verso cui aveva senza dubbio notevoli responsabilità morali, sociali e culturali.

Spinto da questi e consimili pensieri, decise pertanto di mettere piede all’interno del Bar del Commercio, situato all’incrocio tra la via Palermo e la via Cavour, con a fianco, dall’altra parte sinistra della strada, una grande piazza dedicata ad un celebre condottiero del passato, Giuseppe Garibaldi.

Non appena fu dentro il locale, tutti gli sguardi dei presenti si puntarono verso di lui. Vincenzo Poma, che pure aveva non più di trentasette anni e mostrava un aspetto ancora piacente e vagamente giovanile, non era però lo stesso che tutti a Baucina conoscevano o s’illudevano di conoscere: era come invecchiato di vent’anni e difatti rughe profondissime solcavano da parte a parte il suo volto ormai irrigidito dalle tremende esperienze della vita, tant’è che la decina circa di avventori che si trovavano casualmente nel Bar fecero non poca fatica a riconoscerlo. Quando infine ci riuscirono (anche perché la sua storia fantascientifica era stata di molto gonfiata dai quotidiani e da svariate riviste scandalistiche), nel locale calò come una cappa di silenzio panico di tomba e poco dopo, senza neppure osare di rivolgergli la parola, ad uno ad uno i presenti uscirono a testa bassa dal Bar.

Vincenzo Poma non fece gran caso ad un simile comportamento peraltro umanamente scusabile e dopo aver preso posto in un piccolo tavolo rotondo ricoperto di una tovaglia bianca ordinò al barista (un signore di media altezza con occhiali sulla sessantina) un caffè caldo ed un biscotto preconfezionato farcito di marmellata.

Mentre era impegnato ad ingollare lentamente quanto appena richiesto ed ottenuto, sotto lo sguardo corrucciato del barista, dopo appena due minuti, quando ormai aveva quasi terminato di consumare la sua frugale merenda, l’entrata esterna del locale cominciò a poco a poco a popolarsi di decine e decine di curiosi, tanto che alla fine il proprietario del Bar, prevedendo chissà quali disturbi al suo lavoro ma subito garbatamente rabbonito dal nostro attore principale che gli palesò le sue innocenti intenzioni narrative, permise soltanto che un numero ristretto di persone (le più sensibili e interessate alla vicenda straordinaria di Vincenzo Poma) entrassero nel locale. Subito dopo, in ciò consigliato dal nostro personaggio, il barista abbassò nervosamente la saracinesca ed accese la luce blanda di un piccolo lampadario. I sette uomini prescelti avvicinarono a questo punto le loro sedie al tavolo del protagonista e lo invogliarono un pò timidamente a raccontare la sua versione dei fatti. Vincenzo Poma non se lo fece ripetere due volte e guardando fissamente negli occhi dei suoi occasionali interlocutori incominciò in tono calmo e solenne:

«Signori di Baucina, come ritengo sappiate dai quotidiani e dalle labbra pettegole e poco veritiere dei nostri o meglio vostri concittadini (come sapete, sono infatti originario di un altro paese), or non so più quanto tempo fa (da quel che vedo penso comunque si tratti solo di qualche mese), per cause misteriosissime che ancora oggi esulano totalmente dalla mia capacità di comprensione, mi sono dovuto mio malgrado assentare da questo paesino e dalla mia amata famiglia che se Dio vuole rivedrò tra qualche ora, non prima però di rendervi edotti di quanto credo di aver visto con questi stessi occhi con i quali vi sto osservando. So per certo che per voi sarà quanto mai difficile dar credito alla verità di quanto mi accingo a narrarvi, in realtà lo è centomila volte di più per il sottoscritto che, ripeto, non è ancora minimamente convinto se quel che gli è capitato rientri o meno nella casistica delle allucinazioni più sfrenate. Ad ogni modo, per il vostro come per il mio bene, mi sembra quanto mai auspicabile che mi prestiate la massima attenzione; del resto, vere o false che siano le vicende avventurose che tra poco ascolterete dalla mia viva voce, resta comunque il fatto incontestabile che si tratta pur sempre di una storia capace di far riflettere seriamente l’uomo sul senso più profondo della sua esistenza, una riflessione che negli ultimi tempi la società sempre più meccanizzata e robotizzata (anche mentalmente) ha vigliaccamente dimostrato di volere ad ogni costo ripudiare. Lo ripeto per l’ennesima volta, sono il primo a dubitare degli avvenimenti sconcertanti e paurosi nei quali sono stato calato mio malgrado, ma tale dubbio, per quanto fondato su certe teorie che hanno a che fare con i fenomeni paranormali della psiche, non può e non deve affatto impedirmi di raccontare fino in fondo ciò che allo stato rimane appunto discutibile e incerto, un dilemma che come si può evincere da quanto precede non sembra parimenti in grado di precludere l’altra variante mostruosa, che cioè la mia esperienza sia quanto mai reale e degna della massima attendibilità. Peraltro, il fatto tangibile e documentato della mia per fortuna non lunga degenza all’interno dell’Istituto Centrale di Recupero “Albert Einstein” testimonia quanto meno di un delirio parossistico addebitabile di sicuro a cause le più oscure e indecifrabili, uno stato patologico che solo a malapena, ritengo, sono riuscito a superare, in ciò per la verità aiutato da eminenti specialisti che le hanno tentate tutte pur di ricondurmi alla luce del sole, seppure purtroppo a loro parziale demerito bisogna rammentare che le scene del mio presunto viaggio nelle plaghe remotissime e sterminate dell’universo (con infine l’atterraggio e la conoscenza diretta di una civiltà vivente su di un altro pianeta) sembrano essere rimaste talmente indelebili nella mia memoria da risultare refrattarie ad ogni forma di eradicazione, in una maniera comunque non mentalmente dannosa e lontana da qualsiasi ossessione, tant’è che riesco ormai facilmente a padroneggiarle e a svuotarle fin dove è possibile della loro carica dirompente e devastatrice di ogni sentimento di pace e di felicità.

Se ciò che sto per riferirvi fosse comunque scientificamente provato e dimostrato (ed io mi guardo bene dall’auspicare una simile terrificante eventualità), l’uomo moderno, purtroppo, dovrebbe molto presto prepararsi ad accettare una concezione dell’universo e del proprio insignificante ruolo nel vortice infernale dello Spazio-Tempo la cui sola menzione porterebbe l’umanità sul baratro di una disperazione collettiva, costringendola ad azzerare in una sola volta tutta la sua storia improntata ad una ignoranza madornale del significato vero della propria esistenza su questo pietoso puntolino galleggiante nel cosmo che tutti noi, con termine non appropriato, chiamiamo “Terra”.

Carissimi baucinesi, so di stancarvi molto con questi concetti forse per voi un pò troppo astrusi, ma debbo purtroppo aggiungere a quanto detto un’altra breve e penetrante riflessione sull’essere umano, una riflessione che nel contesto generale della storia verso la quale ci stiamo avviando assume un’importanza capitale e di conseguenza imprescindibile.

Vedete, c’è davvero qualcosa di demoniaco in certi individui cosiddetti “uomini”, l’invidia, l’odio, la maldicenza e la superbia sataniche che sanno far sgorgare dal loro cuore di pietra appaiono a volte così intense e fuori da ogni limite stabilito dalla decenza e da una sana e corretta convivenza civile che spesse volte mi sono soffermato a riflettere quasi con le lacrime agli occhi sul come e perché tutto ciò possa ancora succedere alle soglie ormai del terzo millennio, in un’epoca nella quale la ricerca cosmologica e spaziale, che si avvale già di modernissimi telescopi orbitali e di potentissimi radiotelescopi multipli, ci ha mostrato in maniera quanto mai inequivocabile la nostra estrema nullità al cospetto della spaventosa e terrificante vastità dell’universo infinito, nel quale noi uomini non rappresentiamo null’altro che uno squallido granellino di polvere vagante, per giunta soggetto ad una morte sicura e annichilente. Per rendervi conto veramente di cosa vogliano significare queste mie apparentemente banali affermazioni, provate voi stessi a recarvi di notte in un luogo isolato di campagna e lì giunti aguzzate al massimo lo sguardo dei vostri occhi e della vostra mente in direzione del cielo scuro costellato di stelle e galassie lontanissime milioni e centinaia di milioni di miliardi di chilometri: immediatamente, ne sono convinto, sareste pervasi da una paura agghiacciante e un nugolo di angoscianti interrogativi comincerebbe a trafiggervi il cervello: chi siamo?; da dove veniamo?; che ci stiamo a fare in questo sperduto planetucolo sospeso nel vuoto?; cosa rappresentano davvero questi punti luminosi?; esistono altri mondi abitati?; cosa siamo noi poveri uomini di fronte a questa dissacrante e umiliante immensità?

Signori, a quest’ultima domanda rispondo io per voi: non siamo niente, meno che niente, vermi e parassiti striscianti per una frazione brevissima di tempo sul corpo celeste della “Terra”, entità miserabili che solo per pietà classificherò per un fuggevole momento tra gli “esseri pensanti”. Bisogna infatti che si provi pietà per quanti in questo globo terraqueo pavoneggiano la loro spregevole vacuità ambulante, tronfi fino al midollo della loro obbrobriosa ignoranza e quindi schiavi di avvilenti e ignobili comportamenti più o meno coscienti improntati all’egoismo più abietto e di conseguenza succubi della superbia, dell’invidia, dell’ipocrisia, della maldicenza e infine di vuoti e sconclusionati tradizionalismi folcloristici e di falsa quando non addirittura sconsacrante religiosità masochistica. Tutti questi individui che si atteggiano a tali aberranti comportamenti non sono altro insomma che creature di una pochezza davvero degna della massima commiserazione, poiché costituzionalmente impossibilitati a riflettere che la loro vita, così come l’hanno malamente impostata, non vale proprio un fico secco, ragion per cui ritengo in conseguenza che per questo tipo di individui sarebbe molto meglio suicidarsi piuttosto che continuare a vivere con questi paraocchi e con questa cecità incurabile.

Ma lasciamo stare adesso queste considerazioni in ogni caso ineludibili, è giunto infatti il momento di accedere al nocciolo duro del racconto per il quale mi trovo qui in questo locale.»


Viaggio nell’Universo


Il tutto, se non erro, ebbe inizio durante un insolito tramonto dominato da un cielo stranamente ed estesamente rosato intorno alla posizione ottica del Sole e con il resto della volta celeste nitida come non mai e senza neppure l’ombra di una nuvola. Erano all’incirca le sei di pomeriggio del 12 Febbraio del 1998 ed io mi trovavo casualmente al secondo piano ad ammirare l’etere in tutte le direzioni. All’improvviso, mentre fissavo casualmente il mio sguardo al di sopra del picco più alto della cosiddetta “Rocca Busambra”, una montagna a forma di triangolo situata a circa sei chilometri in linea d’aria da Baucina, la mia attenzione fu attratta da una fine nebbiolina oblunga che pareva compiere alcune insolite giravolte sul proprio baricentro, se di baricentro si può parlare a proposito di un qualcosa all’apparenza quanto mai aleatorio ed evanescente. Come potrebbe accadere soltanto nei sogni (ma io ero sveglio come non mai), a un certo punto quella specie di apparizione celeste bloccò il suo incomprensibile movimento rotatorio sopra il predetto picco, assunse quindi una posizione diciamo orizzontale e cominciò a spostarsi lentamente, molto lentamente, in direzione sud-est.

Immediatamente, per avere conferma che la mia visione non fosse il frutto di un miraggio passeggero, interpellai anche mia moglie intenta in quel momento nei lavori di cucina e le chiesi concitatamente se fosse in grado di scorgere nel cielo quanto in esso a mio parere veniva verificandosi: mia moglie fu molto categorica e asserì che la presenza della misteriosa “sagoma” volante era quanto mai reale e ineccepibile. Anche alcuni vicini di casa che fortunatamente si trovavano sui balconi prospicienti il mio, richiesti di una loro opinione in proposito, convalidarono senza tentennamenti l’inconsueto fenomeno, ragion per cui aguzzai ancor più lo sguardo e per almeno una ventina di minuti potei seguire come in un film di fantascienza il movimento lumacoso della fantasmagorica “sostanza” aerea, finché non la persi di vista quando questa oltrepassò visualmente il muro della mia abitazione che sfortunatamente chiudeva la vista della parte del cielo verso la quale l’oggetto sembrava indirizzare il suo moto.

Colpito oltre ogni dire da quella manifestazione del tutto inattesa che in potenza appariva capace di schiudermi importanti verità sino ad allora solo congetturate in ordine ai tremendi enigmi degli avvistamenti celesti non identificati, dissi pertanto a mia moglie che avevo la ferma intenzione di seguire da vicino l’evolversi della situazione e che pertanto mi sarei tra poco allontanato con la mia vecchia Renault Super-cinque verde scuro per poi far ritorno il prima possibile, il tempo in sostanza necessario per una valutazione particolareggiata del caso che spazzasse dalla mia mente ogni dubbio in proposito. Mia moglie mi sconsigliò vivamente dall’attuare quanto ormai avevo deciso di compiere, espresse una certa preoccupazione sull’imponderabilità della vicenda ribadendola con l’ammonimento che in essa potevano annidarsi persino rischi indefinibili per la mia stessa incolumità fisica, ma io fui testardo come mai mi era capitato nei rapporti con la mia amatissima consorte, scesi di corsa le scale, accesi il motore della Renault e partii a spron battuto in direzione della statale Palermo-Agrigento, seguendo la quale, pensai, sarebbe stato più agevole l’identificazione della rotta e della consistenza reale dell’oggetto sconosciuto. In effetti la mia ipotesi trovò subito positivo riscontro: non appena infatti sfociai nella Superveloce la sagoma dell’inquietante “volatile” mi si stagliò subito chiara alla vista, più o meno a duemila metri d’altezza e da quel che supposi approssimativamente a circa tre chilometri dalla sua verticale aria-terra. Siccome mi parve che l’incomparabile mezzo volante accelerasse a poco a poco la sua velocità (quasi che eventuali piloti al suo interno si fossero accorti della mia intrusione), a mia volta mi adeguai aumentando progressivamente la mia, ormai pienamente convinto che fosse mio dovere inalienabile venire a tutti i costi a capo dei significati e delle allettanti implicazioni scientifiche e filosofiche di quella presenza conturbante; ma più cresceva la mia e la sua velocità e più sembrava che quella sorta di astronave anomala mi precedesse sempre di alcuni cospicui chilometri, constatazione per la quale tanto mi accanii in quell’inseguimento da un certo punto di vista anche insensato che alla fine, senza neppure accorgermene, fui colto dall’oscurità più completa.

Ovviamente, un timor panico molto accentuato s’impadronì a quel punto del mio animo e mentalmente mi rimproverai di essermi andato consapevolmente ad impigliare in quella faccenda carica e foriera di pericoli alquanto minacciosi, specie allorché mi accertai con un tuffo al cuore che la Statale 189 sulla quale transitavo adesso molto più lentamente di prima in prossimità dello svincolo per Lercara Friddi (un paese di circa sette-ottomila abitanti situato a poche miglia dalla provincia agrigentina e a ben quaranta chilometri da Baucina), sempre con gli occhi spiritati fissi al cielo nel quale la “cosa” era diventata adesso persino più luminosa delle più luminose e potenti lampade a incandescenza in dotazione ai più moderni fari marittimi, allorché dunque constatai che lo stradale sembrava essere stato all’improvviso privato di ogni altra seppure minima luminescenza e di qualsiasi caratteristica umana e terrestre. La vicenda si andava tingendo sempre più di un lugubre significato sovrannaturale, quasi fosse in azione a mia totale insaputa e contro ogni mia speranza di farla franca una Potenza dalle prerogative quanto mai oscure che stesse oculatamente adoperandosi per spingermi all’interno di una trappola ben congegnata.

Per circa mezz’ora, confuso e impaurito in ogni minima porzione di me stesso (tempo nel quale mi parve che l’oggetto della malora si abbassasse flemmaticamente di proposito sulla mia verticale), restai praticamente col fiato sospeso e col cuore in gola che batteva ad un ritmo incredibilmente tambureggiante, nell’attesa vana e fanciullesca che qualche improbabile autovettura si avvicinasse dalle mie parti: avevo in animo infatti di chiedere aiuto e soccorso, stante il fatto che un dietrofront e una fuga precipitosa in quell’oscurità di pece a quaranta chilometri di distanza dalla mia abitazione qui a Baucina sarebbero equivalsi ad una resa incondizionata nelle mani degli eventuali occupanti il velivolo maledetto, poiché un comportamento pavido del genere avrebbe palesato loro il mio scarso coraggio e quindi la mia incapacità di reazione nel caso avessero voluto mettermi le mani addosso.

Ma fu un’attesa del tutto improduttiva, oltre a me e alla losca macchina spaziale pareva non esistesse più nulla in natura, il buio compatto e impenetrabile spandeva il suo velo funereo in ogni direzione e persino le stelle a poco a poco si spensero ad una ad una, una circostanza, quest’ultima, che non aveva davvero precedenti neppure nelle mie visioni oniriche notturne e che poteva spiegarsi solo alla luce di qualche ineguagliabile avveniristica diavoleria supertecnologica in dotazione al mezzo volante. Ad ogni buon conto, con la mente a mia moglie e ai miei bambini a cui pensavo ormai come a persone del tutto irraggiungibili, volli provare lo stesso a scappare, feci sgommare fragorosamente le ruote rischiando quasi di rompere lo sterzo per il nervosismo incontrollato e cambiando senso di marcia accelerai a tutto gas verso Baucina. A dire il vero, la fuga, per un lungo tratto della S.S. 189 -121, sembrò poter sortire un certo successo, in effetti l’arcana presenza sembrava essersi dileguata nel nulla ed io quindi mi rallegrai prematuramente di essermi defilato da un incontro di sicuro poco gradevole. Ma quando ormai mancavano pochissimi chilometri al sospirato svincolo di Baucina, la mia macchina, per la prima volta da quando l’avevo comprata, mi tradì improvvisamente e si spense senza alcun motivo meccanico ipotizzabile in vicinanza dello svincolo per Villafrati, un piccolo agglomerato di case popolato da circa tremila anime in cui mi recavo spesso per evadere dai confini opprimenti del nostro piccolo borgo di campagna. Fu allora che mi si parò dinanzi lo spettacolo più spaventoso cui avessi mai assistito: uscito fuori dall’abitacolo della mia autovettura, notai infatti con gli occhi sbarrati dal terrore che a pochissimi metri d\\\'altezza sulla mia Renault sostava fermo e apparentemente silenzioso nell’aria una sorta di gigantesco doppio cono lattescente, dalla cui estremità inferiore fuoriusciva un getto fine e perfettamente lineare di colore azzurrognolo, suppongo il risultato di una qualche forma di propulsione tecnologicamente inarrivabile. Nella parte centrale dell’astronave extraterrestre (perché proprio di un veicolo del genere si trattava), dove le basi dei coni combaciavano, vi erano una ventina di placche di un materiale ovviamente al buio indistinguibile da cui però si dipartivano in ogni direzione fasci mobili di luce multicolore. Inoltre, il velivolo cosmico presentava nella parte mediana inferiore e superiore una serie imprecisabile di grandi oblò circolari e fu proprio attraverso uno di essi che ebbi la netta impressione di stare inquadrando il volto o la sagoma di qualcosa o di qualcuno che mi parve stesse scientemente concentrando su di me un flusso visivo quanto mai lontano da qualsiasi normalità e in grado difatti di bloccare inopinatamente persino le mie facoltà di reazione mentale e motoria. In pratica, signori, ero stato trasformato come in una statua di ghiaccio.

Il seguito accadde in pochi attimi e prima di poter comprendere quanto mi stava realmente succedendo mi ritrovai in un baleno all’interno di una cameretta metallica linda e pulita su di un lettino quasi da ospedale, tenuto fermo su di esso con delle cinghie di un materiale molto simile al cuoio, una sul collo, due ai polsi, una alla vita e due, infine, alle caviglie. In breve, signori di Baucina, ero stato letteralmente inchiodato al lettino quasi senza alcuna possibilità di movimento, potevo spostare leggermente solo la testa dal momento che la cinghia sul collo era l’unica a non essere stata serrata sulla pelle, particolare, questo, di cui approfittai subito per il fatto che nella parete di destra (a toccare la quale il letto era collocato), situato un pò sopra l’altezza di un cuscino in cui la mia testa quasi affondava, vi era infatti un grande oblò di circa mezzo metro di diametro, al di là del quale osservai annichilito il cielo scuro di tenebra assoluta.

Dall’incalcolabile spinta ascensionale che sperimentai subito dopo sul mio corpo pervaso improvvisamente da una serie infinita di brividi, compresi in uno stato di massima confusione mentale di essere stato trasportato all’interno dell’enigmatico velivolo cui avevo dato imprudentemente e temerariamente la caccia, velivolo che logicamente stava decollando ad una velocità semplicemente mostruosa, tant’è che quando mossi di lato la testa per la seconda volta avvicinandola al solito oblò vidi enormemente atterrito che la Terra sulla quale ero nato diveniva sempre più piccola, finché nel giro di pochissimi attimi scomparve completamente nel buio opprimente dello spazio circostante.

Un nugolo di insopportabili angoscianti interrogativi prese a quel punto a martellare la mia sostanza cerebrale già violentata dai quei primi prodromi che non promettevano nulla di buono: perché ero stato catturato e condotto contro la mia volontà all’interno dell’astronave?; chi la comandava?; cosa intendevano ricavare, dal mio delittuoso rapimento?; dove mi avrebbero condotto?; che ne sarebbe stato di me e della mia povera famiglia abbandonata laggiù sulla Terra forse per sempre?

Ma l’astronave, o meglio i suoi misteriosi occupanti, apparentemente incapaci di qualsivoglia sentimento di partecipazione al mio terribile dramma, sembravano ancor più voler accelerare la sua per la verità già folle velocità, seppure tale sfrecciare furioso e sibilante nello spazio siderale fosse assai poco percettibile dall’interno della piccola camera in cui ero stato inspiegabilmente rinchiuso e attaccato. Ma la decina circa di pianeti e satelliti del nostro sistema solare e diversi grossi asteroidi e luminose comete nei cui spazi vuoti delle loro traiettorie orbitali il veicolo extraterrestre s’inoltrava con grande perizia e precisione di volo e che ci lasciavamo dietro in un batter d’occhio erano lì a testimoniare che non stavo affatto sognando e che quella corsa forsennata nel vuoto inesplorato era quanto di più reale ci si possa attendere in uno stato di massima veglia consapevole.

Mentre sempre più scombussolato e abbattuto riflettevo sull’inconcepibile truce destino cui volente o nolente andavo incontro, all’improvviso nella cameretta spaziale furono spente le luci, l’oblò venne oscurato inspiegabilmente come da una pellicola invisibile e di fronte a me, come in un cinema, si accesero le immagini vere di quanto avveniva fuori nel cosmo: in sostanza, una specie di documentario alla Piero Angela.

Si trattava di immagini mirabolanti ma per certi aspetti anche molto ma molto rabbrividenti, stelle e agglomerati galattici in quantità insospettabile pullulavano in ogni minima porzione di spazio visibile; non si trattava comunque di oggetti per così dire inerti, quegli astri sembravano infatti possedere come un’energia spasmodica, aumentavano e diminuivano la loro luminosità come pulsassero di vita propria e si allontanavano o peggio ancora si avvicinavano l’un l’altro fin quasi a collidere e difatti a questo proposito due stelle a un certo punto entrarono pericolosamente nel rispettivo campo di attrazione gravitazionale, girarono vicendevolmente e vorticosamente per qualche tempo su delle orbite sempre più corte e quindi all’improvviso ebbi modo di osservare con mio enorme incommensurabile spavento un evento che fortunatamente non è frequente nel contesto dinamico della nostra Galassia; in pratica fui spettatore involontario di un impatto astrale cataclismico sproporzionato alla più fervida capacità umana di congetturazione in materia. Lo scontro titanico si consumò in una zona galattica opposta e lontanissima dalla Terra quantomeno un’ottantina di migliaia di anni-luce, per la precisione tra due stelle di dimensioni supersolari, un urto terrificante che fece scaturire nella neritudine cosmica eccezionali bagliori accecanti e lingue di fuoco di lunghezza inimmaginabile che arrivarono a lambire persino lo scafo della nostra casa spaziale, il tutto ovviamente accompagnato da fragorosi e assordanti boati da tregenda che fortunatamente per il mio udito dall’interno del mio abitacolo vagante percepivo alquanto attutiti: insomma uno schianto spettacoloso di così mastodontica potenza dimostrativa che al paragone tutte le più catastrofiche sventure terrene (epidemie, guerre, terremoti, uragani, alluvioni e così via di seguito) appaiono al mio intelletto simili a dei giochetti puerili e innocenti di una natura ancora neonata.

Prima che le immagini dal vivo cambiassero campo visivo, per un momento mi parve (grazie ad un ravvicinamento istantaneo delle stesse ad opera evidentemente delle avveniristiche magiche supertecnologie ottiche di cui disponeva l’astronave) di scorgere la fine tremenda di alcuni sparuti pianeti orbitanti attorno alle due stelle frantumatesi una sull’altra: da quel poco che riuscii ad osservare (data l’enorme lontananza dell’evento seppure accorciata dalle suindicate supertecnologie ottiche) dedussi che almeno quattro corpi celesti planetari erano stati semplicemente vaporizzati dall’incalcolabile calore sprigionatosi dall’urto sconquassante, un destino atroce che secondo un’opinione diffusa tra gli scienziati di casa nostra penderebbe anche sulla nostra cara Terra, allorquando il Sole, terminato il suo ciclo vitale di irraggiamento apparentemente infinito, imploderà in se stesso e quindi esploderà violentemente nello spazio, coinvolgendo in questo modo in maniera esiziale il nostro globo e causandone la fine inappellabile e definitiva per semplice evaporazione. In due parole, la Terra, secondo questa teoria scientifica che comunque colloca tale eventualità in un tempo futuro molto remoto dell’ordine di alcune decine di milioni di secoli a venire, la Terra, dunque, verrà il momento che sarà per sempre cancellata dalla faccia dello Spazio, senza lasciare proprio alcuna traccia della sua esistenza, un destino certo assai deprimente specie per coloro che in questo mondo vorrebbero mettere per sempre le radici, sconoscendo del tutto che noi sventurati uomini siamo qui solo di passaggio e per una frazione infinitesimale di tempo.

Vi erano creature intelligenti, su quei pianeti andati tremendamente in fumo? Questo obiettivamente non posso dirlo, ma se disgraziatamente la risposta fosse affermativa allora si dovrebbe purtroppo concludere che le decine e centinaia di migliaia di morti provocati dallo scoppio in Giappone delle prime due bombe atomiche americane siano stati ben poca cosa se ipoteticamente raffrontate a quanto avrebbe potuto causare quell’impatto devastante: la fine cioè non di un paese, di una città, di un popolo, di una nazione, di un continente, bensì di decine e decine di intere civiltà, in pochissimi attimi.

Mentre ero immerso in questi tristissimi pensieri e come ad avvalorare la tesi che si andava insinuando sempre di più nel mio cervello, che cioè l’Universo non è poi affatto quell’isola di pace silenziosa cui noi uomini siamo abituati a dar credito, a un tratto dovetti assistere ad un altro imprevisto, questa volta molto più diretto e insidioso: un’altra astronave (presumibilmente proveniente da qualche altro pianeta abitato della Via Lattea) che forse da qualche tempo ci aveva avvistati e inseguiti, cominciò senza tanti complimenti a scaricare contro di noi una valanga di colpi che ci fecero vibrare sensibilmente. Il nostro vascello spaziale cercò in ogni maniera di evitare la disintegrazione e pertanto aumentò ancor più la sua per la verità già illimitata velocità, cambiando rapidamente e continuamente l’assetto di volo, con brutali cabrate e picchiate che mi fecero venire il voltastomaco. L’altra astronave, comunque, riusciva a starci dietro con relativa facilità, aggiustando sempre più pericolosamente la mira delle sue possenti raffiche, finché si parò dinanzi ai miei occhi una specie di grande nuvola grigiastra che ruotava vorticosamente con al centro una piccola fessura molto rassomigliante all’occhio di un ciclone, all’interno della quale piombammo improvvisamente perdendo subito dopo di vista il minaccioso segugio spaziale. Qui le immagini si fecero via via sempre più scure e disturbate e infine si spensero del tutto.

Quando infine il cosmo sullo schermo riprese la sua consueta nitidezza, il mio sguardo fu colpito da uno spettacolo che m’indusse in uno stato di indicibile scoramento: eravamo in sostanza del tutto fuoriusciti dalla nostra Galassia che pure misura in lunghezza almeno centomila anni-luce (sullo schermo comunque la vidi simile ad un luccichio evanescente nella tenebra universale, nonostante si sappia costituita di almeno duecento miliardi di stelle di varia grandezza e luminosità) e incontro a noi si profilava già abbastanza delineata nei contorni una seconda grandiosa isola spaziale, la famosa Galassia di Andromeda, collocata in una zona del firmamento valutabile secondo calcoli astronomici attendibili in almeno due milioni di anni luce di distanza dal nostro globo terrestre, qualcosa come centinaia e centinaia di milioni di bilioni di miliardi di chilometri, una lontananza che difficilmente la nostra mente potrebbe comprendere nelle sue sconcertanti implicazioni scientifiche e filosofiche.

Arrivati in prossimità della nuova galassia che insieme alla nostra Via Lattea fa parte del cosiddetto “Ammasso Locale” (nel quale sono da annoverare altri Sistemi stellari autonomi come la Piccola e Grande Nube di Magellano, il Sistema del Leone primo e secondo, quello del Dragone e del Fornello Chimico ed altri che per il momento non ricordo), l’astronave o per meglio dire i suoi piloti si concessero a questo punto incomprensibilmente un’escursione esplorativa all’interno dell’agglomerato galattico di Andromeda, rallentando pertanto la marcia spaziale quando ci trovammo in vicinanza di un minuscolo corpo planetario (piccolo più o meno quanto Mercurio) che girava attorno ad una stella di medie dimensioni di colore arancione seguendo un’orbita astronomicamente inusuale e quanto mai anomala, quasi paragonabile a quella del satellite marziano che porta il nome di Phobos, sulla cui orbita stranissima esistono difatti incredibili dicerie scientifiche, una delle quali, la più fantasiosa ma non per questo da scartare a priori, sostiene trattarsi addirittura di un copro celeste artificiale, costruito da probabili civiltà intelligenti che si starebbero sviluppando dentro il nostro stesso Sistema Solare.

L’astronave circumnavigò il planetucolo da polo a polo per una quindicina di volte ad una distanza ragguardevole (all’incirca cinquantamila metri d’altezza) e quindi abbassò di volta in volta con circospezione la sua quota di volo quasi nel timore di impelagarsi nelle sabbiemobili di qualche insidiosa trappola, andandosi infine a bloccare nell’aria ad appena trecento metri approssimativi dal suolo brullo e bruciacchiato cosparso qua e là di qualche rara e sconosciuta forma di vegetazione dai colori inauditamente sgargianti, una manovra inattesa (anche se già collaudata al momento del mio rapimento in prossimità di Villafrati) che mi permise di scorgere sulla superficie alcune specie viventi ancora in uno stadio evolutivo vergognosamente animalesco.

Si trattava di una sorta di grossi serpi dalla mandibola spropositata, dall’epidermide ispida e squamosa e dalla corporatura complessiva assai rimarchevole per lunghezza e altezza (mentalmente li paragonai subito ai famosi dinosauri dell’epoca preumana) e di un genere alquanto schifoso e nauseante di ciclopici ragni neri come la pece, animali che proprio sotto di noi sembravano si fossero dati appuntamento per battersi sanguinosamente in quel momento supponevo per l’accaparramento delle sparute presenze vegetali di cui abbiamo accennato.

I due eserciti (se mi è consentito l’uso di un termine non poi comunque del tutto inappropriato) erano infatti schierati in un modo tale da far ricordare la tattiche di guerra in voga durante l’epoca greco-romana antica.

Quando, non so da chi né come, fu dato l’ordine dell’inizio delle ostilità, in un baleno i due folti gruppi allineati e coperti secondo una propria strategia guerresca si slanciarono tumultuosamente contro i rispettivi reparti nemici urlando grida vagamente umane come quelle che solitamente si odono negli stadi di calcio, con una foga e con una ferocia effettivamente del tutto sproporzionate all’istintualità inconsapevole che si sprigiona normalmente in una competizione animalesca per la sopravvivenza (il dubbio atroce che si potesse trattare di entità semiumane fece capolino per un breve istante nel mio cervello), sbranandosi praticamente a vicenda e inondando il suolo del copioso sangue delle loro immonde carcasse martoriate da morsi orribili e letteralmente squartate e mutilate (la tonalità di quel sangue era di un giallo puro mai visto in vita mia), una panoramica da film dell’orrore che sembrava parimenti presa a prestito dagli sconcertanti e poco educativi documentari naturalistici nei quali si vedono infatti leonesse inferocite che affondano le loro zanne nelle carni molli delle antilopi e iene dal grugno lordato del sangue delle loro prede preferite, ovviamente le più deboli e indifese; documentari che in verità per la loro vistosa macabra qualità ho sempre sinceramente sconsigliato ai miei familiari, in quanto mettono i nostri occhi e la nostra mente dinanzi a scene di una sanguinosità totalmente gratuita, insensata e tutt’altro che edificante.

Che razza di pianeta era, quello? E perché, mi chiedevo ansioso, l’astronave pareva quasi di proposito sostare divertita in quei paraggi così poco raccomandabili? C’era forse di mezzo qualche recondito motivo per un simile apparentemente inqualificabile atteggiamento dei piloti certamente stigmatizzabile stante la loro presunta evoluzione tecnologica e intellettuale?

Più ci pensavo e più non riuscivo a farmene una ragione valida e tuttavia tale comportamento, credo, na-scondeva alla radice (come ebbi poi a scoprire) un qualcosa, come dire?, di ironico e di larvatamente allusivo.

Ad ogni modo, allorché il nostro velivolo calò ancor più marcatamente sul pianeta fermandosi di nuovo ad appena una manciata di metri d’altezza sul teatro di quella battaglia truculentissima, mi accorsi inorridito che alcune di quelle creature degenerate (specialmente i colossali ragni neri che sbavavano una sostanza grigio-verdastra ed erano forniti di imprevisti artigli allungabili) tentavano verso di noi dei salti nel chiaro intento di ghermirci, la qual cosa ci obbligò a togliere il disturbo e ad allontanarci repentinamente dalla zona infestata.

Ma non abbandonammo affatto la partita e difatti (forse qui stava la ragione della sosta enigmatica poc’anzi riferita) non molto lontano dal sito insanguinato appena lasciato l’astronave bloccò di nuovo il suo movimento aereo sopra un piccolo agglomerato di minuscole case, agglomerato stupefacentemente e misteriosamente molto somigliante al nostro borgo di Baucina; l’unica differenza era che le circa trecento casette del villaggio extraterrestre erano completamente circondate da alte e possenti mura di protezione.

Il paesino brulicava di piccoli omiciattoli della statura di non più di sessanta centimetri, alcune centinaia dei quali se ne stavano appostati sulla sommità pedonabile di quei bastioni poderosi muniti di armi simili a balestre e da quel che vedevo quanto mai ansiosi nell’attesa spasmodica di qualche terribile evento incombente da loro ritenuto evidentemente letale e pregiudizievole per la loro stessa sopravvivenza.

Ora finalmente capivo: erano lì schierati perché da un momento all’altro si aspettavano un attacco massiccio delle forze animalesche poc’anzi guerreggianti, una delle quali era uscita infatti vittoriosa dalla pugna e si apprestava a sferrare l’urto decisivo contro il paesino alieno.

Ovviamente, come mi pare logico attendersi da un cittadino di Baucina come me seppure oriundo di Castellammare del Golfo in provincia di Trapani, io tifavo anima e corpo per i pietosi e compassionevoli omiciattoli e tuttavia la guerra, pur cruentissima e combattuta con estremo coraggio e ammirevole abnegazione dai difensori di quel villaggio vagamente baucinese, si risolse dopo non più di mezz’ora con la distruzione totale delle casette e di tutti gli abitantucoli del misero paesotto che vennero letteralmente sbranati e inghiottiti in maniera spietata senza che la nostra astronave facesse proprio nulla per evitare un esito così violento e sanguinoso.

Dopo avere assistito al suddetto orripilante scontro ed esserci allontanati dal quel triste planetucolo infestato da forme viventi ancora come detto in una fase evolutiva quanto mai arretrata e degradata, attraversammo a velocità pazzesca l’intera Galassia di Andromeda (stracolma di stelle come la nostra e come abbiamo visto abitata da creature certo non molto sviluppate mentalmente, anche se era tuttavia credibile che in essa vi fossero civiltà molto più progredite, ma ovviamente l’astronave non poteva ritengo perdere molto tempo nella ricerca di altri pianeti abitati dacché vi era da portare a compimento al più presto possibile una missione mirata al raggiungimento di un preciso obiettivo) e quindi ci catapultammo furiosamente nello spazio sempre più profondo, cosicché assistetti esterrefatto al mirabile spettacolo di altre centinaia e centinaia di Sistemi Solari di altrettante Galassie, un panorama così grandioso e allo stesso tempo deprimente e umiliante che non basterebbe nessuna biblioteca a contenerne l’inesplicabile varietà e complessità infinita.

A quella vista, non ve lo posso nascondere, scoppiai a piangere amaramente, specie quando il mio pensiero si arrestò al ricordo dei miei bambini e della mia amata moglie che ritenevo appartenessero ormai ad un passato irrevocabile. Ma poi cercai come al solito di rincuorarmi, ripetendo mentalmente a me stesso che dopotutto c’erano ancora buone possibilità di uscire vivo da quella prova apparentemente esiziale, specie in rapporto all’improbabile ma comunque supponibile senso di pietà dei miei rapitori che in effetti non mi avevano ancora sfiorato neppure con un dito.

Tuttavia non c’era poi da stare tanto allegri: allorché ormai ci trovavamo sull’orlo estremo dell’ultima Galassia dell’universo a noi noto, fummo difatti letteralmente ac-cerchiati da una miriade di capsule spaziali di piccole dimensioni che naturalmente non dovevano coltivare nei nostri confronti sentimenti particolarmente amichevoli. Lo dimostrarono subito allorquando, con una manovra fulminea e sincronizzata, si serrarono tutte attorno alla nostra astronave obbligandola in questo modo a rallentare leggermente il suo moto furioso nello spazio. Non avevano però fatto i conti con le nostre ineguagliabili supertecnologie che difatti ci permisero ancora una volta di salvare la pelle e di evadere dalla trappola tesaci molto verosimilmente dai rappresentanti di una civiltà non proprio pacifica proveniente da qualche zona siderale ovviamente imprecisabile della sunnominata ultima Galassia. Questa volta, però, la fuga, pur se riuscita, si rivelò assai più perigliosa e drammatica della prima: riuscimmo infatti a dileguarci dalla stretta degli inseguitori spaziali immergendoci come palombari addirittura dentro la massa ardentissima di una stella gigantesca grande e luminosa almeno cento volte più del nostro Sole, astro che transitava lungo la sua orbita galattica alla distanza da noi, ritengo, di almeno quattrocento milioni di chilometri, una distanza che data la nostra velocità suprema seppure necessariamente ridotta dalle manovre avverse delle capsule ostili coprimmo in appena una manciata di secondi.

Giunti in vicinanza della stella gigante (naturalmente, la struttura del nostro fantascientifico veicolo spaziale doveva essere costituita di speciali materiali isolanti antifusione), la scena che si presentò davanti ai miei occhi smarriti risultò frastornante più di quanto non si possa neppure lontanamente supporre, fino ad obbligarmi a chiedere a me stesso se davvero valesse più la pena di esistere dopo quanto venivo inquadrando dal vivo: sulla superficie dell’astro ribolliva apocalitticamente (centomiliardi di volte più di quanto ribolla la mistura nauseante contenuta nel paiolo di una strega storpia e malvagia) una specie di magma plasmatico rosso-sangue che eruttava in continuazione a grande distanza le sue lingue incandescenti di fuoco liquido, oscurando praticamente l’intero vastissimo orizzonte violentemente elettrizzato dalla sua attività spasmodica spaventosissima; lungi dall’essere seppure ipoteticamente paragonabile ad un vulcano in piena eruzione, quella fonte di luce, che da lontano dava soltanto l’idea di una normalissima stella come quelle che si vedono di notte nel cielo limpido, da vicino invece poteva reggere il confronto solamente con un inferno vero e proprio di morte, giacché proprio di inferno si trattava, un inferno terrificante nel quale parlare di speranza sarebbe equivalso solo a bestemmiare. E fu proprio all’interno di questo immenso forno crematorio che la nostra astronave, come già accennato, si andò volontariamente ad inabissare, impedendo praticamente ai nostri testardi inseguitori di inquadrarci nel loro mirino e spalancando al mio sguardo raggelatissimo panorami diabolici la cui visione nessuna mente potrebbe sopportare senza impazzire per sempre.

Non esistono, credo, parole per descrivere puntigliosamente le scene cui dovetti mio malgrado assistere, so di sicuro però che se fosse possibile ipotizzare di trovarsi e restare vivi all’interno dei meccanismi chimici sconvolgenti scaturenti dall’esplosione di una bomba atomica per sincerarci visivamente delle conseguenze, le risultanze non dovrebbero essere poi granché diverse da quanto veniva susseguendosi in quell’inferno più che dantesco, nel quale in ogni istante si verificavano nelle sue cavità più abissali perturbazioni e scuotimenti sconquassanti che trituravano la materia scagliandola in lontananza e provocandone persino un mutamento di colore (dal bianco al nero avvistai tutte le possibili e immaginabili sfumature), il tutto ovviamente accompagnato da fragorosi devastanti terremoti vibratori che scomponevano violentemente le fondamenta della stella col risultato di causare nelle nostre immediate vicinanze tempeste e uragani di plasma multicolore impazzito, con saette sibilanti dalle traiettorie zigzaganti che si perdevano in lontananza a velocità folle, una delle quali per poco non ci investì in pieno.

Quando infine uscimmo fortunosamente dalla stella infernale e ci scagliammo vertiginosamente nello spazio rimanente notai con una fitta al cuore che in quella parte remotissima del firmamento nella quale stavamo sprofondando disperatamente (lontana chissà quanti miliardi e miliardi di anni-luce) sembrava spegnersi per sempre qualsiasi traccia di presenza di altri corpi e agglomerati celesti, un vuoto nullificante stava dinanzi al mio sguardo pietrificato come una voragine di una profondità semplicemente orrida, una voragine in cui ci dirigemmo e dalla quale emergemmo dopo non so quanto tempo, addirittura, credo, in un’altra dimensione o per meglio dire in un altro Universo; una luce fioca stagliata nella notte imperitura dell’infinito mi fece comprendere infatti che quella era proprio la traccia apparentemente insignificante lasciata nella tenebra cosmica dal nostro universo che pure secondo calcoli approssimativi ma tuttavia degni della massima considerazione sarebbe esteso nello spazio per almeno una ventina di miliardi di anni-luce, un’immensità che sicuramente nessuno può leggere e pronunciare in cifre numeriche.

Finalmente, dopo un sonno ristoratore che per mia fortuna mi colse strappandomi dalle grinfie di quell’incubo ad occhi aperti, constatai rincuorato che l’astronave stava progressivamente riducendo la sua velocità in vista evidentemente dell’atterraggio sul pianeta nel quale eravamo diretti, il mondo degli alieni i cui rappresentanti pilotavano ovviamente l’ordigno volante che dalla minuscola Terra mi aveva trasportato in chissà quali lidi sconosciuti del Cosmo.

Alzandomi dal lettino (mentre dormivo una mano ignota aveva certamente provveduto a slegare le cinghie permettendomi adesso di muovermi liberamente nell’abitacolo) e guardando dal solito oblò reso di nuovo trasparente, ebbi la nuova di scoprire un pianeta naturalmente assai diverso dal nostro e quanto mai anomalo nella sua eccentrica morfologia. Era grande almeno quattro volte la massa di Giove e veniva illuminato perennemente da quattro stelle azzurrognole di piccole dimensioni che formavano un perfetto quadrato siderale, con al centro, appunto, il grosso corpo planetario che girava quasi prigioniero seguendo un’orbita pressoché circolare, una sorta in sostanza di disegno geometrico cosmico.

L’astronave compì alcuni giri attorno al nuovo mondo ed io mi accertai con un misto di meraviglia e stupore che dabbasso si stagliava alla mia vista un panorama apparentemente privo di qualsiasi forma di natura così come noi siamo avvezzi a concepirla qui sulla Terra. Intanto il colore del cielo non era per niente azzurro (come si sarebbe potuto desumere dalla tonalità di luce già ricordata delle quattro stelle all’interno del cui perimetro siderale il pianeta era inscritto), bensì di un giallo molto intenso e compatto da sembrare solido: in esso poi non vi era assolutamente presenza di alcuna perturbazione atmosferica, tutto era immoto e calmo come l’acqua all’interno di un bicchiere. Non vi erano poi né fiumi, né laghi, né mari, né montagne, né boschi e neppure infine terre coltivabili, la qual cosa mi portò logicamente a chiedermi di che cosa vivessero e di che si nutrissero gli enigmatici abitatori di quel corpo celeste ai confini di chissà quale Universo Sconosciuto.

Ciò che precede, comunque, sarebbe stato ancora nulla se non mi fossi accorto di una peculiarità che mi fece letteralmente accapponare la pelle: il suolo (se di suolo si può parlare in un caso del genere) presentava un aspetto completamente pianeggiante ed era presumibilmente rivestito, non so se artificialmente o naturalmente, da un materiale scuro molto somigliante all’asfalto che si usa solitamente per la pavimentazione delle strade qui sulla nostra Terra, una caratteristica che il mio cervello terrestre stentava ovviamente a comprendere nelle sue certo reconditissime significanze.

Siccome l’astronave rallentava adesso sensibilmente il suo moto, a un certo punto cominciai ad inquadrare sulla superficie del singolare corpo celeste (isolate una dall’altra a distanza di molte migliaia di chilometri) alcune decine di ciclopiche costruzioni dal disegno vagamente cilindrico e dal diametro spropositato di addirittura due-tre chilometri e alte più o meno altrettanto, vere e proprie cattedrali-grattaceli nel deserto asfaltato dominante. Ne contai almeno una settantina e allorquando l’astronave abbassò di molto anche la sua quota di volo scendendo ad un’altezza approssimativa di circa tre-quattromila metri mi avvidi che tali mastodontici casamenti erano in un certo senso tra di loro correlati mediante un sistema di collegamento aereo modernissimo imperniato su velocissime piccole navette volanti che sfrecciavano e incrociavano le loro traiettorie quasi radenti il suolo, in un via-vai frenetico da formicaio nel quale comunque, grazie certamente ad apparati tecnologici futuribili in loro dotazione, era esclusa ogni sia pur minima possibilità di impatto aviatorio.

Poi, in un crescendo di percezioni visive sempre più incomprensibili, mentre dall\\\'oblò mi stavo godendo improvvisamente felicissimo quello spettacolo talmente fantastico da sembrare magico, udii per la prima volta cigolare la porta metallica della cameretta e immediatamente dopo ricevetti sulle spalle la puntura di quella che credo fosse l’iniezione di una sostanza narcotizzante particolarmente efficace, giacché a quanto sembra persi conoscenza quasi subito senza avere avuto neanche il tempo di voltarmi a guardare l’artefice di quell’azione furtiva rapidissima oltre ogni immaginabile supposizione.

Quando ripresi i sensi fu come essere catapultato dalla fornace nella brace: mi ritrovai difatti mezzo intontito all’interno di un piccolo cubo di vetro collocato al centro di quello che aveva tutta l’aria di essere una specie di anfiteatro universitario con una copertura dalla forma indefinitamente piramidale, le cui gradinate (circostanza che mi riempì di un senso di orrore pernicioso che ancora oggi provo allorché ripenso a quella scena calata chissà da quale sinistro mistero della Natura) erano parzialmente occupate da almeno una quarantina di esseri vagamente umanoidi, le cui fattezze corporali mi vieterò di descrivere in quanto non potrei tollerarne l’impatto mentale ancora dolente.

Erano silenziosi e pietrificati nella loro postura e puntavano su di me, simultaneamente, vitrei e apparentemente privi di calore e simpatia, i loro grandi occhi di nero-pece paragonabili a fessure che si aprano sull’abisso degli enigmi più irriferibili dell’Universo.

Un sentimento di profonda e dolorosa estraniazione colpì a quel punto la mia coscienza di semplice terrestre: in mezzo a quegli esseri alieni, verosimilmente custodi di una scienza e sapienza sconfinate e rispetto a noi umani tecnologicamente milioni e milioni di secoli più progrediti di quanto non si possa neppure oniricamente fantasticare, mi sentivo addosso palpitante e irrefrenabile la consapevolezza di una colossale vergogna inesprimibile a parole, era come fossi nudo e indifeso di notte dentro i più reconditi anfratti di una foresta intricata e labirintica abitata da animali straordinariamente schifosi e velenosi.

Un turbinio di pressanti interrogativi investirono a quella vista mostruosa la mia mente già di per sé squassata e violentata dagli antefatti che conoscete: perché ero stato condotto in quella specie di padiglione?; chi erano e cosa si attendevano da me quelle creature ibride?; si aspettavano forse che li arringassi con un’allocuzione comiziale?; pretendevano che mi discolpassi dalla grave accusa di essere vivo e di stare in mezzo a loro?

Questi ed altri interrogativi divennero ancor più lancinanti allorché all’unisono e perfettamente inquadrati in fila indiana, a un tratto gli alieni si alzarono dai loro posti con un movimento goffo ed esitante, scesero pian piano le gradinate e si approssimarono al cubo di vetro entro il quale ero stato depositato com’è uso fare con le bestie feroci per impedire loro di recare danno con le loro possenti mandibole.

Arrivati a pochi centimetri dal vetro trasparente spesso e resistente a prova di bomba entro la cui area potevo stranamente respirare (nonostante il cubo paresse completamente ermetico), le creature vi girarono intorno per lunghi interminabili minuti, osservandomi e trapassandomi con i loro sguardi indicibilmente torvi e inquisitori, quasi volessero ad ogni costo sincerarsi della mia per loro inconcepibile identità e dell’eventuale civiltà che rappresentavo nel complesso e variegato universo vivente-intelligente.

Non vi nascondo, pazienti ascoltatori, che l’impatto con quegli sguardi inimmaginabilmente difformi da qualsiasi ammissibile accostamento fantastico fu quanto mai distruggente di ogni mia ormai preclusa serenità mentale.

Nonostante mi radiografassero con una concentrazione meticolosa e ossessiva, ebbi a un tratto la sconfortante sensazione che non riuscissero affatto ad entrare in comunicazione con il sottoscritto, la qual cosa era naturalmente prevedibile da un punto di vista strettamente biologico ma non da quello più attendibile della loro già sottolineata probabile superscienza onnicomprensiva, che ovviamente nel caso specifico denotava una lacuna che la inficiava clamorosamente.

Era come se la mia presenza rimandasse a parametri esistenziali a loro incredibilmente preclusi. Altro che Straniero, altro che forestiero, a poco a poco divenni infatti sempre più consapevole che tra me e loro vi era un tale abisso di differenze incolmabili a tutti i livelli da annullare in partenza qualsiasi velleitaria possibilità di interconnessione mentale.

I loro cervelli erano dunque chimicamente e intellettualmente diversi dal mio? Proprio così: lo arguii dal fatto che dopo frenetici conciliaboli in una lingua completamente fuori da qualunque catalogazione verbale, tra di loro si scambiarono infine come dei segnali mimici allusivi, suppongo per concludere che non vi era alcuna, proprio alcuna possibilità che si potesse intavolare con me una certa seppure esigua reciproca comprensione, impressione che nel mio animo si fece talmente ineluttabile da costringermi a chiedere a me stesso in che razza di pianeta ero piombato e con chi avevo realmente a che fare. Con dei mostri? No, non era questa la mia deduzione nell’osservare quegli esseri indefinibili certamente scientificamente e filosoficamente molto al di sopra della nostra limitatissima ragione, ero persuaso invece come d’altronde già ricordato si trattasse di rappresentanti scelti di una civiltà posta sul gradino più alto della più alta forma di intelligenza, seppure per intenderci non nel senso cui siamo soliti ancorare il nostro concetto usuale di intelligenza, bensì per la non troppo ormai difficile intuizione che la loro percezione della realtà sembrava costituita di potenzialità inaudite che difatti ritengo esulassero totalmente dalla nostra impostazione culturale e dalla nostra storia pseudo-razionale frutto di secoli e millenni di studi e ricerche accanite in tutti i campi dello scibile umano.

Resisi conto che non era praticabile nessuna forma di intercomunicazione secondo i consueti canoni in vigore sul nostro pianeta basati sull’uso di una lingua in qualche modo decifrabile e sulla conseguente esposizione di concetti e ragionamenti logici, preso atto in sostanza di un marchiano fallimento su tutti i fronti di una manifestamente improponibile simbiosi mentale, mi avvidi alfine certo un pò deluso che tutti o quasi gli esseri rimasero a un tratto silenziosamente interdetti, ripresero per qualche altro minuto a guardarmi questa volta con una malcelata curiosità (debbo dirvi a questo proposito, per alleggerire la pesantezza di questa scena, che un atteggiamento del genere lo assunsi anch’io in una villa di Trapani, allorquando con la stessa permalosa curiosità fissai per qualche istante i miei occhi in quelli assonnati e negletti di una scimmietta posta dietro le sbarre, come per sperimentare l’evidente forsennata fattibilità di una reciproca compenetrazione dei nostri cervelli ovviamente costituzionalmente difformi), si scambiarono poi attoniti l’un l’altro qualche occhiata furtiva e quindi, alla chetichella, ad uno ad uno uscirono mestamente dalla sala, non prima però di dare mandato ad un loro rappresentante, di sicuro investito di un’autorità morale superiore e in possesso di poteri speciali, di rimanere da solo con me allo scopo di tastare l’unica via di uscita da quell’impasse di gelida e improduttiva incomunicabilità, un mandato che contemplava l’utilizzazione e la messa in funzione di irresistibili procedimenti telepatici.

La creatura prescelta, non appena fummo soli in quell’ambiente ora leggermente e stranamente in penombra, incominciò difatti a fissarmi intensamente negli occhi, inondandomi di lì a poco di un flusso energetico singolarissimo per qualità e potenza, qualcosa di molto accostabile ad un’invasione massiccia di carattere ipnotico-concettuale, un evento inatteso che ebbe il potere di scardinare parzialmente le mie difese logiche fino a produrre nel mio animo uno stato di quasi trance, una dimensione psichica che sperimentavo per la prima volta in vita mia comunque non in grado di impedire alla mia coscienza di approntare una vigilanza consapevole accettabile delle mie funzioni intellettuali senza le quali, naturalmente, non avrei potuto affatto interpretare e quindi adesso svelarvi (certo nei limiti imposti dalla nostra struttura mentale terrestre) tutto quanto venni assorbendo da quella delittuosa fissazione fortemente concentrata sulle mie pupille, nozioni e rivelazioni perlopiù di carattere scientifico ed etico che ancora in questo momento, mentre vi parlo, fanno scattare dentro di me l’allarme generale a causa del loro apparentemente estraniante messaggio soteriologico.

Riuscire a riportare in parole intellegibili quanto riuscii a percepire da quella magia visiva è comunque un compito certo assai disagevole, si tratta infatti di trasferire razionalmente alla nostra mentalità umana e specificatamente alla nostra madre lingua italiana una sapienza cosmica che fa perno appunto su tutt’altra mentalità e su tutt’altra razionalità.

Ad ogni modo, pur nelle difficoltà evidenti, mi ci proverò lo stesso, ben sapendo che se il mio sforzo sarà coronato dal successo avrò fatto fare alla nostra civiltà terrestre un grande passo in avanti sulla via di una più vasta apertura mentale nei riguardi di certe problematiche qui sulla Terra appena appena sfiorate ma totalmente tralasciate perché ovviamente molto lontane dal raggio d’azione delle nostre facoltà scientifico-intellettuali.

Ciò che segue, pertanto, non può che essere un sunto molto scarno di una serie di insegnamenti ai limiti dell’esoterismo, dai quali necessariamente deve essere stracciato ogni riferimento alle loro peculiarità più astruse e irrazionali, pena lo scadimento in uno sproloquio del tutto indecrittabile.

Cominciamo allora col dire che la prima rivelazione telepatica che si stampò nel mio cervello mentre venivo radiografato da quegli occhi mostruosamente puntati sui miei fu che nel Cosmo Sterminato esisterebbero non solo miliardi e miliardi di Galassie riconducibili ad un singolo Universo, bensì altrettanti miliardi e miliardi di Altri Universi sparsi ovunque nel Vuoto Eterno dello Spazio. Ognuno di questi universi, poi, sarebbe a sua volta costituito di Leggi naturali proprie non raffrontabili vicendevolmente. Ad esempio, tutte le Leggi astronomiche scoperte e verificate qui sulla Terra da illustri scienziati di fama mondiale non avrebbero alcuna possibilità di trovare il benché minimo riscontro in altri Mondi Extrauniversali, governati appunto da meccanismi criptonaturali per noi umani ignoti e totalmente al di fuori dal raggio d’azione della nostra estremamente angusta ragione terrestre. Così come esisterebbero questi Universi Infiniti (peraltro al di là per adesso della portata percettiva dei nostri pur potentissimi radiotelescopi che riescono a spingersi soltanto, si fa per dire, ad una distanza di circa duecento milioni di secoli-luce), parimenti vi sarebbero nel Cosmo dei Cosmi Multipli miliardi e miliardi di altre civiltà evolute e supremamente intelligenti, ognuna delle quali fondata su codici morali e sociali del tutto impossibilitati a ricevere una qualunque seppure simbolica collocazione nell’ambito di un’etica umana. Nel caso di un nostro ipotetico quanto improbabile contatto con queste civiltà situate in dimensioni spaziali e temporali assolutamente irraggiungibili quand’anche col pensiero, vi sarebbero difatti da superare tali e tante differenze a tutti i livelli che le due supposte civiltà entrate casualmente in relazione non ricaverebbero alcunché di positivo da un simile pur auspicabile incontro, semplicemente non sarebbe percorribile né tanto meno attuabile alcun tipo di dialogo, in quanto le due diverse umanità sarebbero poggiate su Leggi Proprie ognuna delle quali risulterebbe la diretta negazione dell’altra. Per non parlare poi di un altro problema praticamente irrisolvibile le cui conseguenze sono implicite in quanto sopra riportato: in sostanza, ognuno di questi Universi (che poi, in ultima analisi, rappresenterebbero la Molteplicità Infinita attraverso cui si esprime la Potenza Illimitata della Natura Multipla), ognuno di questi Universi, dunque, non solo si sosterrebbe su Leggi proprie, ma dispiegherebbe la sua inalienabile unicità materiale in un ambito esistenziale del tutto sganciato dallo Spazio e dal Tempo di un Altro Universo e se ad esempio si potesse per assurdo confrontare il tempo attuale della Terra con quello del pianeta in cui ero atterrato (lontanissimo milioni di bilioni di trilioni di miliardi di anni-luce), mi accorgerei enormemente agghiacciato di una differenza addirittura capace di far impazzire persino le pietre: in pratica, scoprirei che ora stesso, in questo preciso istante, la Terra e tutto quanto esiste nel nostro universo hanno da tempo cessato per sempre di esistere, dal momento che l’incommensurabile distanza attraversata dall’astronave ad una velocità media di alcune decine di milioni di chilometri al secondo (il limite massimo di velocità raggiungibile nell’etere, ritenuto insuperabile dai nostri scienziati terrestri, fissa ad esempio tale moto in trecentomila chilometri al secondo e ciò è abbastanza sintomatico di quanto arretrata sia ancora la nostra presunzione cosmologica delle Leggi che regolano i meccanismi della dinamica spaziale), dal momento dunque che tale spaventosa velocità e l’altrettanto paurosa distanza che ne consegue corrisponderebbero perfettamente e proporzionalmente allo svolgersi temporalmente sulla Terra di centinaia e centinaia di miliardi di anni, essendo appunto lo Spazio il Metro del Tempo e viceversa. Quanto precede basta e avanza per rendersi conto che la civiltà umana dovrebbe compiere uno sforzo intellettuale titanico che sia tale da inquadrare con la necessaria modestia la giusta dimensione che le compete, una dimensione in effetti molto ma molto periferica e trascurabile nel contesto della Vastità Infinita dell’Universo Multiplo. Illudersi pertanto che la nostra civiltà umana sia l’unica abilitata nei campi del sapere scientifico e della morale filosofica sarebbe di conseguenza una sciocchezza di quelle davvero madornali e imperdonabili, poiché, come già ricordato, altre popolazioni cosmiche di gran lunga più progredite delle nostre potrebbero accampare ben più poderose credenziali di equità esistenziale, valutazione, questa, che dovrebbe condurci all’umile ammissione che nell’Universo Pluralistico nessuno deve pretendere di tenere in mano lo scettro d’oro di una verità assoluta e valida ovunque e comunque. Se dunque la dura realtà fosse ed è questa, ne seguirebbe che l’umanità terrestre dovrebbe per prima cosa autoconvincersi della propria assoluta e vergognosa nullità cosmica (già di per sé colossale se si pensa che la Terra è solo l’ultimo e il più insignificante granellino di sabbia sperduto nel Deserto Eterno dell’Infinito) e avviarsi a prendere sempre più coscienza del fatto che tutte le invidie, le superbie e le vuote vanaglorie sulle quali si reggono le sue fondamenta sono atteggiamenti semplicemente obbrobriosi e vermiciosi che rendono la sua presenza nell’ambito cosmico se possibile ancora più inutile e insensata. Ad ogni buon conto, quand’anche non sussistesse alcuna strada per una comunicazione tra due civiltà appartenenti a due distinti universi, sarebbe comunque augurabile che essa si materializzasse quanto meno a partire dalla Galassia di cui seppure marginalmente facciamo parte, la Via Lattea, nella quale le Leggi astronomiche che la regolano e la conseguente presumibile conformazione mentale delle varie umanità che la popolano manifestano chiaramente peculiarità pressoché unitarie. Se ciò non si è ancora verificato, ciò sarebbe da ascrivere principalmente al fatto che i progressi spaziali delle varie popolazioni galattiche sono sfortunatamente ad oggi in uno stato di neonato rodaggio e ad esempio l\\\'uomo si trova ancora impantanato a vagabondare nel piccolo stagno del Sistema Solare, uno dei più sperduti e introvabili sistemi della Via Lattea, tanto sperduto che un’eventuale missione astronautica extraterrestre che si proponesse senza una mappa celeste di rintracciarne la precisa posizione siderale avrebbe soltanto una probabilità su un numero pressoché infinito di indovinarne la rotta. Comunque, ammesso e non concesso che ciò possa un giorno verificarsi, emergerebbe a questo punto un ben più grave e insormontabile ostacolo: il Cosmo cui apparteniamo sarebbe infatti nient’altro che un concentrato infernale e maledetto di opposti: attrazione-repulsione, caldo-freddo, giorno-notte, odio-amore, pace-guerra, verità-menzogna, salute-sofferenza ed infine vita-morte: tutte caratteristiche intrinseche e praticamente ineliminabili dal nostro Universo Ambivalente e ciò ad esempio spiegherebbe tutte le rovinose disgrazie della storia umana, nella quale mai vi è stato un attimo di stasi pacificatoria, dominando sempre e ovunque la guerra e la discordia sociale e interpersonale. Stando così le cose, sarebbe quindi assai facile desumere che l’eventuale contatto con una civiltà facente parte del nostro stesso sistema galattico (a meno che tale civiltà non abbia raggiunto uno stadio evolutivo non solo di carattere tecnologico bensì e soprattutto di ordine spirituale, cosa che per fortuna in qualche caso si deve pur ammettere perché non si può fare di tutta l\\\'erba un fascio), l’eventuale contatto dunque, per riprendere il filo del discorso, si rivelerebbe assai complicato e foriero di sfociare in un vero conflitto spaziale, una guerra spietata che ovviamente sarebbe combattuta per la supremazia delle rispettive idee e convinzioni, come d’altronde è dimostrato dalla constatazione lapalissiana che persino tra di noi stessi poveri umani ci odiamo e ci scanniamo senza proprio alcun motivo valido, arrivando persino vigliaccamente e animalescamente a calpestare qualsiasi forma di dialogo con i nostri simili che pur sono i nostri fratelli e il risultato delle nostre stesse medesime Leggi naturali che ci tengono in piedi. Ora, se questo accade già all’interno del nostro universo, della nostra galassia e persino dentro i confini microscopici della Terra, come si potrà mai sperare di addivenire ad un qualsivoglia rapporto con una civiltà facente parte di Tutt’altro Universo e quindi fondata su regole e norme di vita per le quali la nostra equivarrebbe addirittura ad una follia manicomiale aberrante e schifosa? Cominciamo allora ad intavolare un clima di pace e di vicendevole comprensione e amore qui, sulla Terra, tra di noi sventurati esseri umani, il resto ci sarà dato in sovrabbondanza. D’altronde, proprio per questo ero stato scelto da loro, appunto per divenire portatore nei confronti dell’umanità terrestre di un messaggio di capitale importanza, centrato appunto sull’estrema necessità della cancellazione dal nostro pianeta di ogni forma di cannibalismo sociale che prima o poi minerebbe le nostre capacità di sopravvivenza, poiché sarebbe inutile ricordare che i nostri comportamenti egoistici e di sopraffazione nei riguardi dei nostri fratelli terrestri avrebbero come conseguenza deleteria e letale un aumento incontrollabile dei più sinistri tumori della nostra esistenza. Cerchiamo allora di prendere esempio da loro. Essi avevano infatti da tempo immemorabile provveduto a spazzare via dalla loro mente e dalla loro società qualsiasi ostacolo maligno: le guerre, le malattie, la morte, i conflitti sociali e interindividuali e così pure la fame non ricordavano più cosa fossero e cosa rappresentassero, appunto perché fondavano la loro esistenza soltanto sull’accrescimento della Cultura e della Scienza, due Leggi ritenute Sovrane alle quali avevano affidato l’avvenire della loro popolazione. Si dedicavano pertanto anima e corpo allo studio e al potenziamento di queste due semplici Leggi e quelle costruzioni ciclopiche che avevo avvistato dall’astronave in fase di atterraggio altro non erano se non laboratori di ricerca ognuno del quale incaricato di approfondire le varie branche del sapere, del loro Sapere, la cui caratteristica principale era lo sviluppo fino alle estreme conseguenze delle potenzialità spirituali della loro stirpe. A tale scopo rivolgevano un accorato appello all’umanità terrestre affinché si adoperasse al più presto possibile e con tutte le forze disponibili al fine di guadagnare la liberazione definitiva da ogni forma di consumismo masochistico che ci allontanerebbe dal raggiungimento degli obiettivi da loro prefissatici, immergendoci fin sopra i capelli nella melma della materia bruta e degradata. Se ciò non dovessimo attuare, il nostro destino si appaleserebbe quanto mai atroce: in breve, aumenterebbero vertiginosamente le malattie perniciose di carattere epidemico e la fame farebbe scomparire intere nazioni, l’odio e le guerre decuplicherebbero la loro tracotante devastazione, l’inquinamento atmosferico già a livelli di guardia si farebbe sempre più intollerabile fino all’asfissia, inondazioni, maremoti, terremoti ed eruzioni vulcaniche apocalittiche squasserebbero dalle fondamenta la Terra e in ultimo il nostro pianeta con tutti i suoi depravati abitanti verrebbero inghiottiti nel gorgo dell’estinzione più sanguinosa di qualsiasi forma di esistenza animata e inanimata. Dobbiamo quindi far presto, molto presto, non bisogna lasciare tempo al tempo, ne va del nostro stesso avvenire. Ottenere una vittoria di questo tipo che eviti una fine così catastrofica è comunque allo stato delle cose un’impresa disperata, causa ripeto tutte le piccinerie del nostro carattere e del nostro autolesionistico comportamento che stritolano da tutti i lati il nostro cervello impedendoci di accedere ad una vera cristiana simbiosi con i nostri simili e con i nostri vicini di casa. Da questo punto di vista, allora, tutta la storia umana sin dai suoi primi albori dovrebbe però essere passata al setaccio allo scopo di rintracciare e correggere in essa gli innumerevoli errori di percorso commessi durante le varie fasi del nostro sviluppo mentale. A questo proposito, sarebbe di un’importanza decisiva la comprensione che gli opposti nei quali annega la nostra umana esistenza non rappresentano affatto una condanna stabilita inappellabilmente “ab aeterno” da un destino truce e imperscrutabile, sebbene una sfida allettante, positivamente allettante, la cui enorme posta in palio è appunto la definitiva sconfitta di questa rovinosa impalcatura sulla quale si fonda il nostro cieco vivere o meglio vegetare. Se dovessimo fortunosamente riuscire a vincere questa delicatissima partita e a scrollarci di dosso questa diciamo “patina funerea” impressa a tutto il nostro universo, altre civiltà progredite spiritualmente (che come detto, anche se in scarsa rappresentanza, esistono anche nella nostra stessa galassia e difatti alcune di loro sorvolano con le loro astronavi la nostra Terra per monitorare il nostro grado di sviluppo ed evitando nel contempo che altre civiltà meno evolute ci distruggano senza pietà), altre civiltà dunque potrebbero prendere in seria considerazione l’ipotesi di un nostro ingresso nel ristretto club delle popolazioni cosmiche progredite intellettualmente e spiritualmente, nel quadro ovviamente di un avanzamento complessivo di tutte le intelligenze positive alberganti nel nostro Sistema Cosmico. Ad ogni Universo, o meglio alle varie popolazioni che lo rappresentano, è stato difatti assegnato da una Legge Assoluta l’alto compito di dirimere tutte le svariate immonde complicazioni intrinseche che lo pervadono fin dalla sua prima manifestazione, una risoluzione quanto mai augurabile in cui è implicita la “conditio sine qua non” della sua applicazione fattuale, con la quale sarebbe poi realizzabile la presentazione ad altre civiltà del tutto sganciate dai nostri parametri esistenziali delle nostre a questo punto lodevoli e rimarchevoli credenziali di superamento degli opposti. Tutto ciò è assolutamente necessario, perché solo quando parleremo la stessa lingua in tutto il nostro stesso universo potremo aspettarci di essere intesi e presi sul serio da altre umanità viventi su piani universali completamente difformi dal nostro. A dire il vero, però, tale obiettivo è ancora ben lungi dal potersi persino congetturare, rappresenta in sostanza soltanto un anelito allo stato brado della nostra stirpe e sicuramente prima di poterlo vedere concretizzato passeranno sicuramente secoli e milioni di secoli, il programma di autosalvazione universale non è infatti una cosa che s’improvvisa dall’oggi al domani. Questa considerazione, tuttavia, non dovrebbe mai condurre alla disperazione. È vero infatti che la Natura è infinitamente molteplice e varia, ma è altrettanto vero che Essa, pur nelle diversità apparentemente inconciliabili, è la manifestazione più lampante dell’Uno, la Somma Unitaria di tutti gli universi possibili e immaginabili, rappresentanti le numerosissime forme mediante cui il Creato dei Creati effonde nell’eternità spazio-temporale la sua incommensurabile complessità. Ma per giungere all’Uno bisognerebbe che ogni intelligenza degna di questo nome abbandonasse per sempre il novantanove virgola novantanove per cento delle proprie insipide convinzioni e comprendesse fin nel più profondo di ogni sua recondita fibra che se rimane da sola con le proprie scellerate pochezze è destinata prima o poi ad essere cancellata per sempre dal registro della vita. Soltanto attraverso questa compenetrazione e contrizione è possibile guadagnare la Pace e la Salvezza. Quando questo avverrà (ciò comunque potrebbe richiedere un tempo mostruosamente eterno), avrà termine ogni molteplicità universale e la Natura-Una, appagata, ritornerà allora per sempre nell’alveo da cui era straripata, l’alveo della Nullificazione Eterna di ogni Illusione creazionale. Per concludere, ci sarebbe purtroppo da aggiungere ancora un fatto quanto mai tragico (per non dire macabro) che inficierebbe e di molto i nostri disperati tentativi di pervenire ad una comprensione la più larga possibile della nostra esistenza. In pratica, secondo i loro servizi segreti cosmici, risulterebbe che alcuni miliardi di anni orsono, quando la Terra era soltanto un pianeta-laboratorio nel quale atomi ionizzati galleggiavano nel cosiddetto “brodo primordiale” (in sostanza una sorta di liquido primitivo che ricopriva la quasi totalità della superficie terrestre), risulterebbe dunque che alcune civiltà appartenenti ad altri sistemi solari (dei quali però non era stata possibile l’identificazione) abbiano fatto visita con le loro astronavi (con a bordo scienziati biologi extraterrestri) al nostro globo ancora in una fase di assestamento geologico-orbitale dopo la non lontana costituzione nella volta celeste della nostra stella, il Sole. Avendo giudicato il nostro mondo adatto a ricevere una forma di vita intelligente, questi presunti scienziati sarebbero pesantemente intervenuti sui mattoni chimici preesistenti naturalmente sul già ricordato brodo primordiale, nel contesto di un’operazione ovviamente illegittima tesa a favorire artificialmente l’aggregazione atomica e la formazione delle prime cellule viventi. Data la loro supersviluppata tecnologia bio-genetica, dopo avere raggiunto questo primo eclatante risultato scientifico in aperta violazione delle Leggi etiche universali, avrebbero proseguito i loro esperimenti fino a produrre i primi organismi viventi pluricellulari, veri e propri progenitori “alieni” di tutto ciò che esiste di vivente sul nostro pianeta, compreso l’uomo. Se dunque l’uomo si sarebbe formato non naturalmente, bensì artificialmente secondo procedimenti chimici di natura extraterreste, le conseguenze, logicamente, sarebbero quanto mai terribili, sia perché non sarebbe più rintracciabile la nostra vera origine e sia perché in ultima analisi noi uomini non saremmo altro in questa quanto mai verosimile ipotesi che dei robot costruiti in laboratorio obbedienti a delle leggi non nostre perché conseguentemente inoculateci da razze extraterrestri il cui tipo d’intervento genetico non riusciremo mai a portare alla luce. L’unica speranza a questo proposito che si sentivano di darci era che avrebbero indagato a fondo in questa tristissima vicenda e che ci avrebbero comunicato a tempo debito l’esito delle loro ricerche che comunque era molto probabile sarebbero durate per secoli e millenni, sia perché individuare i responsabili era come cercare un ago in un pagliaio sterminato data la vastità incommensurabile dell’Universo Multiplo e sia specialmente perché l’operazione in questione era da ritenersi ormai un fatto acquisito irrevocabile e presumibilmente era stato del tutto dimenticato dagli stessi interessati la cui civiltà magari si era da tempo estinta e pertanto in questa eventualità non ci sarebbe ovviamente più niente da cercare. In ogni caso non ci avrebbero abbandonati al nostro destino e avrebbero fatto di tutto per sdoganare la nostra mente dalla prigionia robotica nella quale era stato chiuso apparentemente per sempre il nostro terrificante destino.

Come già detto, quello che precede è un sunto molto scarno ma ugualmente significativo di quanto appresi durante quella sorta di immersione nel lago chimerico di quegli occhi dai poteri sicuramente più che paranormali. Dico scarno a ragion veduta, poiché sono persuaso che a quanto sopra riferito ci sarebbe da aggiungere ancora una gran mole di messaggi ben più ponderosi e portentosi, messaggi che purtroppo non posso allegare a causa ripeto della palese limitatezza della mia e nostra ragione terrestre. Penso ad ogni modo che questo poco che avete udito dalla mia viva voce sia quanto meno sufficiente per avvicinarvi alla conclusione che la nostra civiltà terrestre è ben poca cosa se rapportata a realtà cosmiche di consistenza avulsa che la sovrastano e sommergono da tutti i lati. Del resto, a mia discolpa, va sottolineato che nel mentre venivo incamerando quel messaggio così illuminante della nostra estrema vacuità esistenziale la mia sopportazione mentale andava scemando in maniera proporzionale al suo grado di intensità intellettuale e allorché infatti venne toccato l’acme oltre il quale il mio cervello non avrebbe potuto reggere, verosimilmente caddi riverso sul piano basale del cubo e mi addormentai stremato dallo sforzo cui avevo dovuto soggiacere.

Quando, non so dopo quante ore o giorni, aprii gli occhi, con grande gioia mi accorsi che la stessa astronave di sempre stava facendo ritorno ed era ormai in vista del nostro Sistema Solare. Non posso naturalmente quantificare nella giusta misurazione il tempo impiegato dal veicolo spaziale per ricondurmi nella nostra consueta dimensione, del resto quello che l’alieno dai poteri telepatici mi aveva comunicato a proposito appunto del concetto di “tempo” era quanto mai sintomatico e significativo: le lancette dell’orologio terrestre, in sostanza, non avevano alcun valore nel contesto di quanto avviene nelle plaghe remotissime del firmamento multiplo.

Il sistema solare, dal di fuori, appariva completamente circondato da un involucro popolato da un numero incalcolabile di asteroidi e vario materiale orbitante e forzando la mia mente alla ricerca di un’immagine metaforica che potesse renderne l’idea conclusi alfine che era molto ma molto somigliante, quanto meno all’esterno, all’epidermide ricoperta di aculei di un riccio.

Quale altro equipaggio in missione nel cosmo, mi chiesi ironicamente, a quella vista, avrebbe potuto mai pensare che all’interno di quella palla di asteroidi ci fosse il nostro piccolissimo mondo brulicante di tante testoline superbe, invidiose, maldicenti e ignoranti? Nessun equipaggio, risposi mentalmente a me stesso, avrebbero giudicato il tutto indegno di essere esplorato e avrebbero pertanto cambiato rotta per altre destinazioni siderali più appetibili.

L’astronave superò in breve la fascia esterna degli asteroidi, si lasciò dietro come nulla fosse Plutone, Nettuno, Urano, Saturno, Giove, Marte e rallentò subitaneamente la sua marcia spaziale quando finalmente fummo in vicinanza della nostra sospirata Terra, che per quanto piccola e insignificante è pur sempre la nostra casa e la sede dell’unica civiltà intelligente nell’ambito del sistema planetario che fa perno sulla stella chiamata Sole.

Alla vista del nostro mondo, però, un dubbio atroce fece subito capolino nel mio cervello, un dubbio fondato sulla constatazione visiva e inequivocabile che sul nostro pianeta sembrava gravare inquietante e lugubre come una cappa fuligginosa molto densa e compatta di un colore molto prossimo al nero. L’astronave la penetrò a bassissima velocità, diminuì ancor più drasticamente il suo già lento moto e compì un centinaio di giri attorno al globo terrestre o a ciò che di esso rimaneva, come per darmi modo di fotografare quel che era avvenuto durante la mia breve o... incommensurabile assenza.

Signori di Baucina, vi parrà di sicuro una bestemmia dissacrante frutto di qualche pazzia esotica, ma i miei occhi non potevano certo ingannarmi: l’umanità si era definitivamente estinta, i mari e gli oceani si erano totalmente prosciugati e al loro posto si aprivano le profonde depressioni che una volta li contenevano; le città più grandi ma anche le più piccole si erano trasformate in un ché di tristemente arcaico e archeologico, vestigia spappolate e sbriciolate di una civiltà che sembrava destinata a non dover mai scomparire ma che purtroppo era stata disintegrata magari in seguito ad una catastrofe cosmica ipoteticamente addebitabile all’impatto esiziale di qualche gigantesco meteorite, come qualche scienziato crede sia avvenuto in relazione alla cancellazione massiccia dalla faccia della Terra dei famosi ciclopici dinosauri, in un’epoca che si fa risalire a circa settanta milioni di anni or sono, un’epoca nella quale dell’uomo non c’era ancora la minima traccia.

Un panorama così desolante e deprimente che quasi mi fece venire voglia di suicidarmi, specialmente quando pensai ai miei familiari che ovviamente era una follia ritenerli ancora in vita.

La dannata macchina spaziale atterrò infine nel posto dove adesso vi è il campo di calcio della squadra locale di Baucina e due piloti mi spinsero cordialmente a scendere, dopodiché, senza neppure un qualsivoglia cenno di saluto, s’involarono istantaneamente nel cielo grigiastro lasciandomi solo e distrutto da una qualità di orrore che non temeva confronti: Baucina, così com’è adesso, non esisteva più, era soltanto un ammasso confuso e disordinato di vecchie mura imputridite e bucherellate dal tempo spietato che tutto consuma e riduce in polvere, con poche case scheletriche e pericolanti senza copertura invase da una rigogliosa umida vegetazione che si estendeva a perdita d’occhio e che non aveva nulla da invidiare ad una foresta vera e propria.

Com’era stato possibile, mi domandai in preda ad un improvviso tremore, un cotanto repentino mutamento? Quale ne era, la causa? Quanti anni e secoli si erano susseguiti realmente dal giorno della mia sventurata partenza per l’Universo?

Non volevo proprio credere ai miei occhi e per alcuni minuti feci un calcolo mentale, concludendo subito dopo che al massimo, secondo il mio metro terrestre, dal giorno del mio deprecabile ma ovviamente forzato decollo sarebbero dovuti essere passati non più di sei-sette ore, un lasso di tempo brevissimo che secondo ragione mai e poi mai avrebbe potuto giustificare un simile radicale scombussolamento ambientale.

Come per fare un sopralluogo su ciò che rimaneva di Baucina, mi armai alfine di coraggio e imboccai l’attuale via Luigi Rizzo e poco dopo, facendomi largo a fatica tra enormi cespugli e alberi putrescenti e malati di un genere sconosciuto, svoltai a sinistra per la via Vittorio Veneto, poi a destra per la strada dedicata al martire Nicolò Azoti e quindi, dopo avere incrociate e superate le vie Francesco Crispi, Vittorio Emanuele Orlando e IV Novembre, in ultimo imboccai la via XXIV Maggio, la strada della mia abitazione, la risalii a sinistra sudando le famose sette camicie (graffiandomi il volto, le braccia e le gambe nel frenetico tentativo di allargare davanti a me uno spazio tra gli intricati anfratti di una flora particolarmente inselvatichita) e infine giunsi mezzo stordito dal sudore profuso al numero civico novantatrè, all’incrocio con la via Vittorio Emanuele III, la casa della mia famiglia.

Inutile ripetere che anche la mia modesta abitazione a tre piani aveva subìto lo stesso identico trattamento delle poche altre rimaste fantasmagoricamente come ammonimento alla perfidia scellerata della superbia e dell’invidia, tumori esiziali di ogni sana convivenza civile che venivano ovviamente ripagati dalla Legge Spietata del Tempo contro il quale niente e nessuno può sperare di farla franca.

Qui fui assalito da un pianto dirotto che si protrasse per ore e ore. Piansi come mai avevo pianto nella mia vita, maledicendo ad alta voce il destino disgraziato e invocando tutti i Santi del Paradiso affinché mi tirassero celermente da quel pozzo di incubi e orrori a non finire, finché, sopraffatto da una disperazione che non ammette alcuna scappatoia, caddi a terra in una specie di dormiveglia delirante, rinvenendo non so quando né perché e neppure come su di un letto del già citato Centro di Recupero del nostro capoluogo siciliano, circondato amorevolmente da una miriade di specialisti che con vari attrezzi ospedalieri stavano giusto in quel momento auscultando in ogni minima parte il mio corpo e il mio cervello in attesa del mio risveglio nel mondo normale e uggioso della vita moderna, risveglio che difatti mi riportò fortunatamente e incomprensibilmente in una data del tempo adesso razionalmente accettabile: da un calendario appeso sopra il mio cuscino fui assai felice di leggere che la sospirata sveglia ricadeva nel giorno del 28 Marzo del medesimo anno 1998 nel quale, come detto, in data 12 Febbraio mi ero verosimilmente involato per l’Universo, verosimilmente perché gli specialisti che mi ebbero in cura dopo il mio risveglio fecero di tutto pur di cancellare dalla mia mente quanto adesso conoscete, cercando in tutti i modi di imprimere nella mia mente il concetto che si era trattato solamente di un sogno o di qualcosa di molto simile, una tesi che, come detto all’inizio del racconto, ha buone possibilità di essere dimostrata come vera, quantunque un alone di mistero impenetrabile non è stato concretizzabile dissolverlo nel mio cervello, ancora oggi propenso a dar credito alla tesi contraria, che cioè la mia vicenda fantascientifica nasconda alla radice enigmi difficilmente scalfibili dall’odierna scienza empirica ancorata a fatti e circostanze meramente terrestri.


L’abbraccio con i familiari


Quando il nostro presunto esploratore spaziale ebbe finito di raccontare quanto precede, gli ascoltatori e persino il barista erano in uno stato di stupore confusionale intensissimo e si sarebbero detti del tutto inconsapevoli della realtà circostante, tant’è che non si accorsero neppure che il signor Vincenzo Poma si era alzato, li aveva salutati ed era uscito sollevando personalmente la saracinesca.

Fuori, si era fatto pomeriggio inoltrato, il Sole stava infatti per tramontare e il paesino di Baucina, stranamente, presentava un aspetto di grande e inconcepibile silenzio desertico, tanto da indurre il nostro protagonista a chiedersi se per caso questo panorama di gelida ospitalità non fosse imputabile al suo ritorno inquietante carico della storia che sappiamo, una storia che ovviamente era destinata a far riflettere profondamente una cittadina dedita quasi esclusivamente a passare le sue giornate con problemucci di scarso valore creati forse ad arte per esorcizzare la tragedia umana nella quale si dibatteva quotidianamente.

Vincenzo Poma non se la prese poi tanto, era abituato come pochi al silenzio e alla solitudine degl’immensi spazi siderali, in effetti quel viaggio reale o immaginario che fosse lo aveva condotto ben al di là di qualsiasi isolamento fantasticabile, figurarsi dunque se gli poteva nuocere un atteggiamento che tra l’altro neppure lo sfiorava e mentalmente si sorprese a sorridere al pensiero di quanto nulla contasse Baucina nell’ambito dello Sterminato Agghiacciante Firmamento Cosmico.

Avanzò pertanto risoluto con passo svelto e atletico, incrociò la via Roma e il Corso Umberto, svoltò a sinistra e poi subito a destra per la via A. De Gasperi e quindi, dopo aver superate le vie Di Salvo, Rudinì e Dottor Greco, infilò a destra la via XXIV Maggio, completamente deserta e priva di vita.

Arrivato al numero civico novantatrè, suonò il campanello canticchiando una vecchia canzone da lui molto amata fin dall’adolescenza e subito gli parve di non essere mai mancato di casa: la moglie, Caterina Scimeca, lo abbracciò calorosamente senza neppure richiedergli un minimo di chiarimenti, i due bambini, Lorenzo e Raffaella, gli saltarono letteralmente sulle spalle baciandolo e ribaciandolo sulla testa e sulle guance e a Vincenzo Poma passò improvvisamente per la mente il pensiero estremamente positivo e gioioso che la sua famiglia era l’unica speranza che gli rimaneva, l’unica realtà, in tutto l’universo, degna di essere amata sopra ogni altra cosa.

Vincenzo Poma

     

                                                                                                                                                                                                                                                                                       www.valchiria.com ©